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Apriamo con la cultura. Ritratto di Rap, artista da multiforme ingegno

giugno 2, 2009 di Redazione 

Il racconto quotidiano del giornale della politica italiana lascia il posto, di tanto in tanto, all’approfon- dimento e alla bella scrittura. Teatro, cinema, storie. Come quelle che ci propone Francesca Pitta, caposervizio di “A” settimanale delle donne di Rcs-Corriere della sera e redattrice di Agoravox, che ci porta a conoscere oggi (da vicino) Chiara Rapaccini, notissima illustratrice (per ragazzi) e non solo. Da non perdere. Buona lettura.

Nella foto, Chiara Rapaccini

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di FRANCESCA PITTA

L’altro giorno, mentre salutavo Chiara Rapaccini dopo averla incontrata nel suo atelier a Monti – cuore di Roma – mi chiedevo come potevo attaccare il pezzo. Mica facile, con una come lei. Poi improvvisamente ho capito. Chiara Rapaccini, in arte Rap, è un’artista dal “multiforme ingegno”. Devo ammettere che è l’unico termine che le calza a pennello. Perché Rap scrive, dipinge, fa la scultrice, sceneggia, racconta, insegna. Forse suona anche, ma non lo dice a nessuno. Se non lo fa, sicuramente lo farà nelle prossima vita. Ed è bella. Lo era quando la conobbi molti anni fa, lo è ancora oggi. Forse di più. Bella e spigolosa. Come il suo tratto. Spigoloso. Ma a volte anche morbido. Multiforme. Mica l’ho usato a caso.

La summa del suo lavoro è in mostra in questi giorni e fino al 10 giugno presso l’Istituto di Cultura Italiana a New York. Acrilici, sculture, mobili in una scenografia ironica e acuta. Come lei. Già perché fra i sinonimi di spigoloso c’è anche “acuto”. Acuta l’intelligenza, acuto il segno.

Autodidatta per sua stessa ammissione, da bimba quindicenne di ottima famiglia vince una mostra di pittura. Ascoltatela nel ricordo è esilarante: “A 15 anni mi sono iscritta a Firenze a una mostra di pittura. Ero la più giovane. Ho venduto due quadri al direttore dell’accademia. Hanno tutti pensato che fossi un genio. Anche io. Ma è durata poco. Qualcuno ha comprato altri quadri nella speranza che diventassi famosissima in seguito o morissi giovane, io mi divertivo a rifilare delle croste”. Ironica e coraggiosa sin da bambina. Con quello sguardo distaccato sul mondo che caratterizza tutto il suo lavoro. Da quindicenne voleva dipingere cavalli fucsia a cinque zampe “che si vibravano in paesaggi lunari”. Le dicono che non è cosa. Smette perché mica poteva fare a comando. Ricomincia quando capisce che le sue donnine grigioverdi, rosse, blu elettriche dal naso punzuto , quelle che potete vedere a studio in via del Boschetto 61, o nel suo sito, o nelle mostre, sono parte di lei. Finalmente, afferma, “non voglio più piacere a nessuno”. Stessa musica anche nella scultura. La più magica. Quella che ti cattura. La bidimensionalità, a un certo punto della sua vita, non è cosa. Fogli e cartoni erano troppo piatti. Troppo “orizzontali”. Aria, voleva aria Rap attorno a sé. Ha cominciato con il legno, ma mica la bastava. Si passa al rame, al ferro, alle stoffe tessute a telaio. Per vele, pesci – meravigliosi – e ancora piccoli soli dondolanti come i mobiles di Calder. Sogni pensati inizialmente per far volare la fantasia dei bambini. Sogni che si trasformano, per noi, in realtà. Nell’appiattimento di una vita sempre uguale la possibilità di un sogno da mettere in soggiorno non è mica cosa da poco.

Già, ma poi c’è la vita. Quella di tutti i giorni. E i figli, che quando sei sfranto la sera non vogliono mica dormire – Racconta, mamma… ancora -. E che fa Rap? Quello che fanno tutte. Racconta. Per sopravvivere. Ma, soprattutto, per riuscire ad andare a dormire. Mica scema. Solo che a lei viene bene. A sua figlia, strana creatura, però piacciano le storie “de paura”. La fanno addormentare all’istante. E lei gliele inventa. Mica scema. Comincia a scrivere una raccolta di racconti minuscoli nel ’91 “Merendine” e poi ne pubblica altri 15. Le viene facile, e te lo dice con naturalezza “come un ragazzino che cambia gioco in continuazione, per non annoiarsi”. Dopo una frase così come fai a non crederle. Dopo tutto quello che vi ho raccontato come fai a non crederle. Ma siccome raccontare è più forte di lei (e ascoltare anche) ecco che arriva la serie degli Amori Sfigati, minuscoli acrilici a forma di carte da gioco che, invece di storie per bimbi, diventano storie per adulti. Quelle che ascolta negli anni in giro per il mondo. Quelle che si possono vedere anche nella mostra di New York, quelle che l’editrice Salani ripubblicherà in occasione del prossimo San Valentino. Amori sfigati, un’infilata geniale di quei “due di picche” che ci siamo prese tutte (tutti?) ma che solo lei poteva raccontare così. A New York ci sono anche i suoi mobili pezzi unici che realizza complice un fabbro ottantaduenne che conosce da anni. Ma che, ovviamente, sono pronti per diventare oggetti di design industriale. Quell’arte applicata che ama tanto. Robots ha realizzato il tavolo EGG, gli altri speriamo arrivino presto.

Rap sulla saracinesca del suo studio a via del Boschetto 61, rione Monti, ha scritto a pennarello A VOLTE NON CI SONO. Ma se non c’è fatevi un giro in mezzo a strani commercianti, osterie e case che ospitano “signorine” che, come diceva Gaber, “te la danno, prima la buonasera e poi la mano”. Fatevi un giro alle spalle del Colosseo e poi ripassate. Vi garantisco che Rap vale il viaggio.

FRANCESCA PITTA

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