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Referendum, per voi una grande scheda curata da Marianna Madia. Sì/no/non vado

giugno 15, 2009 di Redazione 

Un quadro neutro sulle leggi elettorali e sui quesiti, con la ricostruzione delle possibili ragioni per ogni scelta di voto (o non voto). Uno strumento imperdibile per farsi un’idea chiara su come votare (o non votare) oggi e domani. Sentiamo.

Nella foto, l’onorevole Marianna Madia

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di MARIANNA MADIA*

Continuo ad avere qualche perplessità sul referendum. Seguirò la linea del PD uscita dalla direzione nazionale e voterò sì. Sono tra i 169 deputati e senatori del PD che hanno firmato per il ritorno del Mattarellum. Certo è che, parlando con le persone, mi accorgo che sono davvero pochi ad aver capito di cosa si tratti. Vorrei dare un piccolo contributo con una scheda “neutrale” che illustra le ragioni del referendum e di chi sostiene le diverse scelte. Spero che questa scheda possa aiutare a decidere con convinzione.

Il Porcellum

L’attuale sistema elettorale per Camera e Senato, la legge 21 dicembre 2005 n. 270, fu approvata dalle Camere nella XIV legislatura. Venne definita dal suo stesso primo firmatario, il senatore Calderoli, una “porcata” (marzo 2006). Da allora il nomignolo Porcellum che la accompagna. E’ una ripartizione di voti proporzionale plurinominale, con diverse soglie di sbarramento e una lista bloccata di candidati. I candidati vengono eletti, in proporzione ai voti presi dalla lista, secondo l’ordine numerico, partendo dal capolista e discendendo ai successivi. La legge prevede il formarsi di coalizioni che indicano esplicitamente sulla scheda elettorale il candidato premier (sebbene questa indicazione non sia vincolante per il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio e per il Parlamento che gli vota la fiducia). Sugli sbarramenti esistono diverse norme:
per i “coalizzati” (cioè le liste che formano una coalizione composta da due o più membri) bisogna ottenere, per essere ammessi alla ripartizione dei voti alla Camera, almeno il 10%. Per il Senato, lo sbarramento di coalizione è al 20%. All’interno della coalizione, le singole liste devono ottenere almeno il 2% dei voti con l’aggiunta del miglior perdente coalizzato al di sotto di questa soglia (caso MPA). Per il Senato lo sbarramento interno è al 3%;
per i “non coalizzati” (cioè le liste che si presentano da sole) lo sbarramento è al 4% per la Camera e all’8% per il Senato;
in base al dettato costituzionale, l’elezione del Senato avviene su base regionale. Il premio di maggioranza funziona così: alla coalizione più votata vengono attribuiti 340 seggi (pari al 54%), alle coalizioni o alle singole liste ammesse vengono attribuiti i rimanenti 278 seggi (pari al 44%), mentre gli ultimi 12 (pari al 2%) sono quelli per gli italiani all’estero il cui sistema di elezione è completamente diverso.

Il Mattarellum

Il Mattarellum, la legge sostituita dal Porcellum (della quale 169 tra deputati e senatori PD hanno chiesto il ritorno) esordisce con le elezioni del 27-28 marzo 1994. Esso ha garantito per due volte l’alternanza degli schieramenti di governo. Deriva dal referendum del 18 aprile 1993 che aboliva parte della legge elettorale del Senato. Il Mattarellum attribuiva il 75% dei seggi su base maggioritaria uninominale a turno unico in 475 collegi Camera e 232 collegi Senato, mentre il rimanente 25% veniva assegnato proporzionalmente alle liste che superavano il 4% nazionale. Uno dei grandi problemi del Mattarellum era la disomogeneità delle coalizioni, registratasi sia nel 1996-2001 che nel 2001-2006. In tutti e due i casi, la disomogeneità è stata riscontrata nel rapporto dei partiti principali con delle forze intermedie: Rifondazione nel primo caso, Udc nel secondo.

Cosa vogliono i referendum

I referendum intendono abolire (I e II quesito) la parte di legge Porcellum che attribuisce il premio di maggioranza alla coalizione vincente. Di conseguenza, il premio di maggioranza (340 seggi) verrebbe attribuito alla lista vincente, purché essa superi il 4% alla Camera e l’8% al Senato. Queste ultime, cadendo il concetto di coalizione, rimangono come uniche soglie di sbarramento. L’altro quesito, il III, intende abrogare le candidature multiple presenti in diverse circoscrizioni. Ci si potrà candidare soltanto in una circoscrizione. Verrebbe a cessare la pratica delle “opzioni” che è molto comune a leader e dirigenti politici nazionali. La lista bloccata rimarrebbe in vigore.

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Ragioni del sì:

Il sì è sostenuto dal comitato promotore Segni-Guzzetta, dal PD e, almeno sino al 9 giugno, dal PDL. Ci sono tre ordini di motivazioni a sostegno del sì.

· La prima “di sistema” afferma che il referendum, se approvato, darebbe di fatto vita al bipartitismo. Non si avrebbero più veti, ricatti e contrasti interni, cessando la disomogeneità delle coalizioni. Soltanto grandi partiti di respiro nazionale potrebbero competere per la guida del paese. Inoltre il divieto di candidature multiple valorizzerebbe il legame dei candidati col territorio rendendo la vita più difficile a giochi di partito e candidati catapultati.

· La seconda ragione, sostenuta in ambienti PD, è di carattere più contingente. Si esacerberebbero i contrasti tra Lega e PDL; la maggioranza è già in sofferenza per il dualismo Fini-Berlusconi e per i problemi personali del premier. Berlusconi, Bossi e Fini tengono, in pratica, tre posizioni distanti e differenti sul referendum. Bossi lo avversa, Fini lo sostiene, Berlusconi lo sostiene ufficialmente ma non fa campagna. Inoltre si risolverebbe, per il centrosinistra, la questione del “voto utile”. Non si tratterebbe più di scegliere con quale partito piccolo o medio allearsi ma quale programma e quali candidati presentare come PD. Per l’elettorato progressista l’unica scelta per battere la destra rimarrebbe il PD evitando così nuovi fenomeni alla Di Pietro, cioè di una lista eletta all’ombra del PD che poi lo aggredisce e lo cannibalizza.

· La terza motivazione è sia “di sistema” sia politica. Un sì dei cittadini costringerebbe, di fatto, le forze politiche a costruire una maggioranza per la riforma elettorale in Parlamento. Il PD già vuole riformare la legge elettorale, gli altri sarebbero spinti a farlo. La Lega, IDV e UDC si potrebbero alleare col PD per una nuova legge elettorale. Oppure il partito di Bossi romperebbe col PDL portando il paese alle elezioni anticipate e mettendo in difficoltà Berlusconi che sarebbe costretto a presentarsi da solo. In ogni caso, si avrebbe un forte rimescolamento che potrebbe portare a degli scenari interessanti.

In sintesi

Sostengono i promotori che, dal punto di vista del PD, il referendum è strategico. Il ricatto della Lega sull’election day (“Bossi mi faceva cadere il governo” disse Berlusconi), la ritirata del premier dopo le europee, la posizione di Fini (che ha raccolto le firme prima delle elezioni del 2008 e che andrà a votare) dimostrano che il referendum è il principale ostacolo all’armonia del governo. Non sfruttarlo sarebbe un grande errore e un’occasione persa per distruggere il Porcellum.

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Ragioni del no

Ragioni dell’astensione

Bonino e Italia dei Valori sono per andare a votare ed esprimere un no. I radicali non vogliono tradire la loro vocazione referendaria con “scorciatoie alla Ruini” (Bonino). L’IDV ha contribuito alla raccolta delle firme ed era per il sì. Ha cambiato idea ma non si astiene. Il no rappresenta una opzione meno forte perché comunque alzerebbe il quorum. Si tratta di un contentino ai promotori. La giustificazione dell’IDV è che sarebbe impossibile ottenere l’abrogazione del Porcellum vista la dichiarazione di importanti esponenti del PDL (Cicchitto) che hanno affermato che in caso di vittoria del referendum la legge elettorale sarebbe esattamente quella uscita dalle urne. L’astensione vede impegnati diversi esponenti del PD (Bassanini, Chiti), la Lega, l’UDC (Tabacci è il presidente del comitato per l’astensione), le sinistre radicali. L’argomentazione principale dell’astensione, rispetto al no, è che non andando a votare non si raggiungerebbe il quorum previsto facendo sicuramente fallire il referendum. E’ già avvenuto nel 2004 per la legge 40 e nel 2003 per l’estensione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori. I principali argomenti di chi si oppone al referendum sono molto simili e sono i seguenti:

dare il premio di maggioranza è già antidemocratico (Chiti), darlo a una lista sul 35% (il risultato del PDL primo partito alle europee) equivarrebbe ad introdurre una nuova legge Acerbo (la cosiddetta “legge elettorale” del periodo fascista).
Si farebbe un regalo a Berlusconi che scaricherebbe gli alleati scomodi, andrebbe alle elezioni e governerebbe da solo.
Nulla impedisce, inoltre, ai partiti più piccoli di formare liste comuni con quelli più grandi salvo poi dividersi il giorno dopo le elezioni. Una pratica molto più facile per il centrodestra di quanto non sia per il centrosinistra, che ha una maggiore litigiosità.
Le liste bloccate non sono toccate. La più grande vergogna della legge elettorale rimarrebbe tale e quale e avrebbe anzi una nuova legittimità.
Dare il 54% dei seggi a un solo partito con il 35% favorirebbe la possibilità di cambiare la Costituzione che richiede un quorum dei 2/3 dei membri del Parlamento. Trovare questi 2/3 sarebbe più semplice di quanto non sia adesso. La lista più votata, alleandosi con due forze minori ad esempio, li avrebbe e non ci potrebbe essere un referendum costituzionale di conferma, come accaduto nel 2006 con il progetto di devolution.

In sintesi

Sostengono i detrattori del referendum che la legge che ne uscirebbe fuori è peggiore di quella attuale. Essa aiuterebbe Berlusconi che gode attualmente di una maggioranza relativa dei consensi. Il bipartitismo in Italia non esiste e introdurlo per legge può portare a soluzioni drammatiche. Il PD in questo scenario ridurrebbe la sua rappresentanza parlamentare e si indebolirebbe. Non comprenderlo sarebbe un errore fatale.

MARIANNA MADIA*

*Deputata del Partito Democratico

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