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Pd, l’ntervista a Pippo Civati: “Un nostro candidato? Non lo escludo”

giugno 18, 2009 di Redazione 

Seconda puntata del viaggio de il Politico.it tra i cosiddetti “piombini”, la componente giovane dei Democratici che punta a sostituire l’attuale dirigenza per promuovere un cambiamento radicale. Giuseppe Civati, consigliere regionale lombardo, filosofo, autore di libri – è in uscita il suo ultimo “Nostalgia del futuro” - torna sul tema della corsa alla segreteria aprendo alla possibilità di una candidatura “terza” rispetto a quelle di Franceschini e Bersani, che sia espressione dell’alternativa: “La nostra base è arrabbiata perchè a febbraio non siamo riusciti a proporre un nome – dice – non faremo una seconda volta lo stesso errore”. Lo ha sentito Carmine Finelli.

Nella foto, Giuseppe Civati

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di Carmine FINELLI

Civati, partiamo dalla fine. Nella prima intervista di questa serie-inchiesta sul Pd, Scalfarotto ha fatto molto rumore affermando che l’ipotesi di sostenere una ricandidatura di Franceschini alla segreteria, se questi si propone come il “traghettatore verso il 21esimo secolo”, il segretario di transizione che può fare il rinnovamento, deve essere “seguita con attenzione”. Lei che ne pensa?
“Io capisco il ragionamento di Ivan, capisco anche che il ventunesimo secolo è già iniziato da qualche anno, per fare una battuta spiritosa che sdrammatizzi un po’ la questione. Penso però che prima di fare qualsiasi valutazione noi dobbiamo sapere che cosa va a proporre Franceschini, perché ricordo che quest’ultimo è stato vice-segretario di Veltroni che adesso è il suo principale sponsor, ed è stato segretario di un partito che pur avendo dato prova di sé migliore rispetto ai mesi precedenti ancora non ha risolto tutte le questioni che il 21 febbraio, quando Franceschini è stato eletto, c’erano. Per cui non vorrei che fosse Franceschini traghettatore di Franceschini. Tra l’altro è stato eletto con il voto contrario di pochissimi di noi. Io sarei un po più cauto. Per me è possibile ancora l’ipotesi di una terza via tra Bersani e Franceschini, se ci sono le condizioni politiche, cioè se i due candidati che per ora hanno fatto il loro ingresso in scena non costruiranno una piattaforma soddisfacente per noi che siamo molto esigenti a questo punto dopo tanti anni di errori”.
E tuttavia anche Debora Serracchiani è data tra i partecipanti all’incontro del 2 luglio promosso da Veltroni. Come va interpretato?
“Va interpretato come fatto assolutamente positivo, perché Debora è diventata ormai un personaggio di calibro nazionale, e a me la cosa fa molto piacere. Non credo che vada interpretata come una adesione a nessun particolare progetto ma come disponibilità da parte di una neo-eletta a condividere con chi, autorevolmente da parte del Pd la invita, le questioni politiche che ci riguardano. Non vedo nessuna malizia nella sua partecipazione”.
Quindi non conferma che “molto probabilmente” non avrete un vostro candidato alla segreteria.
“No, io non escludo che ce l’avremo. Non confermo che ce l’avremo, ma in questo momento noi siamo molto preoccupati per i ballottaggi, questa mattina siamo stati proprio con Ivan Scalfarotto e Debora Serracchiani a Firenze da Matteo Renzi per una inziativa di campagna elettorale. Prevediamo che il percorso sarà molto lungo e stiamo valutando con molta serenità anche perché tantissime persone ci chiedono di esprimere una nostra candidatura. Dopodiché questo va fatto innanzi tutto trovando un candidato e poi motivando la scelta di rompere in modo dichiarato con chi ha governato il partito finora. E’ un scelta molto radicale”.
Questa vostra posizione è anche riferibile alle richieste della vostra base. Che si è lamentata della vostra propensione a non esprimere un candidato. Dunque, la vostra scelta, forse non propriamente “radicale” ma comunque molto forte va nel senso di ascoltare le critiche montate dalla base stessa. E’ così?
“Sì. La base si è incazzata con noi perché noi a febbraio non siamo riusciti a candidare nessuno, a fare massa critica contro l’elezione di Franceschini. Quindi la seconda volta l’errore non lo vogliamo fare. Quindi vogliamo esserci, ma con gli strumenti giusti. Non vogliamo neanche forzare un gruppo di persone, che tutto sommato è assolutamente minoritario in questo momento, a fare delle scelte che non fossero coerenti con la qualità della sfida. Non credo che possiamo permettercelo. Bisogna essere seri. Noi continuiamo a lavorare, intanto vediamo grande confusione, vediamo il riproporsi dello schema D’Alema-Veltroni con due prestanome, perché per ora sono stati qualificati così, ed anche l’ingombro che soprattutto D’Alema rappresenta, in quanto il ritorno di Veltroni ha significato. Per cui noi ci sottraiamo a queste logiche e ci manteniamo su un profilo che è quello che chiede la base che aldilà del nome del segretario vuol sapere cosa vuol fare questo partito”.
Le regole del congresso penalizzano gli outsiders?
“Si, le regole del congresso penalizzano chiunque non solo gli outsiders. Bisogna già essere segretario per essere eletto segretario. Come ricorda Scalfarotto anche per condurre Superquark bisogna essere figlio di Piero Angela. In questo caso la stessa persona si perpetua, perché con queste regole di ingresso lo statuto complica la vita tanto che anche Obama avrebbe faticato in Italia con questo sistema”.
Ma è vero che erano quelle stabilite dall’inizio…
“Sì, sono stabilite da uno statuto che invece di comporre in una sintesi decorosa lo spirito delle primarie con quello di un partito che si fonda su un congresso ha sovrapposto le due cose e le ha abbinate con un grande pasticcio. Noi lo sosteniamo da tempo e ovviamente finchè le cose non si manifestano non sono ritenute problematiche. Adesso che c’è un congresso ci si rende conto che per partecipare bisogna già avere un successo strepitoso. E’ come con in tuffi olimpionici con un coefficiente di difficoltà molto alto: si pensa di prendere la medaglia d’oro e poi si rischia sbattere la testa sul bordo della piscina”.
Restiamo un momento sul tema dei nomi. Secondo molti lei è il più autorevole candidato alla segreteria futura del partito nel caso in cui la vostra componente dovesse diventare maggioritaria. E, comunque, in molti sondaggi a riguardo, soprattutto in rete, è spesso risultato il più votato (anche e soprattutto nel confronto con i “big”). Che ne pensa?
“Intanto non sono d’accordo con il fatto che sono il più autorevole candidato, perché di autorevolezza fresca e nuova ce n’è tanta e il caso di Debora non fa che confermarlo. Ma lo stesso Ivan Scalfarotto, ci sono tante persone che hanno grandi qualità rispetto alle quali io sono parte della squadra. Oggi un amico fiorentino mi ha detto che devo fare il mediano di questa squadra. Io speravo di fare il regista, ma va bene anche il mediano. E’ chiaro che poi in rete c’è questa esigenza di nuovo, poiché la rete esprime il parere più spassionato o appassionato, a seconda dei punti di vista per cui meno calcolato. E dalla rete già a febbraio venne questo messaggio fortissimo della scelta di un nome nuovo rispetto quelli già noti. Quindi è chiaro che non è una questione che riguarda Giuseppe Civati, ma che riguarda il Pd e le figure che sembrano emergere. Io sono molto modesto, ma lo sono seriamente perché poi la sfida è improbabile. L’”improbabile hope” di Obama, noi invece abbiamo bisogno di molta probabilità”.
Quindi lei non ha mai pensato di candidarsi già a questo congresso?
“Io non ho mai pensato di candidarmi alla segreteria. Fino a tre mesi fa, prima che combinassero dei disastri mai visti i nostri attuali-precedenti dirigenti, me ne stavo a fare il mio lavoro di consigliere regionale. Ho visto tanti giornali che parlano del fatto che ho preso tanti voti, segnalo che è successo quattro anni fa ed il fatto che non se ne fosse accorto nessuno prima è già molto sospetto. Ci vuole senso della misura e delle proporzioni. E poi è un sfida che è solo collettiva non è la sfida di uno solo ed è evidentemente da valutare con grandissima attenzione e soprattutto partendo dall’offerta già in campo, e questo vale sia per Franceschini che per Bersani che per chiunque altro: se questa offerta dovesse qualificarsi meglio, magari con qualche proposta non solo con il nome dei segretari, perché per ora c’è solo questo, la nostra posizione potrebbe anche cambiare. Noi ci manteniamo sulla nostra linea che è quella di costruire un pacchetto di proposte, iniziative, idee per il Pd ed il Lingotto del 27 giugno sarà la sede in cui l’esprimeremo”.
Ecco, cosa verrà deciso il 27 a Torino?
“Più che deciso verrà raccolto al Lingotto, perché proprio per questo spirito di comunicazione con la base, che ci sembra uno dei problemi principali del Pd, noi raccoglieremo dai coordinatori di circoli dagli amministratori locali dalle figure di singoli elettori, dei contributi perché questo congresso sia indirizzato verso soglie di comprensione della realtà un po’ più ampie. Quindi con la possibilità di interloquire di più con la società italiana e di aprire un dibattito culturale vero e di farlo con un metodo finalmente efficiente e democratico. Come dice Renzi: “PDPD” ossia “Partito Democratico Per Davvero”. Innanzi tutto il Lingotto sarà questo. Ci sarà una grande assemblea, una Woodstock democratica come l’abbiamo definita in cui confluiranno tutti senza sapere da dove vengono, ma per capire dove vogliono andare. E’ una sorta di pre-congresso senza ambizioni particolari di sostituirsi a quello vero, ma per dare a quest’ultimo gli strumenti nuovi, delle formule forse meno burocratiche, forse meno rituali”.
Qual è la sua, la vostra idea dell’Italia, la vostra piattaforma?
“La mia idea dell’Italia è che l’Italia non è quella della Dc e del Pci. E’ cambiata profondamente, è cambiato innanzi tutto il lavoro quindi il tessuto sociale. Si è allargata notevolmente negli ultimi anni la forbice tra ricchezza e povertà. L’una è cresciuta per pochi, l’altra per tanti portandosi dietro una forma di indigenza sconosciuta alla generazione dei nostri genitori. C’è la questione profonda e drammatica rispetto alla quale il Pd deve trovare formule più efficaci da una parte parlando finalmente di integrazione, perché in Italia manca una politica dell’integrazione, dall’altra tenendo ben presente il problema della sicurezza. Io credo che la frase secondo cui la sicurezza non è né di destra né di sinistra sia una grande scemata, anche l’ignoranza non è né di destra né di sinistra, ma quel modo di interpretare la sicurezza è assolutamente di destra. Noi, però, dobbiamo riuscire a ricondurre il desiderio di essere sicuri, che è uno dei temi del pensiero politico da sempre perché il liberale Locke aveva questa preoccupazione, di dare la sicurezza ai cittadini, il sovrano serviva a quello anche nella filosofia classica. Questo è un tema che c’è ma va interpretato con gli strumenti della razionalità e non dell’emotività. Io vedo l’Italia come un paese molto stanco e rassegnato, che non investe su stesso che sta sbandando e ovviamente non si possono imporre dei modelli astratti, bisogna capire come accompagnare questa auto impazzita. Ci vogliono i doppi comandi, bisogna rimettere in carreggiata un veicolo che non è ecologico, in quanto siamo un paese molto inquinato, e che non trova più la direzione. Quindi bisogna saper valutare quali sono i punti di forza e le possibilità che ci sono in questo paese. L’immigrazione è uno di questi, ma anche i diritti civili sono un altro tema recidivo, l’ambiente noi lo viviamo ancora come scontro tra tecnologia e ambiente e questa diventa la voce più importante dell’economia di un paese, e noi pur essendo assolati come pochi non riusciamo a capirla questa cosa. Abbiamo per esempio una riflessione da fare sulla difesa del territorio. Il territorio italiano ed il suo paesaggio sono una fonte importante di ricchezza che è stata massacrata. E quando arriva un piano casa come quello di Berlusconi ci si preoccupa di aumentare il 10-20% di una casa. Noi dovremmo rovesciare la questione. Ragionare su quanto sfitto c’è, con quale incapacità il mercato immobiliare si muove in questo paese sempre penalizzando chi cerca casa. Il piano casa negli altri paesi non è costruire di più, ma dare casa ai cittadini. Ecco forse il Pd dovrebbe diventare il “partito della casa” nel senso buono del termine. Cioè, dovrebbe qualificarsi su una battaglia politica di grande valore come quella. Tenga conto che la casa per i nostri genitori incideva per un quarto del reddito ed ora incide per più della metà. Visto che si parlava di sicurezza, una delle sicurezze più importanti è quella economica. Per cui, vede come le questioni si tengono. Ci vuole un progetto politico organico che parli da Aosta a Capo Passero e lo faccia con quegli strumenti anche nuovi che ci sono. Perché la preoccupazione principale del nostro gruppo non è solo dare le risposte ma anche porre le domande nel mondo giusto, in quanto l’impressione è che le questione del centrosinistra negli anni siano state sbagliate”.
Come giudica la mancata elezione di Scalfarotto?
“Con un grande dispiacere. In realtà il risultato di Ivan è molto buono in termini quantitativi. Ventitremila persone non riconducibili a nessuna organizzazione di partito, cioè hanno espresso un voto libero sono davvero tante. Purtroppo una elezione si valuta dal fatto di essere stati eletti e quindi si sarebbe dovuto lavorare di più per avere un sostegno maggiore dal partito istituzionale. Come lei saprà io ho votato Panzieri, Toia e Scalfarotto, se tutti avessero fatto allo stesso modo mantenendo la tradizione e lanciando elementi nuovi… Ivan ha preso voti dappertutto, voti d’opinione, voti non organizzati mettiamola così ma non ha potuto contare su un forte appoggio del partito”.
E’ questa la differenza tra Scalfarotto e Serracchiani?
“La Serracchiani è una fuori classe nel senso più tecnico del termine. Ha avuto un grande risalto sui media soprattutto del circuito di centrosinistra più tradizionali perché l’Unità è stato il primo giornale a farle una grande campagna straordinaria, giusta che condivido. Quando si può contare su un simile effetto novità, giovane, donna, brava, capace di colpire nell’immaginario ovviamente saltano quei parametri che le dicevo. Però in molte situazioni tra Torino e Genova pur ottimi candidati sono stati eletti con il sostegno del partito”.
Perchè quindi tra voi e la dirigenza attuale non nasce un rapporto di mutua collaborazione?
“In realtà non è vero. Noi l’abbiamo sempre cercato, ci siamo scocciati perché nessuno ci ha filato per anni. Io esco in libreria con un libro che si chiama “Nostalgia del futuro” che si apre con un lettera che io scrissi per Veltroni in cui si chiedeva di coinvolgerci in una collaborazione sapendo che i punti di vista potevano essere aperti anche al diverso, all’altro. Dopodiché nessuna risposta, e dopo quella lettera di appelli ne sono caduti molti perché si è scelta un linea più conservatrice. Si è voluto conservare un modo di fare politica che è superato. Questo non vuol dire che noi abbiamo la risposta a tutti i problemi, ma ci rendiamo conto che forse le risposte non sono adeguate, non arrivano le soluzione sperate, bisogna guardarsi intorno e fare magari un passo indietro. Il nostro non è mai stato un guanto di sfida o una contrapposizione, è sempre stato un appello alla collaborazione. E’ chiaro che adesso la collaborazione deve svilupparsi in un dibattito molto ideale. Altrimenti il desiderio di chiarezza andrebbe vanificato. Questo è il momento di fare i conti non solo delle tessere, i conti della nostra offerta politica e del rapporto con gli elettori e di un tema che mi ossessiona: smettiamola di parlare di noi e parliamo di ciò i cittadini vivono sulla loro pelle dalla mattina alla sera e magari anche quando dormono perché certe paure certe insicurezze certi sogni si fanno soprattutto di notte”.

Carmine Finelli

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