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Ballottaggi, ultimissime da tutte le sfide Padova, la battaglia tra Zanonato e Marin

giugno 19, 2009 di Redazione 

Spettacolare panoramica (nel dettaglio) del giornale della politica italiana sul secondo turno delle amministrative, per il quale si terranno stasera gli ultimi comizi prima del silenzio e dell’apertura delle urne domenica e lunedì. Coinvolti 22 province e 106 comuni maggiori, di cui 16 capoluoghi. A Ferrara, Ascoli, Brindisi e Prato si vota sia per la scelta del sindaco sia per la presidenza della provincia. Milano (su cui torneremo con uno speciale tra stasera e domani), Torino, Firenze, Bologna le sfide più attese, ma non mancano quelle di enorme valore simbolico come Bari e il capoluogo veneto. Il ruolo dell’Udc. Un grande servizio, di Ginevra Baffigo.

Nella foto, i candidati sindaco di centrosinistra e centrodestra a Padova, Flavio Zanonato e Marco Marin

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di Ginevra BAFFIGO

“Quasi sempre, in politica, il risultato è contrario alle previsioni”. Nel tenere ben presenti queste parole di De Chateaubriand, non possiamo non interrogarci, in questa sede, sull’imminente voto di domenica e lunedì. Su questo infatti gravano molte incognite, il cui peso non si può sottovalutare; previsioni e sondaggi, sebbene tesi a descrivere le medesime situazioni, prospettano paradossalmente scenari in contrasto fra loro.
Così la riapertura delle urne, già prevista per il referendum che la Lega aveva fortemente voluto dissociare dal voto europeo e amministrativo di due settimane fa, ora assume un’importanza aggiunta per molti cittadini, per i quali il primo turno non è stato sufficiente a decretare le nuove giunte. Per questo in Italia ci si prepara a giocare una partita all’ultimo voto, che dovrebbe interessare tutti i cittadini, non solo quelli di Bologna, Milano, Torino, Padova, Bergamo, Firenze, Bari e di migliaia di comuni medi e piccoli. Le conseguenze di queste amministrative avranno risonanze sul piano nazionale, al di là degli effetti più o meno duraturi sulla vita quotidiana delle persone.
Nei prossimi giorni a tutti gli italiani verranno date le tre schede del referendum ed in 22 province e in 102 comuni maggiori, di cui 16 capoluoghi, gli elettori riceveranno la scheda aggiunta del ballottaggio. A Ferrara, Ascoli Piceno, Brindisi e Prato a chi impavidamente affronterà il seggio infuocato ne verranno consegnate addirittura 5, visto che in queste città il ballottaggio riguarda sia la presidenza della Provincia sia la scelta del nuovo sindaco.
La concomitanza con il referendum sulla legge elettorale è la variabile che prima fra tutte in molte zone d’Italia potrebbe determinare un forte astensionismo; soprattutto nel Nord Est, dove la battaglia leghista dei mesi scorsi potrebbe quindi, all’indomani della chiusura delle urne, rivelarsi un’arma a doppio taglio. In Veneto delle 19 giunte comunali poste al riesame del cittadino solo tre sono state assegnate al primo turno: Arziganno, Legnago e Paese, dove le amministrazioni comunali si son tinte di “verde”.
A complicare ulteriormente il gioco è la posizione dell’Udc, che ha declinato la decisione delle alleanze e apparentamenti alle segreterie locali; da Via dei due Macelli si lascia “libertà di voto” agli elettori, il che ha determinato immediatamente la corsa dei candidati centristi, bocciati al primo turno, a stringere alleanze dell’ultimo minuto.

La corsa alla presidenza della Provincia di Milano monopolizza l’attenzione da mesi, e noi ci torneremo su con uno speciale domani. Come è noto questa antica roccaforte del centrosinistra, baluardo del riformismo sociale, del movimento operaio e al contempo della borghesia illuminata, dal ’94 ha visto rapidamente modificare quel suo codice genetico, mutando il territorio in roccaforte del centrodestra. Il 28 giugno 2004 quando le urne affidarono la guida della Provincia milanese a Filippo Penati, candidato del centrosinistra, c’è stato chi frettolosamente cantava alla vittoria: “Questa è la fine del berlusconismo” dichiarava allora Bersani. Ma quella tornata non era che la vittoria di una battaglia dato che Guido Podestà oggi si presenta al ballottaggio con ben 10 punti di vantaggio, sostenuto dal Pdl, dalla Lega e da qualche esponente dell’Udc. E’ il caso di Luca Ruffino, segretario cittadino centrista, che di sua iniziativa, e soprattutto a sue spese, ha ricoperto la provincia milanese con ben 15.000 manifesti elettorali, i quali recitavano con efficacia il sostegno a Podestà. Nemmeno 24 ore dopo l’affissione di questi, il suo segretario nazionale, Lorenzo Cesa, lo rimuoveva dalla sua carica, destando oltre alla reazione di Ruffino, che con un cauto ossimoro commenta la vicenda sostenendo che “il partito in Lombardia è stato contraddistinto da un baricentro spostato troppo a sinistra”, ha anche innescato una feroce polemica che pochi giorni fa ha portato ad uno scontro diretto fra l’attuale premier ed il suo ex- presidente della Camera, Pierferdinando Casini.
Che ci siano nuovi equilibri politici all’orizzonte è chiaro sin dalle politiche dell’anno scorso: da una parte si condanna l’iniziativa milanese, dall’altra si rafforza l’asse Pd-Udc, per la quale fatta eccezione per Bologna dove i guazzalochiani sostengono Cazzola, a Bari e Torino, Frosinone e Rieti, i vertici Pd parlano addirittura di “condizioni per una convergenza” preesistenti.

Il caso di Torino è particolarmente interessante, poiché qui lo scontro fra il presidente uscente Antonio Saitta (Pd) e Claudia Porchietto, sostenuta da dieci liste di centrodestra, tra cui Pdl, Lega Nord, l’Mpa e la Destra, vede giocare una partita sul filo di lana. Saitta infatti al primo turno ha ottenuto il 44,3%, pochi punti di vantaggio sulla Porchietto, che invece ha riscosso il 41.5% dei voti. Ora la partita si gioca però sulla frammentazione dell’elettorato di centro, vista l’anomalia bicefala degli scudo-crociati. Mentre la Porchietto è stata abbandonata a se stessa – Berlusconi non le farà visita ed anche Letta negli ultimi giorni è rimasto in silenzio – in casa Pd si festeggiano chiassosamente le nozze con l’Udc, che porterà in dote ben 52.688 preferenze, pari al 4,6% dei voti del 6 e 7 giugno. Se non fosse per un principe un po’ guastafeste, si potrebbe già cantar vittoria, ma Emanuele Filiberto, il principe che depauperato del trono cercava almeno un seggio in quel di Strasburgo, non vuole abbandonare l’arena politica ed ha così deciso di sostenere la Porchietto. D’altra parte ha ragione nell’affermare che non si è mai visto un Savoia sostenere la sinistra. Ma il matrimonio torinese di questi due grandi partiti non solo irrita il centrodestra, ottiene la disapprovazione soprattutto a sinistra: Prc e Pdci invitano a disertare le urne, sottraendo così al quorum dei votanti poco meno del 4%, percentuale comunque non trascurabile.

Senz’altro continua ad appassionare la corsa fiorentina di Matteo Renzi e Giovanni Galli per Palazzo Vecchio: promossi entrambi al ballottaggio rispettivamente con il 47,6% ed il 32%, così come verificatosi per Bologna la sfida si è spostata in tv, in un dibattito che mercoledì scorso dagli studi di Matrix ha echeggiato in tutt’Italia, e che in questi giorni ha ulteriormente coinvolto i vertici nazionali di partito. Per il Pd sono intervenuti Franceschini, Civati e la Serracchiani, neoeletta al Parlamento europeo. Per Galli invece vi è stata la visita di Sandro Bondi e addirittura l’appello di Berlusconi rivolto anche “a quelli che in passato hanno votato a sinistra”, un allargamento neofita dovuto in una ex-roccaforte dei “rossi”. Ma a Firenze, piuttosto che questa conversione al credo pidiellino, si riconferma la crisi della sinistra: le tante liste separate in nome della coerenza e dell’identità orma sono fuori anche dalle giunte dell’amministrazione. Pochissimi sosteranno Renzi in questi ultimi “100 metri” per palazzo Vecchio. Nomi illustri certo, che trascinano però pochissimi voti: Ginsborg, Margherita Hack, Furio Colombo, che al primo turno aveva sostenuto, in barba al partito, la candidatura di Valdo Spini. Ma la De Zordo, che fece il suo debutto politico proprio a fianco dell’aspirante primo cittadino, il Prc e la restante sinistra radicale sembrano optare per l’astensione, portando così alle luce tutte le incertezze e le divisioni che la escludono dalle istituzioni italiane ed europee.

Per spostare la nostra attenzione alle sezioni del sud Italia riscontriamo anomalie pressapoco ovunque: a Bari, Michele Emiliano (Pd) si è fermato ad un soffio dalla vittoria (49% di voti), e così anche lui dovrà sottoporsi ad un secondo esame delle urne in agone-agonia domenicale contro il candidato del Pdl Simeone Di Cagno Abbrescia (46%). Emiliano è riuscito ad ottenere l’appoggio dell’Udc, che al primo turno aveva ottenuto ben 6.463 voti, pari al 3.2%, ma non è detto che l’elettorato segua il suo partito che ora fraternizza con la sinistra. L’atmosfera alla vigilia del ballottaggio barese è infatti sempre più tesa, in un crescendo che ormai da settimane agita gli animi e che si è infine concluso con il richiamo del prefetto, Carlo Schilardi, alla moderazione del comportamento e delle spese propagandistiche. Schilardi inoltre, temendo irregolarità, ha già disposto delle pattuglie nei seggi, per garantire il libero esercizio di voto.

In Sicilia assistiamo ad un iniziale cedimento della monolitica maggioranza del Paese: le dinamiche interne al partito qui si rendono visibili, lì dove in Parlamento non si sospetterebbero neppure, tanto è vero che i comuni al ballottaggio sono molti. Caltanissetta è un esempio interessante del rapido, talvolta non del tutto coerente, ridefinirsi degli equilibri interni. L’Udc ha infatti deciso di sostenere il Pdl, senza che i vertici di partito richiamassero all’ordine le sezioni locali. Verranno così rimpinguate le file dei sostenitori di Fiorella Falci, la quale però continua questa sfida siciliana al femminile contro Giovanna Candura, candidata scudo-crociata bocciata al primo turno, che ha ora deciso di dissociarsi dal proprio partito schierandosi con il Pd. L’Mpa invece ha optato per la neutralità, lasciando così ai propri elettori la più completa libertà di voto.

In questi ultimi giorni inoltre l’attenzione si è spostata su altre due arene piuttosto interessanti: quella di Ascoli Piceno e quella di Padova. Ad Ascoli, come sopraccennato, si voterà sia per eleggere il nuovo sindaco sia il nuovo presidente di Provincia. L’uscente Massimo Rossi del Prc (il cui destino era iscritto nel cognome) non è stato promosso dal voto di due settimane fa. Si è così fermato al terzo posto, ottenendo però una ben più che lusinghiera quotazione, il 20%; che però a sorpresa di tutti non intende mettere a disposizione del candidato Pd-Idv, Emidio Mandozzi, che lo ha superato di soli 10 punti. Rossi parla di “sofferta decisione” e richiama l’attenzione sul senso intrinseco del voto, che non può ridursi a mera spartizione di “posti al sole”. Votare un candidato significa conferire un mandato di governo ed assumersi la corresponsabilità delle azioni che ne conseguiranno. Ma di certo in molti non nascondono l’impressione di un risentimento rispetto alla corsa autonoma degli ex alleati, ed al presidente uscente non resta che smentire la malizia altrui. L’esito ascolano, al momento imperscrutabile, sembra riservarci molte sorprese.
Mentre diversamente articolata è la corsa a palazzo Moroni di Padova, dove per la quarta volta troviamo Zanonato, sindaco uscente in quota Pd: il capostipite dei sindaci-sceriffo del centrosinistra. E’ passato al ballottaggio con il 45.7% dei voti, appena 1000 in più rispetto al principale avversario, sostenuto da Lega e Pdl, Marco Marin, che ha riscosso invece 54.836 voti (pari al 44.9%). Questi potrebbe riservare una serie “taglio e controtaglio” politici, in una strana continuità che dalla medaglia olimpica di un ormai lontano ’74, lo porta ora alla gara per il titolo di primo cittadino. I voti da spartirsi per la vittoria sono pochi, 3.806 dell’Udc, 2.184 dell’Intesa Veneta di Carlo Covi ed a sorpresa i 2149 del grillino Maurizio d’Este. L’ex schermidore Marin, candidato in extremis da Giustina Destro e dalla Brambilla, è un ex poliziotto, divenuto poi dentista, che nelle ultime settimane si è contraddistinto per una campagna intransigente: il tema ormai un po’ frusto della sicurezza monopolizza i suoi discorsi, dichiara guerra al popolo dello “spritz” (giovani che assicura sono quelli dei centri sociali e non gli studenti del Bo), e incalza con un “nessuna pietà” i venditori di kebab e moschee su terreni demaniali: “Se vogliono la Moschea dovranno comprarla”. Attacca inoltre la giunta uscente per i 6 milioni di euro persi con la Lehaman, tacendo però la tentata scalata all’AntonVeneta di cui i suoi principali sponsor sono stati protagonisti. La battaglia per una città più sicura paga in voti, come dimostrato in tutte le elezioni che si sono susseguite dallo scorso aprile, ma verrebbe smentita dai dati che hanno visto diminuire del 26% i furti, del 28 gli scippi, del 43 le rapine, del 56 le truffe e del 5% le violenze sessuali, che comunque restano casi isolati. Zavonato dal canto suo ribatte sul tema dell’immigrazione: gli immigrati a Padova sono “complessivamente più del 13% dei residenti. La sicurezza va realizzata con loro. La repressione ci vuole, ma non basta. Va coniugata con prevenzione, educazione e integrazione”. E se questa politica pagherà con lo scranno più alto di Palazzo Moroni lo sapremo solo la prossima settimana, la battaglia è tutt’ora aperta e la sfida del Pd a fendere la coltre della nuova questione settentrionale sempre più a destra, non è ancora persa.

Quello che però è evidente è la drammatica situazione della politica italiana, che sembra sempre più assumere la fisionomia di una partita giocata davanti allo specchio; dove ogni mossa sebbene verta a destra, ha il suo riflesso, identico e al contempo antitetico, a sinistra e viceversa. Tutto ciò è palesato da una sfida inutile sui programmi, fin troppo simili, e che perciò piega sempre più spesso sulle questioni personali dei singoli candidati, e si manifesta infine nell’indecisione, o talvolta confusione, dell’elettorato, ormai che dimostra evidenti difficoltà, se non vera e propria incapacità, a scindere l’immagine reale dal suo riflesso.

Ginevra Baffigo

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