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Intervista al portavoce Pd Andrea Orlando: “Ora definiamo il profilo”

giugno 13, 2009 di Redazione 

Ultima analisi sul voto prima di concentrarci definitivamente sui bal- lottaggi e sul referendum. Il giornale della politica italiana torna a sentire l’ex responsabile dell’organizzazione dei Democratici, scelto da Veltroni per l’attuale ruolo, delicatissimo, esponente di punta della nuova generazione di dirigenti cresciuti sul territorio. “Un Pd che ripensa se stesso è in grado anche di recuperare voti andati ad altre forze di centrosinistra. Poi si porrà il problema delle alleanze”. L’intervista è di Gabriele Canarini. Sentiamo.

Nella foto, il portavoce del Partito Democratico onorevole Andrea Orlando

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di Gabriele CANARINI

Onorevole Orlando, dal voto delle elezioni europee, il Pdl esce con il 35,3% dei consensi e il Pd con il 26,1%. Che giudizio dà di questo voto, anche in considerazione delle differenti aspettative con cui i due principali partiti sono giunti all’appuntamento elettorale?
«Mi pare che i due dati che emergono sono una difficoltà, sia in termini di risultato, sia in termini di sistema di alleanze, per il Pdl, e una conferma della prospettiva del Pd. Dopo di che, naturalmente è un risultato che va valutato anche alla luce delle difficoltà di questi mesi. Dunque nessun trionfalismo, ma sicuramente questo è un risultato che conferma il Pd come la principale alternativa al Pdl, e conferma l’esigenza di proseguire nella costruzione di questo progetto politico».
Quindi, come ha dichiarato anche il coordinatore Pd per la Regione Lombardia, Maurizio Martina, «non c’è stato il tracollo e da queste basi si può ripartire», esatto?
«Esatto. Il dato emerso dal voto si pone come una buona base per ripartire».
Nelle dichiarazioni rilasciate subito dopo l’uscita dei primi risultati, il segretario del Pd Franceschini ha così spiegato le ragioni della tenuta del Pd: «Abbiamo avuto una ripresa di fiducia perché non ci siamo più divisi tra noi. Se tornassimo a farlo, i militanti e gli elettori non ce lo perdonerebbero». Concorda con Franceschini sul fatto che la rinnovata compattezza all’interno del partito abbia giovato nella tornata elettorale?
«Sicuramente è una tregua che ha funzionato, perché ha permesso di abbassare il “rumore di fondo” che impediva di parlare al Paese, e che caratterizzava il Pd solo per le sue liti interne. Ora si tratta di utilizzare questo clima per poter svolgere una discussione che guardi al futuro e che si ponga l’ambizione di costruire un’alternativa che, sulla base del quadro politico fuoriuscito dal voto, risulta meno lontana di quanto si potesse pensare».
Lo stesso Franceschini, però, ha anche denunciato la forte disparità di mezzi a disposizione fra Pd e Pdl: «E’ stato come giocare tutto il campionato in trasferta, come salire sul ring con un braccio legato dietro la schiena». Lei che giudizio ha in merito?
«Diciamo che, di fatto, noi ci troviamo di fronte non solo ad una sproporzione di mezzi, quanto ad un abuso di mezzi, anche in violazione delle regole, basti pensare a come è stata utilizzata Mediaset nell’ultimissima fase della campagna elettorale. C’è stato, a tutti gli effetti, un salto di qualità negativo anche rispetto al passato, nel senso che lo strapotere c’è sempre stato, ma almeno si provava a salvare le apparenze. Adesso, invece, il nervosismo che è emerso nelle ultime settimane ha fatto sì che non si sia più mostrato alcun pudore, attuando e perseguendo un comportamento del tutto violento e spregiudicato».
Volendo fare, però, l’avvocato del diavolo, si potrebbe evidenziare il ruolo importante che ha avuto l’inchiesta di “Repubblica” all’interno della campagna elettorale. E, nel caso di “Repubblica”, si tratta di un organo si stampa e d’informazione che si è schierato decisamente contro Berlusconi.
«Non so di che informazione stiamo parlando. “Repubblica” è una delle molte testate italiane. Purtroppo i lettori di “Repubblica” sono una esigua minoranza rispetto ai lettori della stampa italiana nel suo insieme e ai telespettatori, che sono il grosso dell’opinione pubblica, quindi anche la campagna di “Repubblica” sicuramente non ribilancia la potenza di fuoco che si è determinata nel corso della campagna elettorale. Dopo di che, “Repubblica” ha fatto quello che normalmente fanno i giornali di tutto il mondo, guardiamo per esempio alla stampa inglese, rispetto al governo e all’opposizione, nei Paesi in cui la stampa svolge una funzione di “sentinella”. Mentre purtroppo in Italia suscita particolare scalpore il fatto che un giornale provi a fare il suo mestiere».
Tornando, invece, al voto delle Europee: come bisogna valutare l’exploit elettorale dell’Idv, che è arrivata a raddoppiare la propria percentuale di consenso? Quanto ha inciso, in questo, l’erosione di consenso rispetto all’elettorato del Pd? E come si potranno sviluppare, in futuro, le convergenze politiche, non solo a livello di alleanza, ma anche a livello di lavori parlamentari, fra il Pd e l’Idv?
«Io credo che la prima cosa da fare oggi sia una seria discussione per definire il profilo del Pd, e in funzione di questo poi si possono ripensare le alleanze. Perché sono convinto che un Pd che ripensa a sé stesso sia in grado anche di recuperare voti che sono andati su altre forze del centrosinistra, e di condizionare anche la condotta di altre forze politiche che oggi apparentemente sembrano difficilmente compatibili con un disegno riformista. Quindi, il primo passo non è quello di una discussione sulle alleanze. Il lavoro sulle alleanze va continuato e va fatto. Però il primo passo è una discussione su noi stessi. Poi, tra l’altro bisogna anche tener conto della grande sconfitta che le forze della sinistra riformista hanno avuto in tutta Europa».

Gabriele Canarini

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