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Un altro pezzo di cultura politica. Ecco che direzione prende la politica italiana

maggio 29, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è un grande giornale che racconta la realtà politica in tempo reale, ma anche un osservatorio e un laboratorio della cultura della politica del nostro Paese. Lo è attraverso i grandi editoriali delle sue firme principali, ma anche attraverso una serie di approfondimenti tematici che di tanto in tanto vi proponiamo, spesso affidati alla penna sapiente del nostro vicedirettore. E’ quello che facciamo anche oggi, per aprire questa giornata di politica italiana, proponendoci questa riflessione o, meglio, fotografia (anticipata) di quello che (probabilmente) ci aspetta. Sentiamo.

Nella foto, Walter Veltroni (all’epoca ancora segretario del Partito Democratico) e Gianfranco Fini presidente della Camera. Precursori del futuro di moderazione della politica italiana

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di Luca LENA

Guardare avanti in politica è ciò che non si può evitare di fare. Realizzarsi coscienti di tale bisogno è il sintomo di star attraversando una fase specifica, un’era segnata da una comunanza di significati che, comunque la si voglia pensare, depositerà scorie ed eredità che influenzeranno le generazioni a venire.
L’atavica alternanza di portati ideologici dello scorso secolo sembra essersi sgranata nella compromissoria prospettiva di una sovrapposizione culturale. Oggi la società è più laica del passato e questo anche in ambiti politici e sociologici. In questo senso si spiegano le retromarce di esponenti politici, da sempre vicini a convinzioni poco moderate, che improvvisamente hanno sentito l’esigenza di andare incontro a posizioni più equilibrate.
E’ il caso di Fini, ad esempio, che dalla svolta di Fiuggi in poi ha portato avanti una metamorfosi regolare che oggi lo vede non solo ricoprire un ruolo istituzionale di grande prestigio, ma di meritare il plauso delle principali fazioni politiche. Altro caso è il neopartito di Casini che persegue il Grande Centro, ovvero il tentativo di occupare un terzo polo, equidistante dagli estremismi che fallirono nel novecento, e andando a caccia dell’elettorato stanco di sciabordare da una sponda all’altra, senza trovare senso logico alle alternanze di fiducia sui politici di turno.
E’ un po’ anche la nuova cultura del lavoro che forse ha influenzato la politica. Una sorta di “precariato intellettuale” dallo scarno spessore culturale che lascia alla comunicazione giornalistica una sensazione di malcontento che dall’oggettività ideologica si è trasferita agli uomini. Se un tempo gli ideali e le teorie venivano prima delle voci che le enunciavano, oggi è l’uomo ad imporsi con una dialettica spolpata della sostanza, ad anticipare principi, fino ad impoverirli con un gioco sofistico di parole e psicologie della percezione.Tutto ciò spinge verso un tentativo di centrismo, un afflato di moderazione in nuove sagome culturali e politiche che potrebbe ispirare gli anni a venire. E nell’immaginare un qualsiasi scenario futuro molto deve essere imputato allo stravolgimento comunicativo che Berlusconi ha prodotto nel paese. Se sia stato il premier a velocizzare un’evoluzione di per sé ineludibile, o se invece la spettacolarizzazione della cosa pubblica abbia assunto connotati esclusivi è difficile saperlo. Così com’è difficile stabilire il grado d’allattamento reciproco che, secondo il politologo Ilvo Diamanti, vede politica e intrattenimento imitarsi a vicenda. Certo è che, accantonando alcuni casi, ideologia e ricerca della mediazione sono sempre più sinonimi di un nuovo specchio sociale.
Le eccezioni sono poche e solo la Lega al momento sembra reggere al contraccolpo. Forse anche a causa dell’impoverimento ideologico generale che, nell’alta marea di condiscendenze verso l’elettorato, lascia emergere elementi della realtà sociale che spesso si rischia di sottovalutare.

In questa visione d’insieme della politica ciò che emerge è il rischio di un antropocentrismo mediatico nel quale, depositate all’ombra della storia le vecchie concezioni teoriche, ciò che in futuro potrebbe guidare un paese sembra ricalcare la dimensione umana, privata e pubblica di qualche singolo, e dunque produrre un effetto catalizzatore su un personalismo estetico prima che intellettuale. A questo proposito è inevitabile alludere allo sconvolgimento prodotto da Obama in Usa. In un paese dove la struttura governativa garantisce al Presidente un ruolo preponderante nella discussione politica nazionale. Eppure anche oltreoceano il confine tra democratici e repubblicani si sgretola in un confronto sempre meno coattivo e aspro. E’ sempre più complicato capire se abbia influito più la personalità di Obama o le sue idee nella vittoria finale; ed in questo senso la visione contrapposta alla politica di Bush finisce per alimentare i dubbi piuttosto che dissolverli. Considerare, inoltre, che i dissidi all’interno del partito democratico durante le primarie furono più accesi di quelli con McCain in campagna elettorale, è il sintomo di un’istintuale inclinazione alla mediazione, al centrismo politico che probabilmente coinvolge buona parte delle democrazie mondiali.
In Italia, a maggior ragione, l’impostazione parlamentare permette di vedere accentuata questa propensione all’ossequio di valori relativistici. Il valore vero diviene dunque il rispetto di ogni sua più contrastante sfaccettatura. Una complessità di fondo che appesantisce il convoglio politico, imbottigliandolo in un pertugio troppo stretto per tutti.

In termini pratici, dunque, in futuro potremmo assistere ad una politica più sobria, in gran parte più vicina ad una tolleranza etica e sociale, assoggettata a bigottismi che tornerebbero a vestire i panni del buon senso. Con la conseguenza di assistere ad una concertazione parlamentare calmierata da attitudini omogenee e posizioni dominanti univoche, poiché improntate sulla stessa mediale proiezione politica.
D’altra parte, discernere da tutto ciò una volontà politica nobile o una demagogica comprensione del sentimento pubblico cui andare incontro, sarà sempre più gravoso. Ma se per governare, il compromesso è forse l’unica certezza che garantisca pluralità di opinioni e concretezza dei fatti, anche il risvolto più sfavorevole in questa previsione politica senza pretese, potrebbe comunque essere la base per un rinnovamento del rapporto tra Stato e cittadini.

Luca Lena

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