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Ritratto del personaggio della settimana LE “SCOSSE” DI D’ALEMA di Luca Lena

giugno 20, 2009 di Redazione 

Inauguriamo questo sabato pomeriggio pre-elettorale questa nuova rubrica settimanale, dedicata al protagonista della settegiorni di politica italiana. La firma è del nostro vicedirettore. La scelta di Luca Lena di questa settimana è caduta sul presidente della Fondazione Italianieuropei, tornato a farsi sentire con le sue anticipazioni-previsioni sulle possibili “scosse” al Governo. Un pezzo bellissimo, da parte di uno dei nostri nomi migliori, da non perdere. E, insieme, comincia la sua collaborazione con il Politico.it Pep Marchegiani, illustratore politico di grande abilità: l’immagine che ritrae D’Alema, in esclusiva per il nostro giornale, è sua. Buona lettura.

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani, Massimo D’Alema

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di LUCA LENA

In questi giorni è tornato sotto i riflettori con dichiarazioni che concentravano l’attenzione sulle probabili “scosse” nella maggioranza. Avvezzo alla passione velica aveva avvistato all’orizzonte la probabilità di uno scenario imminente, decidendo, dopo mesi di navigazione solitaria, per un nuovo attracco tra la complicata politica italiana. Costantemente associato alla meditazione teorica, all’intellettualismo ragionato e alla logica concettuale, Massimo D’Alema non ha mai smesso di sbirciare tra gli almanacchi della sua più grande passione. E’ nella politica, infatti, che trova maggior godimento espressivo e culturale l’intreccio psicologico dell’unico esponente del PCI ad aver assunto la carica di capo del governo. Per certi versi, dunque, l’aria neghittosa e indifferente ai formalismi di costume che sembrano aver invaso la comunicazione politica moderna, emerge con deformante anacronismo nella sempre più vituperata involuzione parlamentare. Quasi a credere che ciò che in passato è stato allontanato in difesa di una mistica purezza e in nome di un rinnovamento istituzionale, oggi assume la lieve venatura di virtù sepolte troppo presto. E nella pulsante autostima di un uomo due volte presidente del Consiglio, nonché ministro degli Esteri nel secondo governo Prodi, è probabile che un sentore di questo tipo non sia mai venuto a mancare.
Massimo D’Alema, che ha compiuto da poco sessant’anni, si ritrova dopo una lunga storia politica a non ricoprire ruoli rilevanti all’interno delle spire disordinate del Pd. Nel serpentone piramidale del partito è finito schiacciato dalla voglia di imporsi con la conosciuta razionalità suadente, che in lui sugge da una forte presa di coscienza delle proprie qualità, ma che, in rotta con le alleanze interne, in passato ha finito per trasformarsi troppo facilmente in egocentrismo, presunzione e zelante sapienza. Nei silenzi nascosti sotto gli incontrovertibili baffi, depositari di un animo estremamente privato, distaccato dagli strilli massificati di un mondo costantemente in rotta con se stesso, D’Alema sembra essersi schiantato nel relativismo fazioso della politica e nella caccia di consensi che piovevano facilmente sugli avversari, ma che su di lui faticavano a raggiungere le stime proporzionate al valore attribuitogli.
E’ nel 1998 che arrivò l’occasione per dimostrare il valore di leader: con la caduta del governo Prodi, D’Alema ottenne l’incarico da Scalfaro per formare un nuovo governo. Ma le cose non funzionarono. Dopo poco più di un anno, la guerra in Kosovo e febbricitanti questioni interne costrinsero l’ex PCI a rimpastare l’esecutivo e a dar vita ad un nuovo governo. In seguito alla bruciante sconfitta elettorale alle regionali del 2000 D’Alema annunciò le definitive dimissioni, chiudendo la difficile esperienza da presidente del Consiglio.
La battuta d’arresto di fronte al progetto ulivista non minò le sue certezze di uomo, ma risvegliarono in lui un sentimento politico contrastante: l’incapacità di coniugare le proprie teorie filosofiche in un contesto sostanzialmente confusionario e riottoso e la sensazione che solo un’omogeneizzazione della personalità avrebbe portato maggiori risultati nell’annichilimento politico e sociale, lo portò ad approcciarsi con la professione in maniera differente. Nel calderone di potere e dietrologie in cui sembravano oliarsi gli ingranaggi politici forse non c’era spazio per chi la politica sapeva farla imponendo una prospettiva comune radicata però in un soggettivismo di spessore. Molto simile per certi aspetti all’individualismo berlusconiano che, dalla parte opposta stava mescendo un composto indissolubile per la governabilità futura. Ed il carattere tenace ed elegantemente ribelle di D’Alema inaspriva le tensioni con l’emergente marea azzurra del centrodestra, accigliato dall’invidia di non possedere una flotta di alleati disciplinati come quelli del Cavaliere e stizzito nel vedersi sopravanzare da un imprenditore che certamente non faceva della politica teorica le fondamenta del suo castello. Ma l’impotenza di fronte all’amalgama ingestibile di un mondo, quello politico, spesso più grande e pesante dei movimenti che si concede, condusse D’Alema in una fase di stanca, dove comunque divenne parlamentare europeo nel periodo in cui la speranza del vecchio continente, forte della fiducia innescata dall’euro, non aveva ancora cozzato con le prospettive dicotomiche di paesi estremamente diversi tra loro, spesso invidiosi gli uni degli altri della propria autonomia oppure avidi ad attaccarsi all’ultimo vagone salvifico per un insperato sostentamento economico. Proprio l’allegoria europea, nelle più variegate e malcelate sfaccettature, costrette dal solito perverso meccanismo comunitario a ricercare un fine collettivo, ricalcano in parte la vicenda dalemiana, dove anche la più innata sicumera si sgonfia nel fumo cinereo di un fuoco imbavagliato dalla realtà coercitiva.
Dopo aver ricoperto il ruolo di ministro degli Esteri fino alla caduta di Prodi nel 2007, D’Alema fa parte del Comitato per la costituzione del Partito Democratico. Di fronte alla possibilità di una nuova ripartenza, davanti al progetto estensivo e lungimirante di un’idea politica concreta e obiettiva, D’Alema si propone come guida, attraverso la solita assennata propensione alla leadership. Ma ancora una volta, la volontà di prevaricazione nella giungla politica sembra non essere ben accolta nel gruppo dirigenziale che cerca facce nuove per un progetto politico altrettanto innovativo. E quasi involontariamente l’autocandidatura di D’Alema – mai ostentata apertamente a dire il vero, come a non voler concedersi ad una passione che in passato era riuscito a ferirlo – finisce con l’innescare una guerra intestina con altri esponenti, tra cui lo stesso Veltroni che uscirà vincente dalle primarie. Non sarà stata certo la sconfitta a intimorire l’ex presidente del Consiglio, non sono certe deviazioni di percorso a deprimere il carattere di un uomo ferreo nelle proprie convinzioni, quanto coscientemente critico e onesto nel percepire i malumori altrui verso la propria posizione. L’eventualità di una sconfitta è ormai un bagaglio forte nelle stive di D’Alema, che attraverso un nichilismo costantemente rintuzzato dalla passione politica, può trovare giovamento parziale solo nella pacatezza del mare, due affezioni apparentemente agli antipodi che sostengono un paradossale equilibrio nella complessità umana e intellettuale del politico.
Adesso che il Pd sembra attraversare uno dei momenti più negativi della sua giovane storia, in assoluto calo di consensi, lontano dalle originarie prospettive prodiane e senza un timoniere che metta tutti d’accordo, D’Alema è tornato a calarsi nella salamoia istituzionale che forse cominciava a mancargli. In questi giorni escono nomi nuovi in vista del Congresso d’Ottobre per la scelta del nuovo leader e D’Alema, in un improvvido tempismo, si è calato nella parte punzecchiante e provocatoria dello scudiero che lavora per la squadra. Per sua sfortuna è stato preso in mezzo dalle folate indignate della maggioranza che cerca di difendere l’immagine di Berlusconi dalle lascive vicende di gossip, tra cui l’ultima di Bari. Sembra però che l’eventuale conoscenza dei fatti da parte di D’Alema sia più importante della notizia stessa. Incomprensioni tra diverse generazioni verrebbe da dire: quella di oggi che stenta sempre più spesso a riconoscere una qualsiasi critica politica all’operato della cosa pubblica, e lo scambia per una subdola manovra mediatica abile a intaccare l’immagine, la forma, l’apparenza degli scranni governativi. Se la politica davvero si copre per celare il nulla da nascondere, anche le armi di un redivivo D’Alema, oggi, sarebbero inoffensive.

Luca Lena

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