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***L’opinione delle grandi firme***
LE “OTHER OPTIONS” MILITARI DI OBAMA di PAOLO GUZZANTI

giugno 16, 2009 di Redazione 

Interessantissima analisi geopolitica della grande firma de “il Giornale” e di “Panorama”. Guzzanti affronta lo scacchiere americano dopo le elezioni in Iran e gli ultimi “esperimenti” della Corea del Nord. Ora «Obama dice e autorizza a dire che il dialogo non basta e che con i due paesi occorre anche preparare “other options”, vale a dire prepararsi anche in un futuro non lontanissimo all’opzione militare». Un grande pezzo dell’ex vicedirettore del quotidiano della famiglia Berlusconi sul giornale numero uno. Da non perdere. Buona lettura.

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

Tutti si chiedono adesso che cosa farà Obama, dopo aver incassato due apparenti sconfitte dalla rielezione di Mahmud Ahmadinejad a Teheran e dal nuovo test nucleare nella Corea del Nord di Kim Jong. La prima risposta che viene da dare è che Obama non incassa alcuna sconfitta, ma si limita a disporre sulla tavola la tabella ordinata degli elementi della sua politica estera.
Il presidente americano si comporta come un empirista inglese, più che un pragmatico americano. Il suo approccio ai problemi del pianeta è costante e radicale: partire da zero e, dopo aver azzerato tutto, aprire il dialogo e vedere dove si arriva. Se e quando la carta del dialogo non produce effetti, o ne produce meno veloci e intensi del desiderato, sa di dover passare ad “altre opzioni”. Tutti capiscono che, quando in America si usa l’espressione “other options”, si intende includere nel loro bouquet proprio quella che fino a quel momento era stata ideologicamente esclusa, e cioè l’opzione militare. L’avanzamento di questa tabella è ben visibile nel caso coreano, avendo il capo della diplomazia Hillary Clinton già parlato della necessità di «difendere i nostri alleati dalla provocazione».
E probabile che i coreani abbiano voluto con il loro test nucleare testare il nuovo presidente americano per fargli mettere le carte in tavola, ed è dunque empiricamente certo che la prima carta in tavola che viene calata a Washington è quella di una possibile risposta militare, dopo l’esaurimento delle altre opzioni, per dimostrare non soltanto ai coreani che esiste una linea di confine fra ideologia e pragmatismo e in definitiva fra pace e guerra.
La questione iraniana è più bruciante, in un certo senso, della già bruciante bomba nucleare coreana, accompagnata quest’ultima dal lancio di missili a medio raggio che mandano in bestia Cina e Giappone. Come se non bastasse, elementi di intelligence assicurano che esiste un patto operativo fra Iran e Corea per un reciproco sostegno tecnico, militare e politico. A Teheran il rieletto Ahmadinejad ha subito dichiarato “chiusa” la questione dello sviluppo nucleare a scopi pacifici, ma facilmente convertibile in militare perché sottratto al controllo delle Nazioni Unite, affermando quindi la propria indisponibilità a trattare di nuovo l’argomento. Con l’Iran l’approccio è stato quello che sappiamo: azzerare, ripartire da capo con un “fresh start”, dare tutta la colpa del deterioramento alle amministrazioni repubblicane guerrafondaie e sedere allo stesso tavolo parlando lo stesso linguaggio. Ma gli sciiti iraniani non si sono impressionati e anzi hanno masticato fiele per l’enorme apertura di credito al mondo sunnita avvenuta al Cairo la settimana scorsa.
Ciò ha condotto a un potenziale rimescolamento di carte dalle conseguenze incalcolabili e, nell’incalcolabile, anche ipoteticamente catastrofiche. Gli israeliani, ad esempio, sentendosi pugnalati alla schiena dalla prima amministrazione americana che sbatte loro pubblicamente in faccia le proprie divergenze su questioni di vita o di morte come insediamenti e Stato palestinese, hanno aperto un giro di tavolo con Putin quando il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è andato a San Pietroburgo per discutere di aerei automatici senza pilota, gli stessi che hanno massacrato gli aerei con pilota russi durante l’invasione della Georgia.
I russi, incapaci come sempre di produrre tecnologia, hanno chiesto di comperarne alcuni esemplari e Israele tratta, sapendo di lanciare così un segnale ostile allo stesso Obama che ha lanciato un segnale ostile a Gerusalemme e che sa di dover dipendere dalla Russia in Afghanistan.
Ciò pone il presidente americano in una situazione delicata, ma calcolata. Che gli iraniani rispondessero picche era previsto; che Israele avrebbe emesso contro-segnali di risposta adeguati era previsto; che Pyongyang se ne sarebbe infischiata dei moniti del potente think tank governativo Center for New American Security, uno strumento di analisi voluto da Bush e usato ora da Obama, era scontato.
Se dovessimo descrivere il presidente americano allo stato attuale in una scena di teatro, lo immagineremmo davanti a un mappamondo con aria pensosa, ma non disperata né sorpresa: le cose per lui vanno tanto male quanto i suoi consiglieri gli avevano già prefigurato. Ma l’«obamismo», se non prendiamo un granchio, consiste proprio in questo: nel dedicare tutto il tempo possibile a eliminare qualsiasi futura condanna dell’operato americano, dimostrando fin da oggi che si sta facendo, si è fatto e si farà tutto quel che è umanamente possibile per trattare una situazione ad alto rischio con strumenti diplomatici, multilaterali e politici, fino tanto che i rischi lo permettono.
E qui veniamo al punto. L’Iran ha di fronte a sé una sua “dead line”, un punto di non ritorno oltre il quale non si può andare ed è collocato dagli esperti a dicembre: se l’Iran seguiterà a procedere come ha fatto finora nella sua produzione atomica, a dicembre sarà avvenuto l’irreversibile. La bomba sarà una realtà e l’America dovrà essere pronta ad affrontare una situazione militare che non dipenderà solo da lei ma da anche da Gerusalemme, che si sente nel mirino del dittatore iraniano.
Lo stesso sta accadendo con la Corea dove però sono le Nazioni Unite a dettare l’agenda e gli ultimatum che quasi certamente Pyongyang ignorerà e che dunque prima o poi potrebbero produrre conseguenze. L’ultima volta che le Nazioni Unite provocarono conseguenze in Corea fu nel 1950 quando Kim Il Sung ordinò l’invasione della Corea del Sud separata sulla linea del 38° parallelo. Il peso della guerra dell’Onu contro la Corea fu quasi interamente sostenuto dall’esercito americano che combatté un conflitto sanguinoso e altalenante fino al 1953, quando si tornò in pratica alle posizioni di partenza.
Come se non bastasse, l’opinione pubblica americana è indignata con il governo di Pyongyang per la condanna a 12 anni di lavori forzati inflitti a due giornaliste americane, entrambe reporter di Current Tv. La loro condanna è da giorni la prima notizia sulla Cnn e delle altri maggiori catene americane e dunque Obama non può permettersi un’eccessiva morbidezza con i coreani.
Si può concludere dunque che per l’amministrazione Obama tutti i nodi stanno venendo al pettine in maniera precipitosa e congestionata, con l’accavallarsi di altri problemi concomitanti e altri ancora di natura nuova come i possibili sviluppi del rapporto che si sta sviluppando (presumibilmente a spese della Georgia, che aveva appaltato l’addestramento militare a Israele) fra Mosca e Gerusalemme.
Di sicuro a Washington la diplomazia non mostra visibili segni di ansia, ma è altrettanto certo che il Pentagono è entrato automaticamente nella nuova fase delle possibili “opzioni” su entrambi i teatri, sia coreano che iraniano. Naturalmente l’amministrazione Obama vede l’eventualità di un qualsiasi possibile intervento armato o anche di forte pressione diplomatica agitando quella militare, come il fumo negli occhi per motivi sia politici generali che economici. Con una crisi che negli Usa non si considera affatto finita e forse nemmeno realmente cominciata (Forbes prevedeva l’arrivo “della vera crisi” più o meno fra un paio d’anni), l’eventualità di aumentare la spesa militare è vista malissimo anche per un problema di immagine: se Obama dovesse riconoscere che in fondo, malgrado tutte le buone intenzioni e le aperture verbali, alla fine occorre ricorrere comunque al fucile e alle cannoniere, per lui sarebbe una sconfitta politica che permetterebbe ai repubblicani di gridare non a torto «noi l’abbiamo sempre detto».
Ma Obama non è un ingenuo ed è circondato dai migliori cervelli, tecnici, diplomatici, esperti dei diversi teatri ed è inoltre abbastanza giovane e immacolato da potersi permettere gesti inattesi. La sua abilità è del resto quella di affascinare attraverso una forma di discorso morale fondato sui principi: quel genere di discorso cui gli americani sono in genere molto sensibili.
Dunque oggi possiamo dire che Obama si trova di fronte al primo vero banco di prova su cui si deciderà se quella militare è una possibile “other options”. Il tempo non gli consente di trastullarsi più di tanto. Più probabilmente saranno i temi a dettare la sua agenda e ciò che conta per Obama è non farsi trovare sorpreso né impreparato.

PAOLO GUZZANTI

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