Top

Europee, nuova intervista a Mario Mauro: “Più nascite e più giovani”

maggio 21, 2009 di Redazione 

Vicepresidente uscente del Parla- mento europeo, ricandidato dal Pdl per questa tornata del voto conti- nentale, è il prescelto del nostro Paese per lo scranno più alto dell’assemblea di Strasburgo qualora dovesse essere confermata la maggioranza conservatrice. Lo abbiamo risentito a meno di tre settimane dalle elezioni. L’intervista è di Marco Fattorini.

Nella foto, l’onorevole Mario Mauro

-

-

di Marco FATTORINI

On. Mauro, siamo in piena campagna elettorale: lei che ha maturato una notevole esperienza al Parlamento Europeo, quali sfide e quali tematiche porterà a conoscenza degli elettori in queste ultime settimane prima del voto?
“L’Europa è ad un bivio tra rilancio e declino. I cittadini devono innanzitutto capire che la posta in gioco per questa tornata elettorale è altissima: l’Europa ha acquisito negli ultimi anni sempre più poteri nei confronti degli stati, e il processo non si arresterà affatto, ma al contrario ci sono tematiche chiave per le quali è urgente un intervento politico a livello comunitario. Il rilancio passerà innanzitutto attraverso politiche che permettano alle persone di tornare a mettere su casa e a mettere al mondo dei figli. La crescita enorme degli stati a est dell’Europa (India, Cina) è dovuta a questo, al fatto che i giovani sono la maggioranza della popolazione. Se prendiamo la Turchia, dove la metà della popolazione ha dai 15 ai 25 anni, arrivi a comprenderne l’importanza. E arrivi a comprendere come la battaglia per la difesa della famiglia non è uno scontro ideologico tra chi è cattolico e chi no, ma è una necessità evidente”.

Silvio Berlusconi ha indicato proprio lei come candidato italiano alla presidenza del Parlamento Europeo. Come vive questa sfida? Ma, soprattutto, quali sarebbero il bagaglio e le basi su cui fondare un’eventuale esperienza del genere?
“Credo innanzitutto che sia un fatto che debba riempire di orgoglio tutti coloro che hanno tentato di contribuire alla costruzione europea. Mi riferisco a tutti, anche agli avversari politici. Sarebbe un risultato importante per la nostra immagine nel Mondo e per la nostra influenza nelle decisioni di Bruxelles. Le basi su cui fondare un incarico del genere sarebbero quelle lasciate dal Presidente uscente, il tedesco Pottering: ha voluto che il dialogo tra le diverse culture fosse il tratto distintivo dell’Europa e ha sempre cercato di utilizzare il metodo che fu alla radice della costruzione europea, quel metodo che grazie ai padri fondatori Adenauer, Schuman e De Gasperi ha permesso all’Europa di conoscere il periodo di pace più lungo della sua storia, ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide”.

Argomento candidature. I vari partiti hanno inserito nelle loro liste nomi svariati, tra cui una buona fetta di parlamentari uscenti, oltre ad amministratori locali e professionisti. Ma anche, come di consueto, molti “grandi nomi”, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, per accattivarsi il voto dell’elettorato. Come valuta lei questo e l’assetto generale delle liste?
“Si vuole a tutti i costi spostare i dibattito su argomenti che con l’Europa non centrano nulla e non si parla affatto dei contenuti di una tornata elettorale decisiva per le generazioni future. Credo quindi che la mia valutazione su questa questione sia una “non valutazione”, nel senso che il problema non sussiste e anzi, c’è un dato molto positivo per il Pdl: mi riferisco al buon numero di donne e di giovani all’interno delle liste, tutti con ottime possibilità di essere eletti”.

Il respingimento di immigrati clandestini verso la Libia da parte dell’Italia ha scatenato diverse polemiche, non solo tra l’opinione pubblica nostrana. Dal Consiglio d’Europa, che comunque non rappresenta un organo dell’Ue, arriva una dura presa di posizione nei confronti dell’azione italiana. Lei che giudizio dà a questa vicenda?
“Dobbiamo considerare il respingimento per quello che è, vale a dire non come una misura punitiva nei confronti dei disperati, ma come unica strada per combattere le organizzazioni mafiose che lucrano sulla disperazione della gente. Sono convinto che la strada intrapresa dal Governo, quella degli accordi bilaterali con i paesi di partenza dei clandestini, sia l’unica percorribile. L’unica strada che permette di controllare i flussi migratori nell’interesse di tutti gli attori in gioco, in primis per tutelare gli immigrati stessi”.

Il problema dell’immigrazione non può e non deve rimanere un affare dei singoli stati, ma deve poter contare su una strategia comune a livello europeo. Lei quali mosse e soluzioni propone per far fronte a questi drammatici episodi?
“I numeri parlano chiaro: in Italia abbiamo 5 milioni di stranieri, di cui 4 milioni di regolari. Se dovesse continuare, come è molto probabile, il trend che tra il 2007 e il 2008 ha visto l’ingresso di mezzo milione di stranieri, la popolazione straniera è destinata a raddoppiare nei prossimi 5 anni.
I fatti delle ultime settimane mettono in evidenza come uno stato di frontiera come l’Italia o come la stessa Malta non possono affrontare da soli una migrazione epocale come quella in atto. Occorre che l’Europa si assuma la responsabilità di accogliere chi ha il diritto di essere accolto e di combattere l’immigrazione clandestina in maniera proporzionata tra tutti gli stati membri. Nella legislatura appena conclusa ci sono stati in questo senso segnali positivi, come l’approvazione, il 18 giugno 2008 della Direttiva sui Rimpatri, che costituisce il primo passo verso una politica che sia in grado di far fronte all’emergenza salvaguardando i rispetto dei diritti umani e la sicurezza dei cittadini europei. Il testo, che entrerà in vigore dal 2011, favorisce la partenza volontaria degli immigrati illegali e stabilisce standard minimi in materia di durata del trattenimento e divieto di reingresso. Dobbiamo proseguire su questa strada comune, perché l’emergenza immigrazione sta inducendo l’Europa a fare davvero i conti con la sua identità, imprescindibile requisito per un reale dialogo con le altre culture. L’Europa deve interrogarsi su che cosa ha da offrire, non solo in termini di proposta di significato, ma anche di progetto politico e di esperienza per promuovere la convivenza tra i popoli. L’Europa deve dare quelle risposte che gli stati da soli non sono in grado di dare”.

Un articolo del Manifesto recita così: “sullo scranno più alto di Strasburgo potrebbe arrivare Mario Mauro, anche perché trovare un altro nome di spessore, o anche solo decente, tra le ex-vallette e le cantanti (non solo, per carità), che compongono la delegazione di Forza Italia non è facile”. La sua professionalità e la sua attività sono riconosciute e stimate anche dagli avversari. Che rapporto ha maturato, all’interno del Parlamento di Strasburgo, con i membri e i gruppi parlamentari di “opposizione”?
“In questi anni ho cercato di lavorare senza badare alle contrapposizioni ideologiche, ma con le persone che, come me, guardano al bene comune. Ho cercato di utilizzare il dialogo come un metodo di lavoro che non fosse quello del compromesso fine a se stesso. Il compromesso è solo un mezzo, non è il fine. Pur nel mio essere totalmente schierato con una parte politica e riconoscendomi in tutto e per tutto in quei valori, non di rado mi capita di collaborare con colleghi dello schieramento opposto con i quali l’obiettivo non è un tornaconto politico, ma è quello di fare insieme un passo avanti verso la verità”.

In un articolo lei ha parlato di un’Europa “aperta al dialogo ma attenta alle tradizioni, che al potere delle banche preferisce la creatività della persona”. Mera utopia o un progetto concretamente realizzabile? Come?
“Da cinque anni al Parlamento europeo sono Presidente dell’Intergruppo per l’Economia sociale, nato proprio con l’intento di favorire tutte le iniziative a carattere sociale che vengono dalla società civile. Siamo purtroppo ancora all’inizio perché l’Europa è ancora troppo legata al potere delle banche e della burocrazia che impera soprattutto nell’organo esecutivo dell’Unione, la Commissione. È indispensabile riavvicinare la vita delle istituzioni alla vita dei cittadini, il Paese legale al Paese reale, l’economia alla società. Oggi i cittadini europei possono offrire, come ulteriore contributo al processo di unità europea, l’affermazione del primato della società civile che lo Stato deve servire promuovendo in modo adeguato i princìpi di solidarietà e di sussidiarietà.
L’Europa deve riconoscere che la società civile necessita di questo continuo e reciproco coinvolgimento di tutti i cittadini tra di loro e con quanti sono scelti per l’esercizio del buon governo. Su questo punto l’Italia può certamente fornire un grande contributo. Quella italiana è infatti una società civile plurale e vivace che, tendenzialmente, non confonde il progresso democratico con la riduzione dello Stato di diritto al riconoscimento di mere libertà individuali”.

Marco Fattorini

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom