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Diario politico. Berlusconi vede Obama Veltroni: “Tornare a spirito del Lingotto”

giugno 15, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Carmine Finelli. Tra poche ore conosceremo l’esito del primo colloquio del premier con il presidente Usa. La giornata scorre per il resto tranquilla con un solo sussulto del quale vi abbiamo anticipato nel pomeriggio: l’ex segretario del Pd annuncia un incontro il 2 luglio al Teatro Capranica a Roma dal quale, tra l’altro, verrà lanciato il sostegno alla ricandidatura di Franceschini. “Deciderò dopo i ballottaggi”, dice l’attuale segretario. E apriamo una serie di finestre sul referendum del 21 e 22 giugno, del quale continueremo a parlarvi fino a domenica. Il racconto.

Nella foto, Walter Veltroni

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di Carmine FINELLI

Giornata tranquilla per la politica italiana. A regalare qualche piccola suggestione è il maggiore partito d’opposizione: il Partito Democratico di Dario Franceschini. Stretto da un lato dall’imminente consultazione elettorale per i ballottaggi, dall’altro tiene banco la questione congressuale. Tra leader, nuovi o presunti, ne spunta uno che il suo tempo lo ha già fatto. Si tratta di Walter veltroni che ritorna sulla scena politica, dopo mesi di silenzio, e lo fa in grande stile. L’ex segretario del Pd, difatti, convoca un manifestazione per il 2 luglio prossimo pubblicando un lettera su Facebook. Una celebrazione dei due anni del Partito Democratico, fissata appunto due anni dopo il Lingotto. Pur asserendo di voler “rimanere fuori da una certa battaglia politica” Veltroni rilancia il progetto del Pd. Secondo l’ex segretario bisogna evitare pericolosi “ritorni al passato” e concentrarsi sul futuro. Per Walter Veltroni il tempo, dal discorso del Lingotto, “non è trascorso invano”. La manifestazione del 2 luglio “sarà il modo per dire che i grandi obiettivi attorno ai quali ci eravamo ritrovati allora, “fare un’Italia nuova”, unire gli italiani, aprire una nuova stagione di governo per il Paese, sono gli stessi di quelli che oggi attendono il Partito Democratico. Dovremo tutti esserne all’altezza”. Secondo Veltroni il Partito Democratico è frutto del lavoro del “popolo delle primarie” che “ha fatto nascere il Partito Democratico”. “In Italia – continua – c’è finalmente una grande forza che unisce le tradizioni e le nuove idee dei riformisti. Il sogno che alcuni di noi coltivavano da anni si è realizzato”. Tuttavia, il suo intervento è dovuto al rischio che il progetto del Pd sta correndo in questi mesi, come ammette lo stesso ex segretario: “Se ritengo opportuno, in questo momento, tornare a dire quel che penso, è perché avverto che il nostro progetto, il progetto del Partito Democratico, è messo in discussione. È perché sento che attorno ad esso si muovono richiami antichi, perché le tensioni tornano e aumentano, perché si arriva dire che forse sarebbe meglio lasciar perdere il Pd oppure ridurne le ambizioni”. Poi puntualizza: “Vorrei essere chiaro io sono e rimarrò fuori da un certo tipo di battaglia politica. Una cosa, però, sento di doverla sottolineare: di tutto abbiamo bisogno, tranne che di ritorni ad un passato che ha poco da dire. Ci vuole più riformismo, più modernità, non il ritorno ad antiche e inesistenti certezze”. In ogni caso il Pd ha davanti a sé “possibilità enormi, molto più grandi di quanto il quadro complessivo e la nostra attuale situazione potrebbero far pensare. Una lunga stagione, per la destra e i conservatori, si sta chiudendo. Anche, se non soprattutto, in Italia, dove molti segnali stanno dimostrando che il “berlusconismo” ha iniziato la sua parabola discendente”. Ma ciò, come ammonisce lo stesso Veltroni, non vuol dire automaticamente che il Partito Democratico possa vincere le prossime battaglie. Per farlo c’è bisogno di una attenta analisi delle politiche sviluppate sinora per “evitare di ripetere gli errori compiuti e correggendo radicalmente un modo di essere e di fare che ci ha fatto solo male. Penso ovviamente ai mesi successivi alle elezioni politiche di un anno fa. Una sconfitta è una sconfitta, e questo ha significato, per la sfida di governo lanciata dal Pd, il risultato di quel voto. Ma da una sconfitta – sostiene – un partito, in particolare se è nato da pochi mesi e se raggiunge il 33% e oltre dei voti, può tranquillamente ripartire, per radicarsi e per affermare le proprie idee. Soprattutto se a sostenerle ci sono la passione di milioni di persone che hanno appena dimostrato, con una straordinaria campagna elettorale, di esserci, di voler partecipare, di crederci. Invece questa passione è stata delusa, queste persone sono state disorientate. Il Partito Democratico – aggiunge l’ex segretario – è apparso subito impegnato più in laceranti e troppo spesso sotterranei scontri interni, più in un gioco perverso di posizionamenti individuali e di manovre di corrente, che in un convinto e unitario lavoro comune. Io queste dinamiche, forse per una certa estraneità ad esse, non sono riuscito ad impedirle come avrei voluto. E per non essere riuscito a garantire la loro fine, ho scelto di dimettermi, assumendomi responsabilità anche non mie, come si fa quando si intende così la politica: come un servizio, con le ambizioni personali messe decisamente al secondo posto rispetto agli obiettivi comuni. Anche per questo – conclude – nei mesi passati, ho evitato ogni polemica, ogni recriminazione, ogni atteggiamento di distanza, ogni intervista malevola. E ho voluto assicurare a Dario Franceschini, al suo sforzo intelligente, un sostegno leale e sincero”.

Berlusconi. L’affastellarsi degli esponenti del Partito Democratico nel trovare la giusta ricetta per la “risurrezione”, offusca la visita di Silvio Berlusconi alla Casa Bianca. Il presidente del Consiglio, giunto ieri negli States, inizia oggi la serie di incontri previsti dal protocollo.
Nella stanza ovale della Casa Bianca sono il presidente Barack Obama ed il segretario di Stato Hillary Clinton ad accogliere la delegazione italiana. Un incontro durato quasi un’ora nel quale sono state prese importanti decisioni, in particolare per ciò che concerne la guerra al terrorismo. Gli Stati Uniti, infatti, invitano il nostro paese a sostenere la missione in Afghanistan attraverso l’invio di altri 500 militari. Un impegno che cambierà la sostanza dell’azione italiana in Afghanistan, come da tempo chiedono gli Stati Uniti. Tuttavia, la possibilità che la richiesta venga accolta è vincolata dalla possibilità di accesso dell’Italia alle informazioni sensibili. Punto sul quale non c’è un totale accordo tra le due delegazioni.
La visita del Cavaliere negli Stati Uniti non è stata guastata dalle dichiarazioni, rilasciate ieri, di Massimo D’Alema. “L’ultima cosa di cui mi preoccupo sono le illusioni di un’opposizione che è a pezzi” afferma il capo del governo.

Referendum. Intanto in Italia va avanti la campagna elettorale per il referendum. Nonostante gli enormi sforzi del comitato promotore il voto referendario non sembra solleticare la voglia di recarsi alle urne degli italiani. Secondo un sondaggio di Renato Mannheimer pubblicato sul Corriere della Sera, circa un italiano su due non sa che si vota per il referendum. E’ del 47% , infatti, la percentuale di coloro che ignorano la consultazione elettorale per abolire alcune parti della vigente legge elettorale. L’informazione cresce tra coloro che hanno un titolo di studio elevato, anche se non tutti andranno a votare. Anzi l’astensionismo, anche tra gli informati, assume percentuali elevate. Solo il 20% degli intervistati si dichiara indeciso, mentre il restante 33% non sa se recarsi alle urne.

Carmine Finelli

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