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Diario politico. S’allarga l’inchiesta a Bari Berlusconi a Bruxelles spinge per Mauro

giugno 19, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. La Procura starebbe ascoltando altre tre ragazze, e Patrizia D’Addario, l’accusatrice del premier, avrebbe fornito le prove dei suoi passaggi a Palazzo Grazioli. Cerchiamo di chiarire di cosa si tratta e facciamo il punto. Tg1 e Tg5, intanto, (non) raccontano la vicenda a modo loro: scopriamo come. Al consiglio europeo il presidente del Consiglio ribadisce la richiesta italiana per la presidenza dell’Europarlamento, per la quale l’esponente Pdl se la vede con il candidato polacco Busek. Infine, l’aggiornamento quotidiano sul referendum. E nella rubrica Politica l’esclusiva scheda di Marianna Madia per capire meglio e orientarsi. Il racconto di giovedì. 

Nella foto, Patrizia D’Addario con Silvio Berlusconi e dirigenti e amministratori del centrodestra pugliese

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di Gabriele CANARINI

La bagarre politica di giovedì si è concentrata attorno all’inchiesta della Procura di Bari, nella quale sono emersi particolari intrecci fra il premier Berlusconi e alcune ragazze invitate nella sua residenza romana di Palazzo Grazioli e anche in alcune feste a Villa Certosa; intrecci ancora tutti da verificare. Il polverone è stato sollevato mercoledì da un’intervista rilasciata ieri al “Corriere della Sera” da Patrizia D’Addario, esponente della lista civica “La Puglia prima di tutto”, che sostiene il candidato del Pdl Abbrescia nei ballottaggi per il comune di Bari. Nell’intervista la D’Addario sosteneva di essere stata invitata a Palazzo Grazioli da Giampaolo Tarantini, un imprenditore barese che assieme al fratello gestisce un’azienda che si occupa di tecnologie ospedaliere. Proprio Tarantini era finito sotto la lente d’ingrandimento della magistratura barese perché sospettato di aver versato laute mazzette per ottenere appalti nel settore sanitario. Per questo il suo telefono era stato posto sotto controllo, e fra le tante intercettazioni rilevate dai magistrati, ve ne sono alcune in cui Tarantini faceva riferimento ad alcune feste tenutesi a Roma e a Villa Certosa, alle quali avrebbero partecipato diverse ragazze, dietro compenso. Queste intercettazioni hanno indotto la magistratura ad aprire un nuovo filone d’indagine, ponendo a carico di Tarantini anche il reato di sfruttamento della prostituzione. La notizia di oggi è che non sarebbe stata la sola D’Addario ad essere sentita dagli inquirenti in merito a tali fatti, ma anche altre tre ragazze, e che nei prossimi giorni saranno ascoltati dalla Procura di Bari anche gli esponenti politici di cui ha parlato la D’Addario in riferimento alla sua candidatura nelle lista civica del capoluogo pugliese. Il dato rilevante che emerge dagli spifferi della Procura, inoltre, è che la D’Addario avrebbe già fornito agli inquirenti le prove fotografiche e video delle sue visite a Palazzo Grazioli, prove che ora la procura ha messo letteralmente “sotto chiave”, rinchiudendole in cassaforte, per evitare che possano essere impropriamente pubblicate e fatte circolare ad inchiesta ancora in corso. Resterebbe, comunque, da provare il compenso che la D’Addario sostiene di aver percepito per queste sue visite, ossia duemila euro, dei quali ne avrebbe ottenuti solo mille, essendosi rifiutata di trascorrere la notte assieme al premier. Queste le accuse, pesanti, che volano da Bari a Roma, arroventando un conflitto politico già surriscaldato dagli imminenti ballottaggi, fra i quali spicca, per l’appunto, il serrato confronto per la poltrona di sindaco di Bari. Questa vicenda, come già quelle che avevano coinvolto Berlusconi nelle scorse settimane, non ha tardato a varcare i confini nazionali, finendo sui titoli dei siti di molti quotidiani europei, che parlano di un nuovo scandalo sessuale per il premier, intaccando così ulteriormente l’immagine del presidente del Consiglio a livello internazionale, a meno di un mese dal G8. Ma nonostante questo, secondo quanto denuncia oggi “Repubblica”, i telegiornali nazionali di oggi pomeriggio hanno trattato la notizia con scarso rilievo, relegandola a metà tg, senza approfondire gli sviluppi in corso dell’inchiesta barese, ma limitandosi a riportare lo scambio fra il premier, che ha accusato D’Alema di essere già a conoscenza della vicenda allorché domenica aveva preannunciato possibili “scosse” nel governo, e l’ex premier, che ha precisato che le sue parole erano rivolte esclusivamente alle tensioni politiche interne alla maggioranza, fra Pdl e Lega.

Fini a Montecitorio. Secondo “Repubblica”, poi, sia il Tg1 che il Tg5 avrebbero volutamente “edulcorato” la carica scandalistica della vicenda, apponendo alla diatriba Berlusconi-D’Alema una frase estrapolata dal discorso tenuto oggi dal Presidente della Camera Fini a Montecitorio, che in realtà non era direttamente rivolta all’emergere di una nuova vicenda scandalistica a carico del premier. Fini infatti ha ricordato la «necessità di valori condivisi» che troppo spesso viene smentita «dal frequente ricorso alla delegittimazione reciproca tra avversari politici», all’interno, però, di un discorso più ampio in cui, introducendo il convegno su “Nazione, cittadinanza, Costituzione” ha voluto tracciare un profilo della situazione politica nel nostro Paese e di quale impatto i valori della Costituzione abbiano sull’attuale classe politica e anche sull’opinione pubblica. Fini ha così delineato la sua analisi: «La tenuta complessiva della nostra società, la sua interna coesione, la sua convinzione di avere un futuro migliore del presente appare perennemente precaria e da tempo si avverte nel Paese un malessere diffuso. Spesso – ha proseguito Fini – la percezione del destino comune appare ed è assai labile. La necessità di valori condivisi è riconosciuta, almeno a parole, da tutti, ma tale aspirazione risulta di fatto smentita dal frequente ricorso alla delegittimazione reciproca tra avversari politici. Sono convinto che la nostra società e la nostra democrazia siano assai più solide di come possono apparire talvolta, però disorientamento, sfiducia e paura risultano sentimenti diffusi e in crescita». Secondo il numero uno di Montecitorio, dunque, «è debole la percezione dei valori e degli interessi che uniscono gli italiani. Quando accade, non di rado, che di fronte alle tragedie o alle emergenze vere l’Italia si scopra unita, solidale ed efficiente, i primi a stupirsene sono gli stessi italiani. E’ accaduto per Nassiriya come per il terremoto».

Delbono-Cazzola. Il presidente del Consiglio, però, non è l’unico ad essere stato toccato da una vicenda con forti risvolti personali. Medesima sorte è toccata, in questi giorni, anche al candidato del centrosinistra alle elezioni per il sindaco di Bologna, Flavio Delbono, accusato dal suo avversario, il candidato del Pdl Alfredo Cazzola, di aver abusato dei soldi pubblici utilizzando a suo piacimento auto blu e facendo viaggi pagati coi soldi dei contribuenti all’epoca in cui era vice presidente della Regione e aveva una relazione con la sua segretaria Cinzia Cracchi. Le accuse sono finite sul tavolo della Procura della Repubblica, che ha aperto una doppia inchiesta: una a carico di Delbono, con l’ipotesi di peculato e abuso d’ufficio (gli stessi reati contestati, e poi ieri archiviati, a Berlusconi in merito alla vicenda dei voli di Stato, per intenderci), l’altra a carico dell’accusatore Cazzola, a seguito dell’immediata denuncia sporta da Delbono per diffamazione. Comunque vada a finire la vicenda, Bologna si sveglierà martedì mattina con un sindaco indagato o per peculato o per diffamazione, e questo forse la dice lunga sull’inasprimento di toni con cui sono state vissute le tornate elettorali di questo mese. Al candidato Cazzola, che ha lamentato la scarsa solidarietà alla sua “battaglia” da parte di una larga fetta del suo partito, in cui molti membri hanno preso le distanze dalla sua linea aggressiva nei confronti di Delbono, ha dato man forte il senatore del Pdl Filippo Berselli: «La questione posta da Cazzola non è gossip, ma può essere penalmente rilevante. Non ci interessa sapere cos’ha fatto Delbono sotto le lenzuola, ma chi ha pagato le lenzuola…». A tali accuse e al suo avversario ha replicato seccamente lo stesso Delbono: «Non mi faccio dettare l’agenda da uno come Cazzola, che racconta balle sul suo passato». E il riferimento del candidato del Pd è ad una vicenda giudiziaria che aveva coinvolto Cazzola tempo fa, a seguito di una lite sfociata in rissa, per la quale egli era stato assolto in Cassazione e non in appello (come aveva sempre sostenuto), come è stato oggi puntualmente rilevato dal “Corriere di Bologna”.

Berlusconi a Bruxelles. Come ben sappiamo, però, nel primo weekend di giugno non si è votato solo per le amministrative, ma anche per le Europee, nelle quali il Pdl ha riscosso il 35% dei consensi. Sulla scia di questo risultato, il Cavaliere si è oggi recato a Bruxelles al vertice del Ppe con la precisa intenzione di sostenere la candidatura del suo uomo di fiducia, Mario Mauro, alla guida del Parlamento europeo. Appena arrivato nella capitale belga il premier ha mostrato fiducia: «Credo che questa volta tocchi a noi. Non faccio scommesse, come sempre siamo leali». E ha poi spiegato i motivi per cui il gruppo di riferimento del Pdl all’Ue dovrebbe accettare la candidatura italiana: «La nostra è una candidatura che mettiamo sul tavolo. Mauro è stimato e l’Italia è un socio fondatore dell’Europa. L’Italia non ha la presidenza del Parlamento europeo dal 1979. Abbiamo sempre sostenuto – ha poi rincarato Berlusconi – i candidati francesi e spagnoli alla presidenza del gruppo e del Parlamento, questa volta tocca a noi». La sfida, per Mauro, è con il candidato avanzato dalla Polonia, Jerzy Busek, il quale però, secondo quanto sostiene il premier, avrebbe minori credenziali per poter ambire alla guida del Parlamento europeo: «Il nostro partito è quello che ha avuto il maggior numero di voti, più della Germania e di tutti gli altri Paesi. L’Italia è il Paese più europeista e c’è stata, infatti, la maggior affluenza alle urne di tutta Europa, con il 67%, mentre la Polonia è il terzultimo Paese, con il 24,5%, ovvero è andato a votare solo un polacco su quattro». In ogni caso, dalla riunione non è uscito nessun nome definitivo, ed è stato tutto rimandato al prossimo incontro, che si terrà a luglio, come ha spiegato il “contendente” di Berlusconi, il primo ministro polacco Donald Tusk: «Spero che arriveremo ad una soluzione a luglio». Lo stesso Berlusconi, poi, ha voluto chiarire come la partita, per quanto importante, sia vissuta dal Pdl senza l’intenzione di fare imposizioni all’interno del Ppe: «Cercheremo di far valere la nostra proposta, ma c’è anche la partita del capogruppo del Ppe, del futuro ministro degli Esteri. Quindi, non è una posizione che vuol mettere veti o di forza, ma di chi vuole cercare i più ampi consensi».

Referendum. Ampi consensi certo non sono stati tributati al referendum, per cui si andrà a votare il 21 e 22 giugno prossimi, da parte della classe politica italiana, che ha largamente, anche se con distinguo vari, preso le distanze dai quesiti referendari, eccezion fatta per il Pd, l’unico partito che si schiera apertamente per il sì a tutti e tre i quesiti. Se, come prevedibile, Udc, Radicali, Idv (benché Di Pietro sia stato fra i promotori del referendum), le liste comuniste e quelle autonomiste, si sono schierati contro un referendum il cui intento è quello di riformare l’attuale legge elettorale in direzione di un decisivo rafforzamento del bipartitismo, all’interno del Pdl le opinioni sono diverse, e anche se molti autorevoli leader, a partire da Berlusconi e Fini, hanno dichiarato che andranno a votare sì, la linea del partito è quella di lasciare libertà di voto, senza fare campagna elettorale né in un senso né nell’altro. Motivo principale è la mai celata avversione della Lega nei confronti di questo referendum, che ha indotto Berlusconi, anche a fronte del buono, ma non straripante, risultato delle Europee, a muoversi con cautela verso il delicato nodo referendario. E proprio contro la campagna per l’astensionismo portata avanti dagli uomini del Carroccio si è schierato il presidente del Comitato referendario, Giovanni Guzzetta, recatosi a Chieti, assieme al coordinatore nazionale del Comitato, Mario Segni, per sostenere la campagna referendaria: «Quando si parla di democrazia Bossi invita gli italiani ad andare al mare. Lo ha fatto nel ’91 e gli andò male. Lo sta facendo anche oggi. E gli andrà male anche stavolta». Identico attacco al leader leghista è arrivato anche da Segni: «Bisogna ricordare anche chi non ha voluto l’Election Day: Umberto Bossi e il suo partito che ha minacciato la crisi. Il Governo non ha avuto il coraggio di dire di no a Bossi, è stata una cosa incivile per tutta l’Italia e ancora più incivile per l’Abruzzo». Segni ha poi spiegato le i motivi per cui votare sì ai tre quesiti: «Vogliamo far capire a tutti gli italiani che domenica 21 passa un treno che non ritorna. E la vittoria del sì sarebbe una bomba sullo strapotere della casta dei partiti, sarebbe una cosa enorme. Se lo capiamo e andiamo tutti a votare, il 22 ci saremo liberati di uno dei peggiori regali che ci ha fatto la partitocrazia, quella legge che il suo autore, il ministro Calderoli, ha definito una porcata». Lo stesso intento di partenza che muove i membri del Pd, come ha oggi ribadito anche il senatore Luigi Bobba: «Ai tre quesiti bisogna rispondere sì, affinché il Parlamento si decida finalmente a cambiare una pessima legge elettorale». Poi Bobba ha precisato come, tuttavia, il solo referendum sarebbe insufficiente a cambiare in modo coerente il cosiddetto “Porcellum”: «Si sa che è uno strumento rozzo. Tuttavia, come è spesso stato in passato, una vittoria dei sì “obbligherebbe” il Parlamento a rivedere la pessima legge elettorale attualmente in vigore e restituire così lo scettro al “principe”, cioè agli elettori, in modo che i parlamentari non vengano più nominati dai partiti ma eletti dai cittadini, valorizzando la responsabilità di chi è stato eletto nei confronti del territorio di riferimento senza per questo penalizzare la governabilità del Paese».

Gabriele Canarini

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