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Il discorso di Obama: ‘America e Islam insieme. Dobbiamo provarci’

giugno 4, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana vi racconta i quarantacinque minuti in cui il presidente degli Stati Uniti si è rivolto, oggi, all’altra metà del mondo prendendo la parola all’Università islamica Al-Azhar, davanti ad una platea composta in larga parte da persone di fede musulmana. Doppio binario de il Politico.it che vi propone la cronaca del discorso di Obama e il blog della nostra prima firma per il mondo arabo e il Mediterraneo, che ci racconta il punto di vista degli interlocutori del presidente americano. di C. FINELLI e D. ROSADI

Nella foto, il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, pronuncia il suo discorso all’Università del Cairo

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Discorso all’Islam: «Basta odio. Cerchiamo un nuovo inizio»

di Carmine FINELLI

Storico discorso di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America, all’università islamica “Al-Azhar” a Il Cairo. Un discorso conciliante, coraggioso e a tratti emozionante. “Sono qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti ed i musulmani nel mondo, basato sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto. E sulla verità: America e Islam non devono essere in competizione. Invece, si sovrappongono e condividono principi comuni, di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani” esordisce l’inquilino della Casa Bianca. Le sue parole sembrano una chiudere una stagione di laceranti conflitti, ma come lui stesso ammonisce “Certi cambiamenti non avvengono in un giorno, ma dobbiamo provarci”.

Un nuovo inizio, dunque. Obama al Cairo getta le basi per ricostruire un rapporto, quella tra Occidente ed Islam, deterioratosi in seguito ad eventi sanguinari. L’11 settembre è una data indelebile nella memoria di tutti, ma la paura e la disperazione per quel tragico evento ” ci hanno portato ad agire contro i nostri ideali”. Ideali che rifiutano fortemente gli stereotipi di una società cristallizzata e monolitica “perché siamo una società che nasce dalla ribellione ad un impero, una nazione in cui tutti hanno la possibilità di realizzare se stessi. C’è un pezzo di mondo musulmano in America – dice Obama – e noi abbiamo sempre fatto di tutto per difenderne le prerogative e i diritti. In ognuno dei nostri Stati, ad esempio, c’è una moschea”. Il fulcro del discorso del presidente sono le questioni aperte con il mondo musulmano: Afghanistan, Iraq e la questione israelo-palestinese. Ponendo con forza la distinzione tra una caccia agli estremisti ed una guerra contro un Islam incolpevole, Obama ha inteso prendere le distanze dalla dottrina Bush, accordandosi con quest’ultimo solo sulla necessità dell’intervento in Afghanistan. Al contrario la guerra in Iraq è stata una precisa scelta “contestata anche nel nostro paese” sostiene il presidente. Poi un impegno preciso: entro il 2012 le truppe statunitensi lasceranno l’Iraq. E nel paese, aggiunge ancora Obama, non ci sarà alcuna base militare.

La visita in Egitto è stata anche l’occasione per ribadire il ruolo di mediazione che il paese di Hosni Moubarak svolge per placare il conflitto mediorientale. Risoluzione che secondo il presidente di Chicago passa per il riconoscimento, da parte di Israele, di una soluzione a due Stati. “Ci sono già state troppe lacrime. Lanciare razzi che uccidono bambini che dormono o donne che salgono su un autobus non è segno di potere” per questo la soluzione a due stati rimane “l’unica possibile” secondo Obama. E aggiunge che bisogna lavorare per fare di Gerusalemme “il luogo dove tutti i figli di Abramo potranno mescolarsi in pace”.

Il discorso, al quale il presidente ha lavorato alacremente, affronta un nodo cruciale per gli equilibri mediorientali: lo sviluppo della tecnologia nucleare in Iran. “Nessuna nazione dovrebbe interferire sulle scelte energetiche degli altri. L’Iran – precisa Obama – dovrebbe avere accesso al nucleare pacifico, ma deve aderire al Trattato di non-proliferazione”. Il confronto su questo tema cruciale “è ad una svolta decisiva” dichiara il presidente, e Washington è pronta ad “andare avanti senza condizioni preliminari”.

Infine un accenno alla democrazia. “Nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione ad un’altra. Ma questo non riduce il mio impegno – afferma il presidente Obama – per avere governi che riflettano la volontà della gente. L’America non presume di sapere ciò che è meglio per tutti, ma ho la convinzione certa che tutti i popoli desiderino alcune cose: la possibilità di poter affermare le proprie opinioni e poter avere voce su come si è governati. La fiducia in una legge uguale per tutti e in una giusta amministrazione, un governo trasparente, che non si approfitti della cittadinza, che sia onesto, e la libertà per ciascuno di scegliere la vita e lo stile di vita che preferisce. Queste non sono idee americane, ma diritti umani di base, che sosterremmo e per cui combatteremo ovunque”.

Un discorso ad ampio raggio. Un nuovo punto di partenza per instaurare rapporti più pacifici, basati sul dialogo e non sulla dottrina dell’attacco preventivo. Come ricorda Obama nel discorso, la diplomazia è un’arte sottile. I risultati si vedono nel lungo periodo. E le parole che il presidente degli Stati Uniti ha rivolto al mondo islamico sono una iniezione di speranza che illumina la strada verso una soluzione pacifica delle controversie tra Occidente ed Islam.

Carmine Finelli

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Quarantacinque minuti di reale e decisa apertura all’Islam

di Désirée ROSADI

Come annunciato da giorni, questa mattina il Presidente americano Obama ha pronunciato il suo atteso discorso di fronte alla platea dell’Università islamica di Al-Azhar al Cairo. I media internazionali hanno seguito l’evento con molta partecipazione: è la prima volta di un Presidente americano in uno dei principali centri di protesta contro la politica Usa nella regione mediorientale. Tra gli studenti di questa Università non mancano coloro che sono affascinati dall’integralismo islamico e dal verbo dei Fratelli musulmani. Eppure, per lunghi anni, l’ateneo è stato modello di laicismo e indipendenza, svaniti con il regime (ormai quasi trentennale) di Hosni Mubarak.

Durante la giornata di oggi, sicuramente il discorso verrà riproposto da tutte le tv nazionali e internazionali. Personalmente, ho scelto di ascoltarlo in diretta per radio, comodamente seduta su un treno Napoli-Roma su cui stavo viaggiando. Un po’ come si faceva nelle case di sessanta anni fa, quando la tv non c’era e la famiglia si riuniva in religioso silenzio intorno ad una radio accesa. Quando si ascoltava le parole, e si indagava nella loro profondità. Per una volta, ho scelto di non farmi condizionare dalle immagini e dalle news in tempo reale sul web, ed ho pensato, guardando fuori dal finestrino, al senso vero di quel discorso.

Noi tutti sappiamo quanto sia delicato affrontare il difficile rapporto tra mondo musulmano e occidente, e in questa occasione, per la prima volta nella storia, Obama ha pronunciato parole nuove, se non rivoluzionarie. Il ricordo della sua infanzia e del muezzin che richiama dall’alto del minareto alla preghiera, i valori americani dell’ “uno per tutti”, come ha ricordato il Presidente americano, per i quali la religione non è fonte di esclusione, ma di partecipazione alla vita sociale, il netto rifiuto degli stereotipi che hanno plasmato nella mente del mondo intero l’immagine dell’arabo-terrorista e infido, sono state le parti più incisive di questo discorso. Inoltre, Obama ha ribadito la necessità della creazione di un’entità statuale palestinese, impegno che Israele dovrà accettare, volente o nolente.

Quarantacinque minuti di reale e decisa apertura americana al medioriente e, in particolare, ai giovani arabi, musulmani e no, che aspettavano da tempo queste parole. Parole che dovrebbero essere ascoltate e prese come esempio anche dagli uomini politici italiani. L’unica nota stonata è l’incontro con il Presidente egiziano Mubarak, che per il rispetto delle libertà religiose nel suo paese non ha fatto molto. Anzi, da quando è salito al “trono” d’Egitto ed ha applicato le leggi di emergenza, le limitazioni di gran parte dei diritti civili e politici sono triplicate, e numerose sono le denunce di violazione della libertà di culto e di violenza da parte di esponenti religiosi nel paese, in particolare i cristiani copti.

Da una parte, le speranze riposte nel nuovo corso americano sembrano non essere vane. Ma dall’altra, non si può non sottovalutare le reali condizioni di vita della popolazione nei paesi arabo musulmani. L’arabo non è solo il ricco sceicco saudita, con il fazzoletto in testa e il vestito bianco; l’arabo vive per le strade polverose e trafficate del Cairo, in bilico tra l’occidentalizzazione e il legame con la tradizione.

Désirée Rosadi

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