Top

Il contributo. La nostra proposta di riforma costituzionale A. Sarubbi

maggio 28, 2009 di Redazione 

Il deputato del Partito Democratico ed ex conduttore del programma di Raiuno “A sua immagine” spiega ai lettori de il Politico.it il progetto del centrosinistra in tema di riduzione del numero dei parlamentari e superamento del bicameralismo perfetto. Sentiamo.

Nella foto, l’onorevole Andrea Sarubbi. Le pagine personali all’indirizzo http://andreasarubbi.wordpress.it

-

di ANDREA SARUBBI*

La nostra richiesta di mettere all’ordine del giorno del Senato la riduzione del numero di parlamentari è stata respinta dal Centrodestra per i motivi che avevamo già previsto. Ma siccome il Pd è spesso accusato di parlare troppo di Berlusconi (a furia di parlarne, parentesi, finiamo per straparlare), e che lo facciamo per mascherare il nostro vuoto di proposte, ho deciso di impiegare questo post per spiegarvi qual è la nostra idea di riforma istituzionale.

È contenuta in un progetto di legge depositato, nella scorsa legislatura, da Luciano Violante e ripresentato più di un anno fa, il giorno stesso in cui questa nuova legislatura venne inaugurata, da Sesa Amici: l’AC 441, che si intitola “Modifica di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti la forma del governo, la composizione e le funzioni del Parlamento”.

Partiamo dalla Camera: il numero dei deputati viene ridotto dai 630 attuali a 500 e per essere eletti basta avere 18 anni (non 25 come oggi). Il Senato diventa federale: in ogni Regione, i senatori (che complessivamente saranno meno di duecento) sono eletti tra i componenti del Consiglio regionale, dei Consigli dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane. In tutto, i parlamentari passano da 945 a meno di 700, ma quella del Senato non è un’elezione diretta: sono gli enti intermedi (Regioni e Consiglio delle autonomie locali) ad eleggere un numero di senatori stabilito in base al numero degli abitanti. Il vero ramo politico, insomma, è uno solo: la Camera dei deputati, appunto, che – tranne alcuni casi tassativamente previsti dalla Costituzione – non legifera insieme al Senato.

Sulle materie che attengono alla competenza regionale, ma nelle quali il Parlamento è chiamato a determinare i principi fondamentali, i progetti di legge partono dal Senato e poi passano alla Camera, che delibera in via definitiva; in tutti gli altri casi, i testi partono dalla Camera, poi vanno al Senato che può modificarli, nel qual caso tornano alla Camera per l’approvazione definitiva. Si limita di molto, insomma, il meccanismo della navetta: sparisce il principio secondo cui le due Camere debbano approvare lo stesso testo.

La fiducia è concessa solo dalla Camera, non dal Senato. Per ovviare al ricorso costante ai voti di fiducia, il governo può chiedere che un disegno di legge sia iscritto con priorità all’ordine del giorno di ciascuna Camera e sia votato entro una data determinata. Per riaffermare il ruolo del Parlamento, si prevede che tutti gli schemi dei decreti legislativi passino obbligatoriamente nelle Commissioni, per il parere.

Infine, il presidente della Repubblica ha il potere di revocare i ministri su proposta del presidente del Consiglio: in sostanza, si elimina il passaggio della crisi di governo per i rimpasti.

Chi di voi ha studiato queste materie all’università, oppure è semplicemente appassionato di politica, è seriamente invitato a commentare il nostro progetto, perché il dibattito appassiona anche me. Personalmente, mi sembrano riforme moderne, che innovano senza stravolgere e che mantengono l’equilibrio dei poteri: ma credo che sia proprio questo, agli occhi di Berlusconi, il loro punto debole.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom