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Pd, l’intervista a Scalfarotto: ‘Sì a Franceschini leader-traghettatore’

giugno 15, 2009 di Redazione 

Nelle ore in cui Walter Veltroni scende in campo per sostenere la ricandidatura dell’attuale segre- tario (ne parleremo ampiamente nel Diario di stasera), il giornale della politica italiana “raccoglie” la disponibilità della componente del rinnovamento del Pd a “seguire con attenzione” questa ipotesi. Ivan Scalfarotto è uno dei leader – con Giuseppe Civati e Debora Serracchiani – dei cosiddetti “piombini”, il gruppo di giovani personalità Democratiche che punta alla sostituzione dell’attuale dirigenza per varare un “cambiamento” radicale. il Politico.it darà spazio in queste settimane ad alcuni dei suoi esponenti sulla strada verso l’assise di ottobre. Non potevamo che cominciare con l’ex candidato alle primarie dell’Unione, con il quale partiamo dalla sua mancata elezione a Strasburgo. Sentiamo.

Nella foto, Ivan Scalfarotto

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di Matteo PATRONE

Scalfarotto, cosa non è andata nella sua campagna elettorale per le Europee? Una persona che se ne intende nei giorni scorsi mi ha detto: “Scalfarotto non ce l’ha fatta perché, a differenza di Serracchiani in Friuli, non ha avuto l’appoggio del suo partito”. E’ così?
«Il mancato appoggio del Partito è stato determinante: la mia candidatura è stata sollecitata ed espressa dalla Federazione Provinciale di Milano e ratificata dal Regionale della Lombardia, ma nessuna federazione provinciale del nord-ovest, nemmeno la mia, quella milanese, ha mai fatto ufficialmente il mio nome tra quelli dei candidati da votare. Di fatto ho raccolto solo un voto puramente di opinione, insufficiente per essere eletto ma sufficiente a dire che più di 23 mila persone hanno appoggiato i temi della laicità, della meritocrazia, dei diritti civili, della mobilità sociale e che queste persone richiedono rappresentanza all’interno di questo partito».
Sembra che solo il 5% degli elettori abbia seguito la campagna elettorale su internet. Il suo risultato conferma che la rete non conta (ancora) nulla, da noi?
«Beh, i miei 23 mila elettori dovranno pur essere saltati fuori da qualche parte. Non avendo fatto grandi apparizioni televisive e avendo un collegio così vasto, nel quale ho potuto raggiungere solo una piccola parte di elettori attraverso il contatto diretto, io credo che la rete sia stata determinante. Anche il sorgere della stella di Debora Serracchiani è stato determinato da YouTube, questo mi pare un dato di fatto».
Un altro spunto sulle Europee e poi passiamo ad altro. Sul nostro giornale Giulia Innocenzi ha scritto: “Plausibilmente i candidati più dispendiosi non avranno messo i soldi di tasca loro. Chi ha avuto interesse a finanziarli, oltre ai partiti? Chi rappresenteranno una volta seduti in Parlamento?”. Ha qualcosa da recriminare, da questo punto di vista?
«Io posso dire di aver speso 40 mila euro di tasca mia e di averne raccolti (anche via internet) circa 30 mila, con donazioni massime di mille euro. Con 70 mila euro ho potuto permettermi una campagna elettorale veramente minuscola rispetto a quello che sarebbe stato necessario in un collegio così grande. I miei colleghi che hanno fatto campagne faraoniche sicuramente ci diranno come sono stati finanziati e da chi. Certo, il fatto che tutti vogliano un sistema elettorale con le preferenze e che poi solo una minima parte dell’elettorato le esprima, deve farci riflettere se questo sistema elettorale, che crea costi assurdi e lotte intestine tra candidati dello stesso partito, abbia veramente un senso».
Tornando a lei, più di 23mila preferenze non sono state abbastanza, ma, come scrive anche sul suo blog, sono comunque qualcosa da cui ripartire.
«Riparto certamente dal gruppo dei “piombini”, chiamati così dal luogo della nostra prima riunione a Piombino. Una riunione alla quale parteciparono persone come Pippo Civati, Paola Concia, Sandro Gozi, Luca Sofri, Marianna Madia, Debora Serracchiani, Marta Meo e molti altri. Ci rivediamo a Torino, al Lingotto, il 27 di giugno per parlare del Pd, un partito la cui nascita ha sollevato enormi aspettative che sono ancora largamente inevase. Un partito nel quale dovremmo smettere di chiederci da dove veniamo e cominciare a discutere di dove stiamo andando».
A questo proposito, come si spiega che tra voi e la dirigenza attuale non scoppia, per così dire, l’amore?
«Perché chi gestisce il partito non ha ancora capito che parte essenziale e delicatissima della responsabilità di una qualsiasi classe dirigente è preparare la propria successione. Né Debora né io siamo stati individuati e formati dall’attuale gruppo dirigente, ma siamo emersi in fondo spontaneamente o abbastanza casualmente. Al contrario si preferisce cooptare giovani virgulti, attraverso una legge elettorale che si presta perfettamente all’uopo, che garantiscano il massimo della lealtà: un meccanismo simile a quello usato dai baroni nelle nostre università, con i risultati che conosciamo per la povera ricerca italiana. Nel partito esiste un enorme quantità di talento che langue per l’inettitudine di una classe dirigente che, nel disinteressarsi completamente del futuro, dimostra un interesse più rivolto alla propria personale sopravvivenza che al benessere delle istituzioni che dirige».
Al contrario, dall’esterno arrivano manifestazioni di interesse. Diamo una notizia: Daniela Santus le ha promesso il suo sostegno.
«Vero. Lei, finiana di ferro, della fondazione “Fare Futuro” mi ha scritto una mail in campagna elettorale dicendomi che era ora di smettere di pensare alla differenza tra “right” e “left” e cominciare a pensare alla differenza tra “right” e “wrong”. Convincente, no?».
E confortante. Ma torniamo al Pd: come esce, a suo giudizio, da questa tornata elettorale?
«Il Pd ne esce a pezzi, il risultato elettorale è drammaticamente negativo. Questo 26% sancisce la vittoria definitiva di Berlusconi su questo Pd e sui partiti che al Pd hanno dato origine. Qualsiasi attuale leader del Pd sfidasse oggi Berlusconi per il governo perderebbe di sicuro. Bisogna dunque capire che nel 2013 nessuno tra chi oggi guida il partito può accreditarsi come un candidato alla guida del Paese».
A questo proposito voi siete da tempo portatori di un’istanza forte di rinnovamento. E a quanto ci dice l’esito delle elezioni la rafforza. Ma le valutazioni dei dirigenti attuali sembrano portare ad un’altra conclusione.
«Abbiamo perso quattro milioni di voti. L’unica possibilità è riconoscere la sconfitta, mettere un punto e ricominciare daccapo. Possiamo battere questa brutta destra solo essendo capaci di formulare un racconto credibile dell’Italia di oggi, e, soprattutto di domani».
Dall’assemblea del 27 uscirà questo o una strategia per il congresso?
«Questo. Il racconto di un’Italia “contemporanea”, di un’Italia che si confronta in modo aperto e consapevole con le tematiche del nostro tempo: la multiculturalità, le tecnologie, la ricerca, l’ambiente, il lavoro nel tempo della flessibilità e della precarietà, l’Europa. Un’Italia letta ed interpretata da chi vive in questo tempo ed è interessato a sapere come sarà l’Italia del 2030 per il semplice fatto che ci sarà ancora».
Al congresso, invece, Debora Serracchiani sarà la vostra candidata alla segreteria?
«Non credo avremo per il momento un candidato alla segreteria, ma nel gruppo ci sono sicuramente molte persone che potrebbero legittimamente aspirare a posizioni di rilevante responsabilità nel Partito e nel Paese. Debora inclusa».
Cosa pensa delle indiscrezioni di “Repubblica” sulla possibile discesa in campo in prima persona di D’Alema con svolta a sinistra e scissione al centro?
«Mi pare fantascienza. Dal Pd non si torna indietro. D’Alema segretario? Beh, se vogliamo darci seriamente al “vintage” potremmo sondare direttamente la disponibilità di Occhetto».
Qual è, invece, la vostra piattaforma? Qual è la vostra soluzione “ideologica e programmatica”, per usare le parole del presidente Prodi?
«Un paese aperto. Inclusivo. Rispettoso. Liberale. Dove si rispettino le leggi e si attui la Costituzione. Che prenda decisioni sempre tenendo di conto il futuro. Che pianifichi invece di limitarsi a reagire alle emergenze. Che si preoccupi di proteggere i più deboli e di dare opportunità ai meritevoli. Che non si livelli verso il basso. Libero dal cancro mafioso, integrato in Europa, dove sia desiderabile vivere e perseguire il proprio progetto individuale di vita. Un posto anche più felice, se posso dire così».
E tuttavia la vostra componente sembra rappresentare in larga parte soprattutto una sensibilità. Potreste davvero farvi garanti dell’unità? O il Pd, come scrive appunto Repubblica per D’Alema, è destinato – anche per voi, per lei – per darsi un profilo più chiaro, a dover scegliere tra sinistra e centro, tra definizione e compromesso politico?
«Nei grandi partiti delle democrazie mature albergano spesso linee e posizioni differenti che si confrontano e lavorano per diventare maggioritarie. Questo non mette a rischio l’unità dei partiti, ma al contrario consente loro di adattarsi bene al mutare dei tempi, ai cicli della storia. Quanto alle nostre posizioni, poi, non è necessariamente vero che siamo sull’ala sinistra su ogni argomento. Sui temi del lavoro, per esempio, sosteniamo tesi vicine a quelle di Boeri ed Ichino: l’aver consentito che in Italia convivessero lavoratori con pienezza di diritti e di garanzie (i padri) e lavoratori depredati anche della dignità, oltre che di qualsiasi possibilità di progettare il proprio futuro (i figli), è una delle più grandi responsabilità storiche della sinistra italiana degli ultimi decenni».
Tornando al pezzo di Giannini su Repubblica, si ventilava anche l’ipotesi di un affiancamento di Serracchiani a Franceschini come vicesegretaria.
«Riguardo alla candidatura Franceschini ci sono due possibili scenari, radicalmente diversi: se Franceschini si riproponesse alla segreteria come espressione dei gruppi consolidati di potere non credo potrà contare sull’appoggio di Serracchiani né di altre persone seriamente interessate al rinnovamento. Questo sarebbe molto male per il Pd e per l’Italia, perché consegnerebbe il paese ad un lunghissimo crepuscolo berlusconiano. Se invece Franceschini decidesse coraggiosamente di farsi traghettatore della transizione del Pd al ventunesimo secolo, una volta tagliati i ponti con il passato e con le figure che Berlusconi ha storicamente e politicamente definitivamente sconfitto, bisognerebbe seguirlo con attenzione».
Insomma, è ottimista per il futuro?
«Sì. Nonostante tutto sì. i tempi per il cambiamento sono maturi».

Matteo Patrone

Commenti

2 Responses to “Pd, l’intervista a Scalfarotto: ‘Sì a Franceschini leader-traghettatore’”

  1. Amerigo Rutigliano on giugno 16th, 2009 15.35

    Scalfarotto è l’eterno candidato trombato. Scalfarotto in tema di lavoro parla dei diritti depredati dei figli e delle garanzie dei padri.. Fortuna che ci sono state certe garanzie accupazionali per i padri dei figli depredati nei loro diritti, contrariamente avremmo ora non una ma due generazioni di sfigati …occupazionali e Scalfarotto che la prestato la sua opera nella grande madre Russia dovrebbe saper bene cosa significa per un padre tornare a casa senza un rublo ! Io parlerei di garanzie occupazionali sia per i padri che per i figli compresi i nipoti .

    Concordo con Scalfarotto circa le candidature …tutte cooptate grazie a Nutella Veltroni che è riuscito a fare a pezzi il centro sinistra italico più di come gli sarebbe potuto riuscire a Berlusconi che in realtà…. se ne sbatte.

    Il Partito Democratico esce frastornato dalle ultime elezioni europee e amministrative ? Certo ma non c’è stata una ecatombe. I voti persi dal PD sono stati acquisiti dl partito di Di Pietro, dlla sinistra radicale che in ogni caso non ha raggiunto il 4% dall’UDC…e dalla poca affluenza alle urne.

    Franceschini non potrà continuare ad essere il segretario del PD perchè lo stesso partito dovrà ripensarsi immettendo nel suo DNA se ne ha uno… il concetto del tutti dentro. Tutti dentro per divenire maggioranza di governo. Tutti dentro diversamente da come si era organizzata la ex Unione. Tutte dentro uno stesso contenitore organizzato cme il partito democratico americano o il laburista inglese. Occorre dunque un segretario non democristiano .

    Un partito vince se ha dentro di se sentimento e passione, se sa essere esso stesso una passione organizzata.

    Sin dai congressi di chiusura dei DS e Margherita il sottoscritto ebbe a dichiarare sugli organi di informazione che il progetto del PD era perdente e la candidatura alla segreteria di Walter Veltroni catastrofica…Nn si possono cancellare le radici e le fondamenta cui un grande partito nasce e si consolida. Il PD deve rappresentare una società moderna ed attuale senza mai gettare alle ortiche le sue origini che hanno fatto la storia della democrazia italiana.

    Sarò candidato anch’io alla segreteria nazionale come lo sono stato nelle primarie del 2006. Mi candiderò non per vincere come si può certamente immaginare ma, per dire la mia su come dovrebbe essere un partito riformista e riformatore, un partito di base e non di eletti, un partito del popolo e non dei burocrati, un partito aperto disposto contaminazioni e non una casta chiusa.

    Un progetto di ampio respiro che necessariamente dovrà vedere unito tutto le realtà del cetrosinistra italiano.

  2. Franco Balbo on giugno 17th, 2009 23.57

    Ciao Ivan,
    ho letto con attenzione la tua intervista. Come spesso accade condivido in pieno le tue analisi, le tue proposte e le tue idee. Devi sapere che quella marea di voti d”opinione” sono destinati a crescere.
    Prima o poi in molti capiranno che se si vuole bene a questo partito bisogna fare spazio a forze fresche ed innovative come te. E come te dentro il PD ce ne sono tante. Il problema è che la “vecchia” classe dirigente non gli dà spazio.
    Per queste ragioni non devi meravigliarti che nessuna federazione ha dato indicazione del tuo nome.
    La tua candidatura era veramente alternativa ai vecchi apparati. Sarebbe stato anomalo che i vecchi apparati indicassero di votare chi si candida al rinnovamento. Per queste ragioni devi essere fiero di non essere stato indicato dalla classe dirigente attuale cooptata dai due vecchi partiti e mai votata con le primarie. Infatti gran parte di loro si trovano i ncerti posti perchè legati a listoni preconfezionati durante l’elezione di Veltroni… (famoso 14 ottobre).
    Girando per Lecco… rappresenti tu come Civati, Serracchiani ed altri la speranza di tante persone, molti giovani ma anche meno giovani.
    Il vero problema che molti sono talmente disgustati da una certa classe dirigente che non entrano nei circoli, non si iscrivono e quindi al momento del voto per cambiare il PD all’interno…non hanno diritto di voto.
    Facciamo vedere che ci siamo..che qualcuno li rappresenta…e vedrai che usciranno a sostenerci…
    Per quanto riguarda il sostegno a Franceschini o a Bersani… non so quanto possano essere credibili agli occhi degli elettori. Hanno avuto tutto il tempo per cambiare il PD per non creare le correnti..ora ammettere di aver sbagliato fa piacere ma dire che loro stessi possono incarnare il rinnovamento mi risulta difficile.
    Franceschini è stato vice segretario a tempi di Veltroni… e quando Veltroni ha lasciato dicendo che non era riuscito a fare il PD che voleva per colpa dei “capibastone” …si è dato in ,mano il Partito al suo vice che coem tale ha almeno parte delle stesse colpe e non ho mai sentito ancora da nessuno che bisogna azzerare tutto e dare spazio ad idee e persone più fresche.
    E se lo dicono non so quanto possano essere credibili….
    Spero che a Torino su dei contenuti si converga anche per un leader a livello nazionale nuovo… o meglio innovativo.
    a presto
    Franco

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