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Diario politico. Financial Times: “Premier pericoloso”. Frattini: “Stampa disonesta”

maggio 27, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. Il prestigioso quotidiano britannico esce con un editoriale durissimo nei confronti del nostro presidente del Consiglio: “Non è fascista ma è ricco e spietato, e rappresenta un cattivo esempio per tutti”, e anche da parte di altri grandi giornali europei – tra cui The Indipendent ed El Pais – arrivano critiche. Momento nero, per Berlusconi, in difesa del quale interviene il ministro degli Esteri. Anche Franceschini va giù duro nei confronti del premier: “Gli fareste educare i vostri figli?”, chiede provocatoriamente. E per la prima volta da quando il Cavaliere è in politica, intervengono nel dibattito pubblico che lo riguarda i figli Pier Silvio, Marina e Luigi, che si dicono “orgogliosi dei valori ricevuti”. In questo contesto passano in secondo piano le polemiche sul tema della riduzione dei parlamentari e un’intervista a Massimo D’Alema, che dice di non volersi candidare alla segreteria Pd ma, diversamente da quanto accaduto in passato, torna ad esercitare la propria leadership. Il racconto.    

Nella foto, il presidente del Consiglio

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di Gabriele CANARINI

La giornata odierna registra un ulteriore capitolo sulle questioni di carattere pubblico e privato che hanno toccato Berlusconi in questi ultimi giorni, e sulle quali il segretario del Pd si è soffermato in un intervento di questa mattina, nel quale, dopo aver ricordato il dovere della trasparenza che spetta ad un uomo delle istituzioni, si è spinto ad una battuta provocatoria: «Alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest’uomo? Chi guida un paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi». Un’affermazione che ha suscitato immediatamente le reazioni del Pdl. E quella, inaspettata, perché finora mai è accaduto che sia intervenuto nelle vicende del padre, di Pier Silvio Berlusconi: «Ma Franceschini come si permette? Forse sbaglio a prendere sul serio una battuta di così pessimo gusto, ma anche alla campagna elettorale c’è un limite. Io, proprio io, sono stato educato da Silvio Berlusconi. E i miei valori sono i suoi. Amore per il lavoro, generosità, tenacia e rispetto per gli altri. Quel rispetto che Franceschini dimostra di non conoscere». A stretto giro, sono arrivate le identiche prese di posizione di altri due figli di Berlusconi, Marina e Luigi, ed anche il coordinatore del Pdl Dennis Verdini ha espresso il proprio disappunto: «Se il modello di educazione e di civismo è quello rappresentato da questo becero e indegno modo di condurre la campagna elettorale da parte del poco onorevole Franceschini, allora scegliamo milioni di volte Berlusconi». A queste reazioni indignate ha risposto, in serata, Franceschini, chiarendo le proprie intenzioni: «Ho visto la reazione indignata di Pier Silvio Berlusconi e mi dispiace che abbia male interpretato le mie parole. Se le riascolta vedrà che non ho mai espresso, né lo farò, alcun giudizio su di lui e la sua famiglia. Ho parlato di valori che un uomo pubblico deve trasmettere al Paese». Ma le polemiche sulla figura del premier hanno ormai travalicato i confini nazionali, giungendo sulle pagine della stampa estera, ed in particolare quella britannica. Infatti, in due editoriali molto simili, questa mattina sia il “Financial Times” sia l’ “Indipendent” hanno criticato l’operato del premier italiano, giudicandolo, sostanzialmente, un pericolo per l’Italia. Contro questi giudizi si è concentrata la critica del Ministro degli Esteri Frattini, che ha così commentato: «Rispetto sempre anche la cattiva stampa, perché è l’esercizio della libertà di espressione, ma la tratto come cattiva stampa. Se la stampa internazionale si interessa ai pettegolezzi e al gossip – ha proseguito Frattini- il problema è della stampa internazionale». Il ministro ha, poi, rivendicato come invece «il governo lavori per realizzare ciò che ha promesso agli elettori e raccoglie i risultati, noi facciamo attività di governo seria». E a chi gli ha chiesto se la stampa straniera sia prevenuta nei confronti del governo Berlusconi, Frattini ha replicato: «Non credo ci siano pregiudizi, c’è disonestà. I risultati del governo italiano sono sotto gli occhi di tutti, sono fatti, dati, cifre e il consenso degli italiani e quando si negano si è disonesti». Il ministro, infine, rivela poi che «non ci saranno reazioni diplomatiche contro fonti giornalistiche, ci sono già state in passato. Piuttosto faremo sforzi di comunicazione per fare conoscere ancora meglio l’Italia».
Su questi due fronti della polemica che si sta alzando intorno ai comportamenti del Cavaliere, ha, infine, così chiosato il presidente dei deputati del Pd Antonello Soro: «Anziché rivolgere insulti volgari e gratuiti al segretario del Pd, gli amici di Berlusconi farebbero bene a trovare una risposta plausibile alle preoccupanti parole riservate dalla stampa internazionale ai comportamenti del premier. A meno che non si voglia liquidare anche il Financial Times, El Pais e Il Guardian come giornali sovversivi».

Parlamentari. Un altro tema attorno a cui è ruotata la giornata odierna è la questione sulla riduzione del numero dei parlamentari. Franceschini, dopo la bocciatura di ieri in Senato, da parte della maggioranza, della proposta avanzata dal capogruppo Anna Finocchiaro di calandarizzare il ddl promosso dal deputato Zanda, è passato al contrattacco: «Anziché raccogliere le firme in campagna elettorale per poi buttarle il giorno dopo, abbiamo detto: domani vengano in aula a votare la proposta che prevede il dimezzamento del numero dei parlamentari, ma il Pdl ha votato contro. Bisogna smetterla di imbrogliare gli elettori in campagna elettorale promettendo cose miracolose che poi non accadono». Al segretario del Pd ha fatto eco il suo collega di partito Massimo D’Alema, che, su Repubblica Tv, ha così illustrato lo stato delle cose: «La questione della riduzione del numero dei parlamentari è un imbroglio di Berlusconi, quella che classicamente si definirebbe una manovra diversiva. Perché questo è un tema condiviso». D’Alema ha così illustrato l’iniziativa operata su questa questione dal Pd: «Noi abbiamo proposto un ddl, che è il risultato del lavoro svolto nella scorsa legislatura dalla commissione Affari Costituzionali presieduta dall’onorevole Violante, che prevede non solo la riduzione, ma il dimezzamento del numero dei parlamentari. Si tratterebbe di avere circa 300 deputati alla Camera e 150 al Senato, e questo sarebbe un numero ragionevole. Credo, infatti, vi sia un’ipertrofia del ceto politico, e questo determina uno scadimento di qualità. Per questo lo scopo della nostra proposta è quello di rendere più forte il Parlamento». Per tale ragione, secondo l’ex premier, l’intenzione annunciata dal Presidente del Consiglio di ricorrere ad un’iniziativa popolare è di carattere demagogico: «Noi siamo impegnati in un dibattito che in un Paese democratico verrebbe considerato surreale. Se il capo del governo pensa che bisogna fare una certa cosa, ed è la stessa cosa che l’opposizione propone ormai da più di un anno, la fa. Non dice che vuole raccogliere le firme. E’ una pagliacciata. Noi siamo costretti a discutere di pagliacciate che Berlusconi ha inventato per cercare di distrarre l’opinione pubblica dalle vicende che lo imbarazzano. Si immagina la signora Merkel che vuole fare una riforma e dice “raccoglierò le firme per farla”? Tutti si metterebbero a ridere». D’Alema ha, poi, così chiosato: «Questa vicenda va rimessa sulle basi di un discorso serio. Si possono fare le riforme costituzionali, si possono fare in modo condiviso. Berlusconi invece si muove sulla linea del populismo. Anziché risolvere i problemi, con la forza delle procedure democratiche, li agita per suscitare ondate di opinione qualunquista. Questo è un modo per fare l’agitatore, il capopopolo, invece che l’uomo del governo del Paese, per poi, naturalmente, non fare nulla, perché, appunto, quando poi noi diciamo “facciamo”, quelli votano contro».
Su questa tema sono intervenuti anche il Presidente della Camera Fini e quello del Senato Schifani, che in una nota congiunta diramata questo pomeriggio hanno così spiegato come il Parlamento si sta muovendo in merito alle riforme costituzionali: «Il Presidente del Senato della Repubblica, Renato Schifani, e il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, hanno avuto stamattina un colloquio, a seguito delle riunioni di ieri delle rispettive Conferenze dei Capigruppo, in merito alle modalità di esame dei progetti di legge in tema di riforme costituzionali. I Presidenti hanno ribadito che l’iter dei progetti di revisione costituzionale concernenti il Parlamento debba proseguire presso il Senato, la cui Commissione Affari costituzionali ha già avviato da tempo l’esame di provvedimenti in materia, secondo le intese assunte all’inizio della legislatura». Per quanto riguarda, in particolare, la proposta di legge firmata da Zanda, i reggenti delle due aule del Parlamento hanno chiarito: «Con decisione adottata il 24 marzo scorso, tale Commissione ha concordato, con l’unanimità dei Gruppi, sul fatto che l’esame del disegno di legge di iniziativa del senatore Zanda, in materia di riduzione del numero dei parlamentari, si svolga congiuntamente a quello di altre proposte di revisione costituzionale, già presentate o preannunciate, in materia di struttura e funzioni delle Camere».

Massimo D’Alema. Come abbiamo visto poc’anzi, D’Alema è intervenuto in maniera decisa nel dibattito sulla riduzione del numero dei parlamentari. Ma nell’intervista rilasciata a Repubblica Tv ha toccato svariati temi, a cominciare dalla mozione di sfiducia annunciata ieri dall’Idv e che oggi è stata ritirata dallo stesso partito, a causa della mancanza delle 63 firme di deputati necessarie alla sua presentazione, come ha spiegato a Radio Radicale il deputato dell’Idv Francesco Barbato, senza peraltro rinunciare a ribadire la propria avversità al governo: «Solo per motivi tecnici verrà stoppata questa iniziativa, mentre non si fermerà neanche per un minuto il nostro impegno a fianco dei cittadini per difendere i diritti dei cittadini e per contrastare le prevaricazioni, le prepotenze e l’arroganza di questo capo del governo e di questo suo schieramento. Noi stiamo facendo la vera opposizione in Parlamento, e fa bene Di Pietro ad alzare la voce e a dire che un premier non può permettersi di minacciare la libera informazione, al di là delle sue attività private di cui comunque un capo di governo deve dare sempre conto». Proprio D’Alema, però, ha evidenziato una posizione ben diversa su quest’iniziativa dei dipietristi: «La mozione di sfiducia rappresenta sostanzialmente un favore a Berlusconi. Che senso ha, alla vigilia delle elezioni, provocare, con una mozione, un dibattito in Parlamento in cui noi gliene diciamo di tutti i colori e la conclusione è che la maggioranza si compatta intorno a Berlusconi? Sarebbe una sfida all’Ok Corral il cui esito è già definito. E il giorno dopo i giornali titoleranno sulla compattezza della maggioranza, quando in realtà tutta questa compattezza non c’è». L’ex presidente dei Ds ha poi delineato quelli che a suo avviso sono i temi su cui l’opposizione deve giocare la sua partita elettorale: «Il cuore della campagna elettorale deve essere ciò di cui Berlusconi non si occupa. Bisogna spostare l’attenzione sulla crisi economica e sul modo in cui il governo se ne sta occupando. Berlusconi va sfidato sul fatto che egli, in sue faccende affaccendato, si stia occupando non adeguatamente di come affrontare la crisi. Per questo, il centrosinistra deve mettere in campo una grande proposta politica e di governo alternativa a quella del centrodestra». E, dopo aver illustrato come la maggioranza abbia un consenso largo, ma che non supera il 50% dell’elettorato, ha insistito sul fatto che il Pd debba porsi come catalizzatore verso quella fetta degli elettori, un terzo, a suo dire, che sono scontenti e sfiduciati verso la politica, e che hanno un approccio incerto al voto. Quindi D’Alema ha fornito la sua ricetta in questo senso: «Noi abbiamo bisogno di un grande partito, Berlusconi, in fondo, può farne a meno. Una volta, il cittadino usciva di casa e trovava la sezione di partito, adesso questo non c’è più. Per questo la soluzione, per noi, è quella di tornare ad organizzarsi in mezzo alla gente. Dobbiamo ricreare la partecipazione e la mobilitazione in modo permanente, ci vuole un legame organizzato con i cittadini».
Se, però, sulla base del partito ha idee piuttosto chiare, l’ex leader diessino non intende, viceversa, sbilanciarsi in questo momento sui vertici del Pd: «Non rientra nei miei programmi candidarmi come leader del Pd. In ogni caso, prima di parlare di candidature, dobbiamo fare una discussione politica seria. Dobbiamo rilanciare il progetto del Pd su una base culturale, e sottolineo culturale, solida. Bersani? Ho molto apprezzato la sua entrata in campo, anche perché non potevamo dare l’impressione che la sinistra italiana si mettesse da parte. Però non dobbiamo fare congressi in campagna elettorale, questo non fa bene né alla stagione congressuale, né alla campagna elettorale». Sul tema, invece, del referendum, D’Alema ha espresso il suo favore, senza nascondere i suoi dubbi: «E’ un referendum che non risolve situazione, poiché, essendo abrogativo, non risolve il problema della legge attuale. Però, dato che sono contro tale legge, voterò sì al quesito referendario. Ciò non toglie che il referendum deve essere accompagnato da una riforma della legge elettorale, e il Pd deve farsi carico della proposta di una riforma in tal senso. La mia proposta, come dico già da tempo, è quella di una riforma impostata sul modello tedesco, che è un’ipotesi ampiamente condivisa: sono favorevoli l’Udc, una parte della Lega, solo Berlusconi è ostile».
Su questo tema è intervenuto, oggi, anche il leader della Lega Umberto Bossi, che, in un’intervista, interrogato su che cosa accadrà nel caso in cui passi il sì al referendum, ha replicato in maniera decisa: «Non accadrà niente, perché Berlusconi non farà campagna elettorale per il sì al referendum, e quindi non passerà». I temi che D’Alema ha toccato nella sua intervista hanno toccato, poi, anche la questione delle alleanze all’interno dell’opposizione: «Compito del maggior partito all’opposizione è quello di unire il più possibile tutte le forze dell’opposizione. Per quanto riguarda l’Udc, osservo che il più delle volte, nel 90 per cento dei casi, in Parlamento votiamo con l’Udc. Al momento contrastiamo insieme le scelte che riteniamo sbagliate del governo e poi, se maturerà un’intesa politico-programmatica, penseremo ad alleanze». In merito, quindi, all’autosufficienza portata avanti da Veltroni nell’ultima tornata elettorale, D’Alema ha le idee realisticamente chiare: «Se avessimo il 51 per cento dei voti, potremmo dichiararci autosufficienti. Non essendolo, mi sembra una mossa azzardata che rischia di fare il gioco dei nostri avversari. Fermo restando il criterio cardine su cui si devono fondare le eventuali alleanze: bisogna creare un progetto credibile, efficace, nel quale possa riconoscersi il maggior numero possibile dei partiti all’opposizione». Per quanto riguarda i rapporti con Rifondazione, l’ex premier ha spiegato: «Ho sempre fatto uno sforzo perché la sinistra fosse unita, ma Rifondazione in molti casi ha dimostrato di non essere all’altezza. Durante il governo Prodi arrivò a organizzare manifestazioni di protesta, anche quando non votava contro. Quest’eccesso di litigiosità ha minato la credibilità del centrosinistra ed ha aperto la strada alla sconfitta elettorale». Non meno critico è il giudizio sull’Idv e Di Pietro: «In moltissime parti alle amministrative stiamo insieme, ma io sono molto critico verso la sua aggressività nei confronti del nostro partito. Di Pietro è talmente antiberlusconiano che in certi atteggiamenti gli somiglia». Proprio sul tema delle alleanze si è espresso oggi anche il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, in un intervento a “Panorama del giorno” su Canale 5: «La riunificazione della sinistra italiana potrà realizzarsi a due condizioni: in primo luogo l’autonomia dal Pd, avendo un proprio punto di vista e non diventando una corrente esterna al partito di Franceschini. Seconda condizione necessaria è che si realizzi una sinistra che non si vergogni della sua storia e che non abbia paura di mostrare i propri simboli».

Gabriele Canarini

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