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L’opinione delle grandi firme. La secca sconfitta del Pd Rondolino

giugno 9, 2009 di Redazione 

Clamorosa nota della grande firma della “Stampa” ed ex portavoce di Massimo D’Alema ai tempi dell’ascesa del leader Maximo alla presidenza del Consiglio. Riflessione lucida e spietata di Rondolino che affronta la ‘sconfitta’ del Pd alle Europee e alle amministrative: quell’arretramento grave che la dirigenza del maggior partito del centrosinistra non può o non vuol vedere. Da non perdere. Sentiamo.

Nella foto, Dario Franceschini

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di FABRIZIO RONDOLINO

Tirare un sospiro di sollievo dopo aver perso il 7,1% dei voti in appena dodici mesi dà la misura della crisi gravissima in cui si dibatte il Partito democratico. Consolarsi con la flessione – personale, assai più che politica – di Silvio Berlusconi significa aver introiettato l’ossessione berlusco-centrica a tal punto, da non conoscere altro metro di valutazione del reale.

È vero, Berlusconi ha fallito clamorosamente tanto l’obiettivo del 40% quanto quello dei 3 milioni di preferenze: lo ‘sfondamento’ non c’è stato. Ma non un solo voto è andato alle opposizioni, la crescita della Lega ha compensato il calo del Pdl e la grande quantità di astenuti sarà pure un campanello d’allarme, ma è anche una formidabile riserva di consensi potenziali. In ogni caso, il Pdl è il primo partito in tutte e cinque le circoscrizioni europee e ha fatto man bassa (con e senza Lega) di Comuni e Province.

A sinistra, invece, la sconfitta è pesante, perché arriva dopo un anno di opposizione e nel momento in cui il premier per la prima volta è apparso debole e vulnerabile. Alle europee del 1989, poco dopo la tragedia di Tien An Men, il Pci, che ancora si chiamava ‘comunista’, raccolse il 27,6% dei voti: un punto e mezzo in più del Pd di oggi. Se non è questo un disastro, non saprei come altrimenti definirlo.

La verità, ancorché semplice, è spietata: il Pd così com’è non serve allo scopo per cui è nato. Non è in grado di attrarre consensi né alla sua sinistra né alla sua destra. Non conquista il centro e si scopre a sinistra. Perde voti in tutte le direzioni e non ne conquista di nuovi. In altre parole, non vincerà mai le elezioni.

C’è poi un problema più generale: le alleanze. Archiviata dai fatti la stupidaggine verltroniana dell’”autosufficienza”, oggi tuttavia il Pd non è in grado di costruire alcuna rete di alleanze. L’Udc pone come condizione preliminare l’interruzione dei rapporti con l’Idv, che a sua volta vuole ora costituirsi, fra le opposizioni, come polo alternativo allo stesso Pd; Sinistra e Libertà ha già cessato di esistere: Verdi e Ps guardano ai radicali, Vendola al Pd; i due partiti comunisti (sic!) vorrebbero a loro volta riunificarsi con Vendola. In breve, ogni movimento del Pd in una direzione provoca un contromovimento in un’altra direzione. Ma senza una politica della allenze, semplicemente, non c’è nessuna politica.

Franceschini ha chiesto e ottenuto una tregua fino ai ballottaggi del 21 giugno, ma sui giornali ha già fatto filtrare la notizia che non lascerà la segreteria a ottobre. Che ci sia o meno il congresso, ogni ipotesi di Franceschini-bis passa per un accordo fra i capicorrente sulla nomina di un nuovo vicesegretario, di un nuovo presidente, e se servirà anche di due nuovi capigruppo. Con buona pace di Debora Serracchiani, divenuta con grande entusiasmo l’icona di un rinnovamento che non c’è mai stato, il ceto politico del Pd sembra orientato a sfruttare la ‘non-vittoria’ di Berlusconi per proseguire imperterrito nello sprofondamento autoreferenziale.

Non è una buona stagione per la sinistra italiana. Non lo è affatto.

FABRIZIO RONDOLINO

Commenti

One Response to “L’opinione delle grandi firme. La secca sconfitta del Pd Rondolino

  1. cristiana alicata on giugno 10th, 2009 14.41

    E noi candidiamo un segretario. Chiediamo un vero congresso. Andiamo avanti. Non lasciamo il partito in mano alle cariatidi.

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