Top

La grande sfida per la Provincia di Milano Penati vs Podestà, la partita che decide

giugno 21, 2009 di Redazione 

Se vince il centrosinistra i giochi si riaprono. Se vince il centrodestra sarà dominio sul Nord e su Milano. Nelle ore in cui la partita comincia, come nella tradizione delle grandi sfide sportive, il giornale della politica italiana entra nel cuore del confronto, raccontandovi le ultime ore di campagna elettorale, l’umore dei due contendenti, le scelte dei partiti. Un grande servizio per dare il là al match. La firma è di Gabriele Canarini. Buona lettura.

Nella foto, stretta di mano tra i candidati alla presidenza della Provincia di Milano: Guido Podestà (sostenuto da Pdl e Lega, a sinistra nell’immagine) e Filippo Penati, presidente uscente (candidato del centrosinistra. L’Udc è neutrale)

-

di Gabriele CANARINI

A Milano oggi e domani si apre il ballottaggio per la presidenza della Provincia. La partita è importante, la posta in palio è alta, il livello dello scontro è accesissimo. Questo è vero sicuramente per la politica e i suoi attori. Ma forse non per chi domenica e lunedì è nuovamente chiamato a votare.

Rischio astensionismo. Ecco perché il leit motiv dell’ultimo giorno di campagna elettorale, per entrambi gli schieramenti, è stato un insistito e deciso richiamo a recarsi ai seggi. Il candidato di centrosinistra Filippo Penati, infatti, si è così rivolto agli indecisi, che potrebbero essere decisivi: «Chiedo uno sforzo di responsabilità per mantenere un presidio democratico». Il presidente uscente, però, sa che le responsabilità di ciò sono da additare alla stessa classe politica: «Non posso dar torto a chi non va a votare. Prima delle Europee si è parlato di tutto, tranne che di Europa, qui per le provinciali non c’è mai stato un confronto sui temi e sui programmi. E’ normale che gli elettori non siano invogliati a votare». E’ stato, poi, lo stesso Penati ad illustrare, sulla base dei suoi dati, i termini dello scontro: «Ci sono 20-25 mila voti che ballano, circa il 4%. E forse sono solo 10-15 mila». Secondo, invece, gli ambienti vicini al candidato di centrodestra Guido Podestà, il vantaggio dell’ex parlamentare europeo rimane ancora alto, ma questo certo non induce a sottovalutare i problemi legati all’astensionismo. Anzi, soprattutto fra le fila del Pdl serpeggia il timore che la bassa affluenza possa riguardare principalmente l’elettorato di destra, tradizionalmente più tiepido e pigro di fronte al richiamo elettorale. Sintomo di ciò è anche il richiamo formulato da Podestà, nell’intervento di chiusura della campagna elettorale a Cinisello Balsamo: «Al primo turno abbiamo ottenuto un vantaggio di dieci punti, ma ora, con il ballottaggio la partita riparte da zero. Ogni voto è importante, quindi ditelo a tutti i vostri conoscenti, invitateli a votare. L’affluenza sarà determinante». Lo stesso richiamo è stato poi ripetuto dai vari big che si sono alternati sul palco allestito nella piazza intitolata ad Antonio Gramsci, da La Russa, Lupi, Calderoli (che, fra l’altro, ha provocatoriamente auspicato che in futuro la piazza stessa possa avere un nome diverso, «più moderno»), e anche dal premier Berlusconi, intervenuto a chiusura della serata.

Alternanza o uniformità? Nel suo intervento il Cavaliere ha, in prima battuta, risposto in maniera accesa ad una contestazione organizzata da un gruppo di giovani, che hanno gridato e scatenato dei fischietti al suo arrivo: «Vergogna! Siete degli analfabeti della democrazia! Noi non siamo mai andati a disturbare un incontro tra qualcuno dei loro leader e i loro elettori, perché noi siamo uomini e donne democratici e di libertà. Siete ancora e oggi, come sempre, dei poveri comunisti!». Poi Berlusconi ha ribadito l’invito a votare, sottolineando come, a suo dire, sia fondamentale che la Provincia passi in mano al centrodestra, che avrà così il controllo su tutti e tre i principali enti locali lombardi, Regione, Provincia e Comune, e potrà allora attuare una politica di interventi uniforme: «Con la Moratti, Podestà e Formigoni daremo a Milano ciò di cui i milanesi hanno bisogno. Fra le prime cose si bonificheranno le scuole dall’amianto, cosa su cui Penati e i suoi non hanno fatto niente, per colpa di coloro che lo hanno tenuto ammanettato». Poi il Cavaliere ha approfondito questo punto, spiegando come, con i tre livelli istituzionali di un unico colore politico, potranno sbloccarsi tutti quei progetti per le infrastrutture che, a suo dire, «per troppo tempo sono rimasti bloccati in Provincia, a causa dei veti posti al povero Penati (così lo ha curiosamente definito Berlusconi) dalle liste comuniste e verdi presenti nella sua maggioranza in giunta». Quindi il premier è entrato nello specifico: «Non abbiamo fatto l’estensione delle linee della metropolitana da Milano a tutta la provincia, non siamo riusciti ad avviare i lavori per il raddoppio della Milano-Bergamo-Brescia, non siamo riusciti ad avviare i lavori della Pedemontana, tutte opere assolutamente importanti soprattutto per evitare che il congestionamento del traffico possa produrre tante vittime e ritardi». Opposta visione su questo tema, come è ovvio, hanno i dirigenti del Pd, e in particolare D’Alema, che nei giorni scorsi si è prodigato per sostenere la candidatura di Penati: «Se il centrodestra governasse a tutti e tre i livelli istituzionali, la democrazia sarebbe più povera perché il fatto che i cittadini possano mettere alla prova sinistra e destra e giudicare determina una competizione a fare meglio». Identica opinione in merito ha anche un altro autorevole esponente del Pd, Enrico Letta, che collega questo tema ad altri due nodi focali per la provincia milanese, l’Expo 2015 e la città metropolitana: «L’Expo è un’occasione unica per Milano, e non solo. La miglior garanzia del suo successo sarà proprio la diversità di colore politico delle istituzioni coinvolte. Sia perché questo consentirà il coinvolgimento di tutti i migliori talenti, sia in una logica di controllo. Ricordo a tutti che la vittoria di Milano per l’expo è nata proprio con un governo di centrosinistra. E fu proprio Penati a sottolineare la diversità politica delle amministrazioni come un elemento virtuoso». Per quanto riguarda la città metropolitana, poi, per Letta essa rappresenta «l’altro grande obiettivo: poter scegliere già alle prossime elezioni un sindaco non del Comune, ma della “Grande Milano”. E, di nuovo, è importantissimo che il Comune e la Provincia impegnati a costruirla abbiano colori diversi».

Il ruolo dell’Udc. Fondamentali in questo ballottaggio saranno i voti che i due candidati riusciranno a recuperare nel bacino elettorale a loro limitrofo. Ghiotta, in quest’ottica, è la dote dell’Udc, esemplificata dal 3,8% ottenuto da Enrico Marcora. Sull’Udc, però, si è ben presto scatenata la bagarre, poiché, avendo deciso di mantenere una posizione equidistante rispetto ad entrambi i candidati, ha lasciato aperta la possibilità che i voti dei suoi elettori possano andare a sinistra come a destra. E, a riprova di come la partita di Milano sia tesa, la questione ha ben presto travalicato i confini locali. Infatti il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa, non appena appresa la notizia che il coordinatore milanese del suo partito, Luca Ruffino, aveva lanciato pubblicamente il suo endorsement a Podestà («Mi sento libero di schierarmi senza se e senza ma per Guido Podestà»), lo ha immediatamente rimosso dalla sua carica, sostituendolo con il coordinatore regionale lombardo Luigi Baruffi. E’ stato, poi, lo stesso Baruffi a spiegare i motivi della scelta di Cesa: «All’interno della libera scelta di voto concordata con i vertici nazionali, ci sta anche un’opinione diversa come chi vuole votare Podestà o chi preferisce Penati. Vanno evitati gli eccessi perché non sono in linea con quanto concordato con la direzione». Sulla questione, come è ovvio, i due candidati hanno avuto reazioni opposte. Podestà è stato fortemente critico sulla scelta del segretario Udc: «Evidentemente Cesa ha un concetto di libertà molto limitato. Ruffino ha esplicitato quello che la stragrande maggioranza degli iscritti e degli elettori dell’Udc pensa. Se questa è libertà, si spiega perché vogliono appoggiare Filippo Penati. Dispiace che, per allearsi a Roma con il Pd, l’Udc non si preoccupi di andare contro la volontà del proprio elettorato». Dal canto suo Penati, pur senza commentare direttamente il commissariamento di Ruffino, ha teso una mano verso l’elettorato Udc: «Apprezzo la scelta di non schierarsi. E’ coerente con il quadro nazionale e apre anche a Milano prospettive di confronto politico su temi rilevanti a partire dalla famiglia e dalle protezioni sociali anche a fronte dei costi sociali della crisi, che si svilupperanno oltre la data del prossimo ballottaggio». In realtà quello che si è verificato a Milano ha portato alla luce le due anime distinte dell’Udc: quella filogovernativa, che siede in giunta sia in Regione sia in Comune con il centrodestra, e quella che invece fa riferimento a Bruno Tabacci e Savino Pezzotta della Rosa Bianca per l’Italia. Giovedì scorso, infatti, è stato lo stesso Bruno Tabacci a fare pubblica dichiarazione di voto a favore di Penati: «A titolo personale voterò Penati. Certo, in passato sono stato durissimo nei confronti delle sue scelte, per esempio sulla Serravalle. Ma oggi sono troppo distante dalla Lega e dalle posizioni che il partito ha preso sul cardinale Tettamanzi». A questa presa di posizione ha replicato seccamente Podestà, puntando il dito, per l’appunto, sulle differenze interne all’Udc: «La cosa che ci interessa non è tanto la Rosa Bianca, ma la posizione dell’Udc, quella a cui noi teniamo perché è nostro alleato in Regione e a Milano. C’è un percorso comune che possiamo riprendere anche a livello provinciale». Ed infatti l’intento di Podestà è quello di abbracciare sotto la sua ala anche Enrico Marcora, e il suo prezioso e potenzialmente decisivo 3,8%: «Avendo dato vita ad una Commissione composta dagli ultimi cinque sindaci di Milano (Tognoli, Pillitteri, Borghini, Formentini, Albertini) sul tema della città metropolitana, confermo l’invito ad Enrico Marcora a farne parte». In ogni caso ciò su cui si punta l’attenzione nel centrodestra è la vicinanza di pensiero politico fra l’Udc e Podestà, che sarà ciò che determinerà la scelta in sede di voto, come ha sottolineato anche il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, esponente dell’ala cattolica del Pdl: «Bisogna comunicare con chiarezza che la scelta di Podestà è coerente con i valori degli elettori dell’Udc, come la famiglia. Ci sono temi che valgono di più delle decisioni dei vertici di partito». Ed anche per questo, nella chiusura a Cinisello Balsamo, si è deciso di far fare una rapida passerella sul palco al Principe Emanuele Filiberto di Savoia, che nei giorni scorsi aveva dichiarato il proprio sostegno a Podestà. Quest’ultimo, poi, ha così chiosato sulla posizione dell’Udc: «Ho visto tante bandiere dell’Udc in piazza. C’è una spinta grandissima degli elettori e delle dirigenze dell’Udc a convergere sulle posizioni del Pdl».

Chiusura della campagna elettorale. Venerdì c’è stato l’ultimo atto di questi tempi supplementari di campagna elettorale. Della chiusura a Cinisello si è già parlato più sopra, restano da aggiungere due bervi cose: la presa di posizione di Calderoli, che ha auspicato per il futuro un’abolizione dei ballottaggi, come già oggi avviene per i Comuni sotto i 15 mila abitanti, e il leit motiv, ripetuto più volte sia da La Russa, sia da Lupi, sia dallo stesso Calderoli, sull’indebolimento subìto dal centrosinistra al primo turno in molte circoscrizioni. I big della maggioranza presenti a Cinisello, infatti, hanno ribadito con forza come lo scenario politico locale uscito da questa tornate delle Amministrative veda un radicale cambiamento della mappa geopolitica dell’Italia, con un sensibile spostamento di molti enti locali nelle mani del centrodestra. Uno dei punti su cui si è molto insistito è la caduta di molte roccaforti rosse, come Piacenza, Pavia. Ed è stato infine Berlusconi stesso a lanciare il proprio auspicio affinché Prato, che, come a lui stesso ricordato, da 63 anni è governata dalle forze legate alla sinistra, possa, dopo il ballottaggio, finire sotto il controllo del centrodestra. Penati, invece, ha optato per una chiusura più sobria, senza nessun traino politico nazionale, con una festa organizzata in zona Barona. Ciò non toglie che anch’egli abbia un forte sostegno politico alle spalle, non ultimo quello del leader Idv Antonio Di Pietro: «Il nostro sostegno è dovuto soprattutto alla sua indipendenza e alle sue capacità tecniche dimostrate in questi cinque anni di governo: con lui, dopo aver condiviso il programma, vorremmo condividere anche la responsabilità di governo». E nel giorno di chiusura Penati ha proprio voluto illustrare la sua squadra di governo per la Provincia. Gli assessori saranno 12: un posto sarà per il Partito Pensionati di Elisabetta Fattuzzo, che Penati ha definito come la «sentinella della nostra politica di attenzione agli anziani e ai disabili». Un posto rimane a disposizione dell’Udc, per il quale qualcuno ipotizza la possibilità di cooptare Paola Iannace, ex Forza Italia, oggi braccio destro di Enrico Marcora; un altro posto andrà a Maurizio Calzolari, presidente del Cna (associazione di artigiani e piccoli imprenditori), che avrà anche la delega al ceto medio. Poi ci saranno anche dei nomi eccellenti: Gianni Rivera coordinerà un progetto per lo sport, che, nelle intenzioni di Penati, si configurerà «come antidoto al bullismo e al disagio giovanile», mentre l’ex vicepresidente di Confindustria, Pasquale Pistorio, si occuperà di innovazione. Il giornalista Franco Bomprezzi, poi, che vive e lavora su una sedia a rotelle, seguirà i temi legati alla disabilità, mentre Sabina Siniscalchi, direttrice del progetto Mani tese, sarà ambasciatrice della Provincia nei paesi in via di sviluppo, per tutto il cammino che conduce all’Expo. Inoltre, altri due esponenti della lista civica che ha sostenuto Penati, Philippe Daverio (che era a guida della lista) e Benedetta Tobagi, avranno, rispettivamente, un incarico, come ha anticipato Penati, «in una delle grandi istituzioni culturali milanesi», e nella questione della legalità e della lotta alle mafie. La delega per la sicurezza, infine, rimarrà nelle mani dello stesso Penati.

Molto probabilmente la battaglia sarà dura, e la differenza fra i due avversari sarà molto assottigliata rispetto ai dieci punti che li hanno separati al primo turno. Ma certo il compito che si prospetta a Penati, di strappare ad un centrodestra, molto forte a questa latitudini, la possibilità di mettere le mani su uno degli ultimi, sparuti, baluardi in mano al centrosinistra, si presenta quanto meno improbo.

Gabriele Canarini

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom