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***Diario politico – Speciale elezioni*** Cesa: “Udc fa differenza ovunque” Podestà: “Vittoria dedicata a Berlusconi”

giugno 23, 2009 di Redazione 

Dossier speciale del giornale della politica italiana sul secondo turno delle elezioni amministrative. Provincia per provincia, grande comune per grande comune il racconto dell’esito del voto nelle parole a caldo dei protagonisti, vincitori e vinti. Un punto di vista unico e specializzato, firmato Gabriele Canarini. Da non perdere.

Nella foto, il neo-confermato sindaco di Bari, Michele Emiliano

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di Gabriele CANARINI

E’ il giorno che sancisce la fine del valzer delle votazioni di questo giugno 2009. Ora sappiamo che a governare la Provincia di Milano sarà il centrodestra con Guido Podestà, così come governerà a Venezia grazie alla vittoria della leghista Francesca Zaccariotto. Mentre il centrosinistra potrà continuare a guidare la Provincia di Torino, grazie alla vittoria di Antonino Saitta, e quella di Parma, grazie alla vittoria di Vincenzo Bernazzoli. Per quanto riguarda, invece, i comuni, il centrosinistra ha resistito nelle roccaforti “rosse” di Firenze e Bologna, grazie all’affermazione, rispettivamente, di Matteo Renzi e Flavio Delbono. E ha resistito anche a Padova, dove l’ha spuntata il sindaco uscente Flavio Zanonato, e a Bari, dove si è riconfermato Michele Emiliano. Mentre ha dovuto arrendersi nella rossissima Prato, governata da decenni dalla sinistra, dove l’ha spuntata, per un pugno di voti, il candidato del Pdl Roberto Cenni. Questi i dati più rilevanti emersi dai ballottaggi. In definitiva, per quanto riguarda le Province, il centrodestra, che governava su 9 delle 59 totali in cui si è votato, ne ha strappate 22 al centrosinistra, che è così passato da 50 a 28. A queste, vanno aggiunte la tre Province in cui si è votato per la prima volta, nelle quali ha vinto il centrodestra, salendo così a 34 Province totali. Per quanto concerne, invece, i Comuni capoluogo in cui si è votato, il centrodestra ne ha strappati 9 al centrosinistra, passando così da 5 a 14, e quindi ridimensionando il numero dei Comuni in mano al centrosinistra, scesi da 25 a 16.

Province. Il risultato più combattuto e più importante è stato quello della Provincia di Milano. Fra Podestà e Penati è stato un lungo duello all’ultimo voto, spuntato, per meno di tremila voti, dal candidato del Pdl. Podestà ha, infatti, raccolto il 50,2%, contro il 49,8% del presidente uscente Penati, che ha commentato con un misto di orgoglio e amarezza la sconfitta: «E’ un risultato che lascia l’amaro in bocca. Rispetto al primo turno abbiamo recuperato circa 160 mila voti e ne sono mancati altro tremila. E’ stato come vedere la meta e non toccarla. Per noi, è l’inizio di un lavoro per ricostruire da qui il centrosinistra». Podestà, invece, dopo essersi visto erodere quasi tutti i dieci punti percentuali che aveva conquistato al primo turno, ha comunque resistito e rintuzzato la rimonta del centrosinistra. E’ stato lui stesso a spiegarne il motivo: «La vittoria è dipesa dalla determinazione che abbiamo avuto, dimostrando che abbiamo una coalizione molto coesa. Abbiamo avuto la forza di partire uniti e di non farci attrarre da facili logiche di assegnazione di posti a questo o a quell’altro. Sono anche convinto che pure l’elettorato dell’Udc abbia dato il voto a noi». Il nuovo presidente della Provincia, poi, ha voluto dedicare la sua elezione al Cavaliere: «Dedico questa vittoria al presidente Berlusconi, perché credo che in questi 15 anni abbia regalato a tutti gli italiani una prospettiva diversa da quella che altri avrebbero pensato». Esulta anche a Venezia il centrodestra, grazie alla vittoria, sempre di misura, anche se con un margine leggermente più largo, dell’esponente della Lega Francesca Zaccariotto, che ha racimolato il 51, 8%, contro il 48,1% del suo sfidante, il presidente uscente del centrosinistra Davide Zoggia. Il ruolo che va ad assumere la Zaccariotto «è quello di coordinatore, e quindi – spiega – sono aperta al dialogo anche con Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, che ancora non conosco». Un messaggio distensivo, dunque, in vista dell’ingresso nella roccaforte veneta del centrosinistra, anche se la Zaccariotto si mostra fiduciosa anche per il futuro: «Siamo alla svolta, in Provincia si volta pagina. Sarà, però, un cambiamento nel segno dell’entusiasmo, di quanto hanno condiviso con me questa emozionante ed esaltante prova». Sul risultato di Torino, invece, ha pesato in modo inequivocabile l’apporto dato dall’Udc al presidente uscente Antonino Saitta, che ha così potuto vincere, con il 57, 3%, sulla sfidante del centrodestra Claudia Porchietto, che si è attestata sul 42, 6%. Del decisivo apporto dato dall’Udc al Pd si è detto molto soddisfatto Francesco Rutelli, e anche il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ha mostrato la propria soddisfazione: «Ovunque l’Udc ha fatto e fa la differenza. Da Bari a Torino le nostre scelte coraggiose ci stanno premiando, nonostante l’autentica caccia all’uomo messa in piedi dal Pdl».

Comuni. Nei Comuni è andata leggermente meglio per il centrosinistra, che è riuscito a tenersi strette le roccaforti di Bologna e Firenze, riaffermandosi poi anche nel serrato scontro di Padova e in quello di Bari. A Bologna, quindi, il successore di Sergio Cofferati sarà ancora un uomo di sinistra, Flavio Delbono, che negli ultimi giorni è stato anche oggetto di forti attacchi per le vicende legate al periodo in cui era vicepresidente della Regione e aveva una relazione con la sua segretaria. Delbono ha vinto con il 60, 7% dei voti, lasciando il suo avversario Alfredo Cazzola al 39, 3%. Un dato, in particolare, colpisce del voto di Bologna, ossia il calo di votanti, il cui numero si è fermato al 62%, in una città tradizionalmente molto presente negli appuntamenti elettorali. Anche per questo, Delbono, appena eletto, ha così formulato il suo primo impegno: «E’ tempo di riannodare il filo di un dialogo sempre più necessario tra i cittadini e la politica. Ringrazio tutti i cittadini che hanno creduto nella campagna elettorale». Il primo a complimentarsi con Delbono per il suo successo è stato, sportivamente, proprio il suo avversario Cazzola, che, a scrutinio ancora in corso, ma con un vantaggio già di 20 punti di Delbono, ha chiamato il nuovo sindaco bolognese: «Ciao Flavio, sono Cazzola e volevo complimentarmi con te personalmente. Mi sembrava doveroso, ora sei anche il mio sindaco». Il gesto galante di Cazzola, però, non ha trovato adeguata risposta in un Delbono le cui ferite per una campagna elettorale giocata anche sulle sue vicende personali sono ancora fresche: «Io ho sempre stretto la mano a Cazzola, fino a che non mi ha insultato». In ogni caso, Cazzola guarda con soddisfazione al lavoro svolto in campagna elettorale: «Per noi è stata una vittoria andare al ballottaggio. Quattro mesi e tre settimane non sono tanti per costruire una campagna elettorale vittoriosa. Abbiamo dovuto comprimere i tempi per una sfida impegnativa». A Delbono, infine, sono anche giunti i complimenti del suo mentore Romano Prodi, che non ha perso tempo e ha subito illustrato gli impegni che si prospettano al nuovo sindaco: «Ho detto a Flavio adesso di mettersi la tuta, prendere un pennello e cominciare a tirar via i graffiti, subito, da domani, e poi da bravo professore dell’Università, mettere assieme dei giovani per lo slancio della Bologna del futuro, perché si facciano cose buone». L’altra città importante su cui il centrosinistra ha mantenuto la sua leadership è Firenze, grazie alla vittoria del giovane Matteo Renzi, 34 anni, che ha vinto con il 59, 9%, contro il 40, 04% del suo sfidante, Giovanni Galli. Renzi ha così ringraziato i suoi elettori per averlo scelto sindaco: «Voglio ringraziare di cuore tutti i fiorentini; è, come potete immaginare, un momento emozionante. E’ molto bello avere oggi un risultato serio, positivo e significativo, anche se c’è poco spazio per i festeggiamenti, perché c’è molto da fare per Firenze. Abbiamo la piena consapevolezza che da oggi, si lavora per i cento punti che abbiamo scritto nei nostri documenti, ma anche per restituire quella passione che abbiamo ricevuto nella campagna elettorale, tanto lunga e tanto faticosa, quanto belle ed esaltante». Ma il dato più importante, oltre al successo in sé, per Renzi, è il fatto di poter contare su una maggioranza che, sulla carta, è ben più resistente di quella appena uscita da Palazzo Vecchio, che potrà così avere un’autosufficienza che da sola vale più la metà del consiglio comunale: «Firenze è l’unica città, a quanto mi risulta, che ha un maggioranza assoluta del gruppo del Pd, in cui ci saranno anche le liste civiche, e che ha un’alleanza vera, con Sinistra per Firenze e con l’Idv. Un’alleanza solida, che è passata anche attraverso un pegno elettorale che queste forze hanno pagato, in particolar modo Sinistra per Firenze, che voglio ringraziare di cuore. Lavoreremo insieme, non c’è una maggioranza divisa, frammentata, ma c’è una maggioranza forte, che dovrà rimettere mano al piano strutturale e lavorare sulle crisi principali che ci sono». E a proposito, invece, del suo partito di riferimento, il Pd, con il quale ha avuto un rapporto con dei risvolti anche conflittuali, Renzi ha buone aspettative per il futuro: «Il modo con il quale posso aiutare il Pd per essere un Partito Democratico per davvero, un Pd-Pd, è quello di governare bene Firenze, non lanciarsi in voli pindarici sugli organismi interni. La prima responsabilità è quella di pensare Firenze prima ancora che al Pd. Io sono orgoglioso del risultato del Pd, ma sono felice di essere il sindaco di Firenze e dei fiorentini e come tale mi muoverò nei prossimi anni». A Renzi sono giunti anche i complimenti del suo predecessore Leonardo Domenici, neoeletto al Parlamento europeo nelle fila del Pd: «Sono molto soddisfatto per il risultato ottenuto da Matteo Renzi, al quale faccio le più vive congratulazioni e l’augurio di buon lavoro. Sono anche soddisfatto per l’alta partecipazione al voto, che conferma la tradizione civile e democratica della città». Il candidato del centrodestra, Giovanni Galli, da buon ex-portiere di Milan e Napoli, non ha esitato a complimentarsi con l’avversario, lanciando, però, subito lo sguardo verso il lavoro che lo aspetta nei prossimi anni: «Sarò l’ossessione di Renzi per i prossimi cinque anni. Sarò all’opposizione, ma senza dire no a tutto, come invece siamo abituati in Italia. Se fossi stato sindaco avrei accettato qualsiasi cosa per il bene della città. Voglio perseguire quest’idea, non andrò a vedere quello che sarà il colore politico delle cose, ma voglio occuparmi solo ed esclusivamente dell’interesse di Firenze. La vittoria di Renzi dimostra che i fiorentini non hanno voglia di cambiare. Vuol dire che stanno bene così. Dalla prossima settimana mi batterò per quel 40% di fiorentini che non hanno invece creduto a Renzi, e che hanno tutta un’altra idea di città». Ma in Toscana si è registrato un risultato clamoroso, sul quale aveva formulato il suo auspicio anche lo stesso Berlusconi nel giorno di chiusura della campagna elettorale di Podestà a Cinisello Balsamo. Il centrodestra ha infatti strappato il comune di Prato al centrosinistra, dopo 67 anni in cui la città ha sempre avuto una leadership “rossa”. Roberto Cenni ha ottenuto il 50,9%, vincendo sul filo di lana contro il candidato del centrosinistra Massimo Carlesi, fermatosi al 49,01% dei consensi. Cenni ha così commentato la sua vittoria, avvenuta grazie ad un sorpasso nello scrutinio dell’ultima circoscrizione in cui sono state spogliate le schede: «Questa non è la vittoria di Cenni, ma dell’intera città che ha tanti problemi e probabilmente io ho saputo dare le risposte ai bisogni dei cittadini». I problemi cui ha fatto riferimento Cenni sono quelli legati al distretto tessile e alla sicurezza, che il neosindaco ha promesso di risolvere mettendo un argine alla numerosa presenza dei cinesi, che qui hanno una delle più grandi comunità di tutta Italia e che, per la maggioranza dei pratesi, sono i primi responsabili di questa crisi. Anche Carlesi ha rilevato in questo uno dei principali motivi che hanno sospinto il centrodestra verso la vittoria: «E’ stato un risultato negativo, e tra i fattori che hanno pesato ci sono la crisi economica e la questione dell’immigrazione cinese. Ringrazio tutti per il lavoro svolto, chi si è impegnato per queste elezioni e chi mi ha votato. Prendo atto di questo risultato e mi impegno a portare avanti, all’opposizione, il programma della mia coalizione». Al sud, invece, e in particolare a Bari, il centrosinistra ha riscosso un ottimo risultato, grazie alla riconferma del sindaco uscente Michele Emiliano: «Questo risultato è un gigantesco atto d’amore collettivo che investe la città. E mi responsabilizza. Rappresento migliaia e migliaia di persone e ne sento tutto l’impegno. L’errore più grave sarebbe quello di montarsi la testa. Sarebbe il modo migliore per fare la figura dello stupido. Oggi comincia la sfida. Da Bari si allarga a tutto il Sud. La stessa battaglia dovrà essere combattuta fianco a fianco con i campani, i calabresi, i siciliani, i molisani. Bari si farà cittadella per la soluzione della questione meridionale». Emiliano, poi, ha voluto complimentarsi con l’avversario del centrodestra, Simeone Di Cagno Abbrescia, che al primo turno aveva avuto fra i suo sostenitori anche la lista civica «La Puglia prima di tutto», nella quale figurava fra i candidati anche Patrizia D’Addario, la testimone principale del cosiddetto “Barigate”: «Vorrei abbracciare Abbrescia, e dirgli che la sua esperienza e la sua storia non sono affatto inutili per Bari. Appena la vittoria ha preso corpo ho pensato a lui: mi sono immaginato molte volte la sconfitta in questi mesi. Spero si svincoli da tutto e da tutti per abbracciare Bari. Questa non è una vittoria di parte, ma di tutta la città». E proprio sul peso che potrebbe avere avuto in questa rielezione il “Barigate”, piuttosto che l’alleanza, maturata in vista del ballottaggio, con l’Udc, Emiliano non ha dubbi: «Il Barigate non ha avuto nessun peso: Bari non si fa ingannare. Ho parlato con Casini, invece. E gli ho detto che o ha un grande talento politico o ha grande un’altra cosa». Infine, il centrosinistra ha tenuto salda la sua leadership anche a Padova, grazie al sindaco uscente Flavio Zanonato, distintosi nel suo primo mandato per la sua politica forte in materia di immigrazione e sicurezza, tanto da fargli meritare l’appellativo di “sindaco-sceriffo”. Zanonato ha riscosso il 52, 02%, contro il 47, 98% del suo sfidante di centrodestra, Marco Marin. Il padovano ha letto nel voto anche il riscontro popolare della sua precedente amministrazione: «I padovani vogliono dare continuità all’amministrazione, questo è il riconoscimento di un lavoro ben fatto. Ho sempre proposto un programma ben chiaro per la città, mentre Marin ha ripetuto sempre gli stessi slogan imparati a memoria. Voglio essere il sindaco di tutti i padovani, l’ho sempre detto, è una vittoria che abbiamo raggiunto insieme». Marin, dal canto suo, si trova davanti ad un voto forse inaspettato, anche a fronte della sostanziale parità (45% ciascuno) che si era registrata fra lui e Zanonato al primo turno: «Dalle urne esce una città divisa esattamente in due e di questo, chi governerà la città per i prossimi cinque anni, dovrà tenerne conto. Al primo turno io e Zanonato praticamente abbiamo fatto pari: 45 a 45. Possiamo dire che, questa volta, ad averci dato la fiducia è un po’ meno della metà dei votanti. Non c’è dubbio che abbia pesato l’astensionismo. La sinistra grossomodo ha raccolto gli stessi voti del primo turno. Noi invece registriamo una flessione dell’11%. In teoria, poi, in virtù delle alleanze in vista del ballottaggio, avremmo dovuto contare su circa 6 mila voti in più. Così però non è stato. Analizzeremo i numeri seggio per seggio per capire cosa non è andato». I 6 mila voti di cui parla Marin sono quelli che avrebbe dovuto portare in dote l’Udc, secondo quanto ha denunciato il capogruppo della Lega Mariella Mazzetto, aprendo così un fronte di scontro Lega-Udc, tutto interno al centrodestra padovano: «Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui sono mancati i voti dell’Udc. Ancora una volta i vecchi democristiani hanno dimostrato la loro natura di Giano bifronte. Ufficialmente dicono una cosa, poi nel segreto dell’urna ne fanno una diametralmente opposta». Alle accuse della Mazzetto ha risposto colpo su colpo il leader centrista De Poli, ribaltando l’imputazione: «Dalle mie parti si dice che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo. Non è che, niente niente, a mancare siano stati i voti leghisti? Io mi limito a constatare un fatto: quando non c’è un loro candidato, quelli della Lega stanno ben lontani dai seggi al secondo turno. E’ capitato nel 2002 con Bolla a Verona. La stessa cosa è accaduta l’anno scorso a Vicenza con Lia Sartori e con ogni probabilità la circostanza è ripetuta anche a Padova lo scorso fine settimana. Per quanto mi riguarda io ho la coscienza pulita, con Marin abbiamo fatto il porta a porta fino all’ultimo giorno utile. Le chiacchiere le lasciamo ai leghisti. Non mi stupirei se già domani, in virtù del risultato padovano, chiedessero la testa del Presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan».

Gabriele Canarini

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