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“Islam, un nuovo inizio”. Ma con la carota c’è il bastone di P. Guzzanti

giugno 5, 2009 di Redazione 

Obama inaugura con l’Islam la politica del “fresh start”, che vuol dire: “scurdammoce ‘o passato”, ma come vi muovete vi fulmino. La sottile trama del discorso del Cairo che prevede una lunghissima guerra in Afganistan e una prova d’appello in extremis per l’Iran. con qualche sculacciata a Israele. Il tono era suadente, ma il messaggio era piuttosto prendere o lasciare.

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

L’espressione chiave è «fresh start» che non vuol dire soltanto «nuovo inizio», ma ricominciare una relazione andata a rotoli, per esempio in amore: una coppia di ex amanti in crisi può tentare «a fresh start», una partenza da zero e ciascuno dei due amerà allora anteporre al proprio nome l’aggettivo «new»: «a new Marc», «a new Jackie», sottolineando il cambio di personalità. Così in politica. Ieri il presidente Obama si è presentato all’università del Cairo, nell’Aula Magna dalla quale il governo aveva prudentemente fatto sparire gli studenti, presentandosi di fatto come «the new America», pronta a un «fresh start», ripartendo da zero con il mondo musulmano.

Il mondo musulmano con i suoi notabili e intellettuali ascoltava e applaudiva soltanto quei passi in cui Obama dava torto a Israele, ma non quando deprecava la violenza araba e nemmeno quella terrorista dell’11 settembre. Applausi solo all’Obama «che la pensa come noi» e gelo impassibile di fronte alle altre espressioni più complesse con cui il presidente ha dato il via al ciclopico tentativo di rigenerare un legame fra le cosiddette tre religioni del libro riferendosi al Talmud, al Corano e alla Torah, o Bibbia per i cristiani. Questo è piaciuto, e le ovazioni si sono levate altissime e soddisfacenti. Ma non si è mai assistito ad una ovazione bipartisan. E Obama, per far passare negli Stati Uniti la politica del «fresh start», ha un bisogno dannato che il mondo musulmano impari a reagire con uno spirito diverso da quello, pur osannante per certi versi, cui abbiamo assistito ieri al Cairo.

Tutti sappiamo che Obama ha vissuto in Indonesia un periodo musulmano della sua vita infantile grazie al secondo marito della madre. Ieri ha salutato la folla, iniziando il suo discorso, con un fraterno «Salam Aleikum» (la pace sia con voi) a nome del popolo americano e a nome delle comunità musulmane d’America, il che fa sensazione, anche se pochi ricordano che il primo atto politico del presidente W. Bush subito dopo l’11 settembre fu di andare a visitare in segno di pace le più importanti moschee americane e le comunità islamiche degli Stati Uniti.

Obama ieri aveva assunto il suo tono professorale, da intellettuale universitario che concede una «lecture» di alto livello, ben nutrita di citazioni, riferimenti etici, filosofici, storici e religiosi. Un discorso che non si può definire cristiano, né musulmano, né ebreo, ma al tempo stesso di enorme risalto della religione, come va fatto davanti ad una audience islamica che ha i propri cardini civili piantati come radici nel terriccio della religione e che rilutta a riconoscere la benché minima separazione fra religione e legge civile. Quando Obama ha deprecato la «guerra per scelta» («war of choice»), che non è esattamente una guerra «unilaterale» (come ama tradurre la stampa italiana), ha ricevuto il bagno degli applausi che si sono ripetuti quando ha deprecato Guantanamo, le torture e la violazione dei diritti umani. Ha assicurato che non un soldato Usa resterà in Afghanistan quando il terrorismo sarà vinto e non minaccerà più il Pakistan e gli interessi americani, il che ha provocato battimani, anche se si trattava di fatto di una conferma di lunghissima durata.

Ma più che altro Obama ha messo un dito nell’occhio dei due grandi malati: Iran e Medio Oriente. All’Iran ha riconosciuto – «fresh Start» – il diritto all’energia atomica, ma a condizione che sia sotto il controllo dell’Onu, e sul Medio Oriente ha confermato il suo brutale (perché espresso apertamente) dissenso con Bibi Netanyahu, primo ministro di Gerusalemme, sugli insediamenti in Cisgiordania e la politica israeliana in genere che non vorrebbe uno Stato palestinese in grado di gestire le proprie frontiere.

Obama si tiene alla larga dal concetto caro ai repubblicani secondo cui la democrazia si esporta se necessario con le armi, rendendo piuttosto omaggio a tradizioni e religioni, ma senza far cenno al costo in termini di dignità umana che possono comportare quando si tratta dell’islam. Ha preferito riferirsi al grande «islam buono e benevolente» pieno di tolleranza che si oppone a quello radicale e guerriero che si sente per definizione in guerra con l’Occidente. La sua apertura a Teheran, dove stanno per svolgersi elezioni che non cambieranno nulla, finora è stata frustrata. E sulla nuova vocazione aperturista di Obama è intervenuto dalle sue caverne Bin Laden con un video in cui lo accusa di razzismo anti islamico, il che dimostrerebbe che la figura di Obama scompagina le carte e le anime islamiche.

Tutto ciò detto, il discorso resterà memorabile e forse storico non per i risultati raggiunti ma per la sua ferma volontà di raggiungere risultati e lasciare alle spalle il passato, ripartendo cioè da un «fresh start» che comincia presentando una «new» Casa Bianca pronta a ripartire da zero. Ma alla fine del viaggio tutti sanno che o saranno rispettate le regole o saranno guai. Statisticamente, hanno sempre fatto più guerre i presidenti democratici che quelli repubblicani, meno sensibili al «fresh start» e meno rispettosi delle differenze religiose e di tradizione.

PAOLO GUZZANTI

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