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Intervista a Emma Bonino: ‘Europa non sia un club esclusivo’ Baffigo

maggio 22, 2009 di Redazione 

Colloquio con la massima espo- nente Radicale nelle ore in cui Mar- co Pannella fa lo sciopero della sete e della fame per denunciare la mancanza di visibilità sui mezzi di informazione. Il giornale della politica italiana racconta la battaglia dei radicali alle Europee – con la Lista Bonino-Pannella – attraverso questa intervista esclusiva alla loro leader storica e capofila.

Nella foto, Emma Bonino, capolista in cinque circoscrizioni per la Lista Bonino-Pannella alle Europee del 6 e 7 giugno

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di Ginevra BAFFIGO

Senatrice Bonino, la vostra campagna elettorale è stata gravemente compromessa da un “silenzio che ci cancella”, ha detto Marco Pannella. A ormai poche settimane dalle elezioni, come intendete rompere questo silenzio?
«Cerchiamo di non rassegnarci, tentando di strappare qualche barlume di rispetto per i cittadini che hanno il sacrosanto diritto di “conoscere per deliberare”. Ancora una volta praticando la nonviolenza e in particolare con lo sciopero della sete e della fame che Marco Pannella ha portato avanti in questi giorni. Ma la sistematica violazione di regole e legalità non è un fenomeno da addebitare a Berlusconi unicamente perché viene da lontano visto il sistema partitocratico che ha spesso tradito la volontà popolare e stravolto la Costituzione. L’erosione dello Stato di diritto a cui abbiamo assistito in questi decenni non ha fatto altro che spianare la strada alla strage di legalità alla quale assistiamo oggi. Questa degenerazione noi Radicali la abbiamo documentata nel dossier “La Peste italiana” che invito tutti a leggere perché se non si conosce l’evoluzione del fenomeno non si può neppure capire come si è arrivati fin qui».
Sebbene vi siano state poche occasioni per far sentire la vostra voce, vi siete fregiati di un simbolo assordante per la memoria di ognuno di noi: perché la stella gialla? Non vi è il rischio che un simbolo così evocativo possa distrarre dalla denuncia che vi ha portato a sceglierlo?
«La stella gialla al petto dei Radicali non rappresenta la vittimistica presunzione di essere «i nuovi ebrei». Vuole invece essere un segnale d`allarme sulla democrazia cancellata nel nostro Paese. Come dicevo prima, Berlusconi è il prodotto di un regime – partitocratico, corporativista, oligarchico – che ha operato per distruggere la Costituzione fin dal `48, smantellando ogni elemento di discontinuità con il Regime Fascista del quale sono intatti i codici, oltre alle sedi fisiche (sotto nuove sigle) del potere. Nei fatti, ciò ha significato negare e tradire la volontà popolare su tutto, dal sistema “americano” all`eutanasia, dall`abolizione del finanziamento pubblico ai partiti alla giustizia giusta di Tortora. E ha significato negare ogni possibilità di dibattito e confronto su questi temi, rispetto alla quale l`eliminazione dei Radicali è “solo” una componente necessaria. L`evocazione della stella degli ebrei del `41 serve a ricordare che quando la legalità e la democrazia sono cancellate è un`illusione pensare che questo possa riguardare solo delle vittime isolate, magari i malati ai quali viene imposta la “morte all`italiana”, oppure i migranti lasciati a morire sulle coste libiche. Riguarda tutti, prima o poi, anche se in forme diverse. E se nel `41 avessero tutti fatto come il Re di Danimarca il quale annunciò che avrebbe indossato la stella gialla e ne rese così impossibile ogni imposizione nel suo regno, la noncurante accettazione di ciò che oggi (ma non allora) definiamo “indicibile” si sarebbe trasformata in rifiuto civile e di massa? La questione l’abbiamo sollevata noi Radicali ma la risposta da dare non riguarda solo noi».
Per stare in tema, come giudica la recente contestazione di una “parziale libertà di stampa” in Italia da parte di Freedom House?
«Come sa, noi Radicali non abbiamo avuto bisogno di Freedom House per renderci conto di come versava l’informazione nel nostro paese. E’ da tempi non sospetti che ne denunciamo le gravi distorsioni causate dall’occupazione partitocratica del servizio pubblico radiotelevisivo, da una parte, e il conflitto d’interessi creato da un partito-tv, dall’altra. E trovandoci spesso da soli, come recentemente sulla paralisi della Commissione di Vigilanza».
Veniamo più strettamente al voto. Quali sono i vostri programmi per Strasburgo? Come intendete innescare la “grande Riforma”?
«E’ ora di mettere fine ad una stagione di introversione istituzionale che dura da troppi anni. L’Unione deve evolvere, adattando i suoi meccanismi decisionali a misura delle sfide che abbiamo davanti. Non sono una “sponsor” del metodo intergovernativo; tuttavia, da federalista convinta, ritengo che la via che privilegia la qualità dell’integrazione sia oggi prioritaria rispetto alle discussioni metodologiche. Non è più l’epoca in cui il metodo “comunitario” possa essere al tempo stesso l’equivalente e la condizione unica dell’integrazione. Per avanzare oggi c’é verosimilmente bisogno di un motore politico: ovvero di un nucleo duro di paesi, fortemente motivati sul cammino di una maggiore integrazione, che faccia da apripista a nuovi e più ambiziosi percorsi di integrazione. Non parlo di cooperazioni rafforzate, tributarie di procedure “pesanti” previste dai Trattati. Ma di Governi “like-minded”, pronti a condividere i rischi e l’onere politico di cessioni di sovranità ulteriori, appunto ai meccanismi comunitari, per il bene comune. E’ stata questa, non dimentichiamolo, la via che ha segnato l’avvio delle più significative realizzazioni politiche dell’integrazione nell’ultimo decennio: dall’Euro a Schengen; dalla Difesa (St Malo) a Galileo. E’ la via del coraggio di pochi che finisce col catalizzare l’entusiasmo di molti».
Il Pd, con voi alle politiche dello scorso aprile, fa ora appello all’elettorato affinché opti per il “voto utile” e critica Pdl e Idv per aver candidato i propri leaders alle europee. Lei stessa si è candidata a Strasburgo nelle cinque circoscrizioni nonostante il suo incarico al Senato. Che cosa l’ha spinta a questa scelta?
«I radicali sono presenti al Parlamento europeo da trent’anni, dalla prima elezione a suffragio universale. Per noi le battaglie federaliste, spinelliane, per la creazione degli Stati Uniti d’Europa, sono tra le principali nostre ragion d’essere. Non concepiamo la politica senza la dimensione europea. Dagli scranni di Bruxelles e Strasburgo in questi decenni abbiamo promosso tante battaglie non solo per un’Europa più integrata politicamente ma anche quelle trasnazionali, dalla campagna contro la fame nel mondo negli anni ottanta a quella più recente contro le mutilazioni genitali femminili. Come ex commissaria europea poi risulterebbe singolare una mia assenza da una lista che porta il mio nome. Ma l’obiettivo di superare il 4% rimane per noi proibitivo soprattutto se permane l’oscuramento che denunciamo tutti i giorni».
La battaglia per i diritti delle donne ha caratterizzato il suo percorso politico sin dagli inizi. Oggi però la rappresentanza femminile in politica sembra piuttosto cedere il passo ad una rappresentazione dettata per lo più da canoni maschili. Al di là dell’esito di giugno, le donne non hanno in parte perso una battaglia più importante delle Europee?
«Ha ragione: le donne sono sotto rappresentate complessivamente, quindi l’immagine dei “rappresentanti del popolo”, anche nei parlamenti nazionali, è spesso un’immagine prettamente maschile. Il nostro movimento femminista si è un po’ seduto sugli allori delle vittorie del passato ma a dir il vero, a parte i paesi scandinavi e qualche paese nuovo entrante, non è che la situazione brilli nel resto d’Europa. In questo senso si può parlare di anomalia italiana fino ad un certo punto. E lo dico sempre: una cosa è candidare una donna, un’altra è metterla in condizione di essere eletta».
La politica dei respingimenti adottata dal governo italiano ha molto preoccupato l’Onu. Lei come crede si debba affrontare la questione dell’immigrazione?
«Ci sono tre assunti per me ineludibili. Primo: i flussi migratori sono un epifenomeno della globalizzazione, forse quello più epocale tenuto conto della sua vastità e della sua natura tumultuosa; come per le maree o le correnti, non possiamo pensare di arginarli o deviarli, ma gestirli e governarli sì. Secondo: gli immigrati non rappresentano un blocco unico mentre c’è la tendenza a mettere tutti nello stesso calderone: Rumeni, rom, immigrati illegali, richiedenti asilo, ricongiungimenti familiari, stranieri comunitari ed extracomunitari, immigrati di prima e seconda generazione… Credo sarebbe saggio cominciare a disaggregare e distinguere sennò il rischio è quello di fare un grande amalgama che crea confusione che a sua volta alimenta paure. Terzo: c’è chi emigra spinto da necessità economiche, chi per sfuggire alla violenza, chi per essere avviato alla prostituzione e chi per fornire manodopera: non possiamo accogliere tutti, è vero, ma neppure possiamo respingere tutti. E non solo perché abbiamo sottoscritto convenzioni internazionali che ci obbligano a rispettare il “principio di non respingimento” e a garantire forme di protezione a chi viene riconosciuto il diritto d’asilo, ma anche perché ne abbiamo bisogno per sorreggere la nostra economia. Come ne abbiamo bisogno noi ne ha bisogno l’Europa: si tratta quindi di creare un contesto adeguato, ispirato al riconoscimento dei diritti e dei doveri di ciascuno. Ma c’è da parte europea, con punte particolarmente critiche in alcuni Stati membri, un atteggiamento di chiusura che trova la sua ragione d’essere nel timore, a mio avviso infondato e fuorviante, di una sorta di contaminazione di quella che alcuni considerano essere l’identità del Vecchio Continente, basata su presunte radici giudaico-cristiane. In questo senso l’equivoco risiede nel ritenere l’Europa una specie di club esclusivo, fondato sull’appartenenza religiosa, anziché un progetto politico ispirato ai principi della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Lo ripeto: la piena integrazione degli immigrati può realizzarsi solo a livello individuale, con la piena accettazione e valorizzazione delle reciproche diversità in cambio del riconoscimento delle stesse garanzie e opportunità riservate ai cittadini europei».
L’Europa è stata costruita attorno ai valori del liberalismo, ancor prima che del liberismo, ed al nono punto del programma del ALDE, gruppo parlamentare europeo nel quale confluite, si legge il vostro obiettivo di una “globalizzazione che funzioni per tutti”. Credete che la risposta data a questa crisi dai leader del mondo stia inducendo questo cambiamento?
«No, perché manca tuttora la volontà di superare la dimensione statale quando si tratta del governo dell’economia. Continuiamo tutti a ripetere che le dimensioni dei problemi economici e finanziari attuali richiedono risposte comuni, perché non c’è risposta nazionale adeguata. Eppure, è difficilissimo concordare piani di sostegno nazionali al di là dei Vertici, rituali o straordinari che siano; è apparentemente impossibile resistere alla tentazione di aiutare i campioni nazionali a competere contro quelli del vicino; ed è tuttora proibitivo discutere apertamente di riforma delle Istituzioni di Bretton Woods, in cui molti Stati membri godono di posizioni privilegiate rispetto al nuovo ordine economico mondiale. In Europa poi viviamo un paradosso in più: gli stati membri sono troppo integrati per poter sviluppare risposte puramente nazionali ma troppo divisi per puntare ad un obiettivo comune. Ma se gli stati membri, colti da una frenesia di riflessi nazionali, continueranno a rinunciare alla solidarietà che la comune appartenenza europea impone, allora a perdere saranno tutti. Ciascuna nazione, da sola, sarà condannata all’irrilevanza globale».
In questi giorni è uscita la sentenza di primo grado sul caso Mills, e ciò che si evince è un’immagine dell’Italia ulteriormente compromessa, stavolta ben oltre le questioni di forma, ma nella sua profonda sostanza democratica. Malgrado ciò è stata registrata un’ulteriore polarizzazione dell’opinione pubblica attorno alla figura del premier. Se gli italiani propendessero per questo tipo di bipartitismo, quale sarebbe la risposta dei Radicali?
«Noi siamo da sempre i paladini di un bipartitismo anglosassone, basato sul concetto del “winner take all” che implica però contrappesi significativi. La vittoria del Sì al referendum determinerebbe invece un bipartitismo caricaturale e coatto dove “sotto il vestito niente”: niente strumenti di garanzia, niente collegi uninominali, niente primarie all’americana, niente Parlamento di eletti ma solo di cooptati. Altro che restituire il potere di scelta ai cittadini! Sia chiaro: noi siamo referendari ma per il tipo di referendum previsto dalla Costituzione non da un regime oligarchico. Abbiamo costituito, per primi, un Comitato per il No anche per rafforzare la legalità referendaria: nel corso degli anni i referendum sono stati snaturati grazie alle sentenze eversive della Consulta e al tradimento dei partiti e del Parlamento. Se si fosse attuato l’esito dei referendum di inizio anni ’90, la riforma americana l’avremmo già fatta da un pezzo. E non ci illudiamo che il referendum del 21 giugno sarà un passaggio democratico, anzi sappiamo che non lo sarà: basta guardare alla leggina bipartisan varata per spostare la data del voto oltre ai limiti temporali previsti dalla legge sul referendum e al regolamento della Commissione di Vigilanza per le tribune elettorali per convincersene».

Ginevra Baffigo

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