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Un’altra grande giornata. Apriamo con Spender e questo racconto

maggio 21, 2009 di Redazione 

Preparatevi ad un’altra giornata di grandi contributi delle maggiori fir- me del nostro giornale. Entreremo in dibattito con i grandi quotidiani cartacei, attraverso la risposta di Gad Lerner ad un articolo de “Il Foglio” che lo critica molto duramente. E apriamo – nello stesso solco - con questo scritto di Francesca Pitta, caposervizio del settimanale ”A” diretto da Maria Latella e redattrice di Agoravox, che propone su quest’ultimo e a il Politico.it un “racconto” tra cultura e costume, intriso anch’esso di storie legate alla… storia della carta stampata. A partire dallo spunto (e con l’obiettivo di parlare) di questa poesia dell’autore inglese. Un modo per cominciare la giornata con la bella scrittura e, appunto, la poesia. Buona lettura.

Nella foto, il poeta e saggista inglese Stephen Spender

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di FRANCESCA PITTA

Per me la poesia è sempre stata come una sorta di preghiera, un mantra. Ma non lo sapevo. Credo di averlo capito un giorno dell’autunno del 1994.

Ero a Roma, per lavoro. Stavo raccontando, da cronista, la vita di un quartiere, Monti, esortata da una giovane donna che incontrai per caso a Torino. Quella donna si chiama Chiara Rapaccini. Oggi è un’artista famosa di cui mi piacerebbe raccontarvi la storia proprio qui. Allora, cercava la sua strada. Una strada difficile. Difficile per molti versi, ma anche perché, sul quella stessa strada, aveva incontrato un signore che si chiama Mario Monicelli. Con quel signore ha condiviso, negli anni, moltissimo. Non sta a me raccontarlo. Quello, è davvero un altro film.

Quartiere Monti: mattina. Sto preparandomi ad uscire per andare ad intervistare il giornalista del “Corriere della Sera” che, professionalmente, fu direttamente coinvolto nel disastro di Ustica (tanto che su questa storia ci ha fatto un film. Tanto che quella storia ha segnato tutta la sua vita). Squilla il telefono dell’albergo in cui Chiara mi aveva consigliato di soggiornare. Allora niente cellulari, solo telefoni fissi. Il portiere mi passa la chiamata. Arriva da Milano, la mia città. Mi avvisano che mio cugino Marco è morto. Lo sapevo che era malato. Grave. Ma, francamente, non me lo aspettavo.

Marco scriveva di economia. Marco era uno contro. Marco era il direttore di “Italia Oggi”. Marco aveva quasi 50 anni, poco meno di quelli che ho oggi io. Marco mi somigliava. E non solo perché eravamo nati sotto lo stesso segno. Forse qualcuno dei lettori potrebbe dire che si tratta di pettegolezzi, fregnacce, direbbe mio padre. No, in questo caso sono sicura di poterlo smentire. In questo caso, si tratta di poesia.

Perché quella mattina, uscita dall’albergo, sono andata diretta all’edicola che si trova nella piazza principale del quartiere. E, come tutti quelli che fanno il mio mestiere, ho acquistato la mia mazzetta di giornali. Poi, non so perché forse annebbiata dalla notizia appena ricevuta o forse solo in cerca di un gesto, un pensiero consolatorio, ho iniziato a girovagare con lo sguardo e ho notato quella rivista. “Poesia”. Il numero in questione trattava della Poesia giapponese del dopoguerra. Mi piacciono i giapponesi, mi piace la loro arte. Mi è sempre piaciuta. Mi piaceva anche quella mattina. Mi piaceva anche se era appena morto Marco: forse soprattutto per quello. L’ho acquistata e sono andata a fare la mia intervista ad Andrea Purgatori.

La sera, in albergo, ho finalmente aperto la rivista.
Non so se succede anche a voi, ma a volte accade, nella vita, che qualche cosa ci porti da un’altra parte. Una parte che, come dice la lirica di Stephen Spender che lessi quella sera (inserita in un saggio che non parlava affatto di poesia giapponese), non avevamo previsto.

Ecco, io la morte di mio cugino non l’avevo prevista. Vi ho raccontato tutta questa piccola storia di vita perché era l’unico modo per introdurre questa poesia.

Si chiama What I Expercted. Ovvero, Ciò che mi aspettavo. Non ho mai capito, negli anni, perché l’opera completa di Spender non sia mai stata pubblicata. (Anzi, se qualcuno di voi ha notizie che mi possono smentire, le dica). Ma siccome il senso reale della rete è quello di condividere, ho pensato che questa meravigliosa opera dell’ingegno valesse la pena di essere condivisa con voi. Ovviamente il senso della poesia di Spender non è ciò che si aspettava, ma ciò che non aveva previsto.

In fondo, ci soffermiamo sempre a ragionare su ciò che ci aspettiamo, mai su ciò che non avevamo previsto…

WHAT I EXPECTED. STEPHEN SPENDER.
Ciò che mi aspettavo era/ Tuono, battaglia/ Lunghe lotte con gli uomini/ Emergere./ Dopo continue fatiche/ Sarei diventato forte/ Poi le rocce avrebbero tremato/ E io mi sarei riposato, a lungo./ Ciò che non avevo previsto/ Era il graduale quotidiano/ Venir meno della volontà./ La dispersione della brillantezza,/ La mancanza del buono da toccare/ L’avvizzire dell’anima e del corpo/- Fumo davanti al vento,/ Corrotto, inconsistente./ L’usura del Tempo/ E il passaggio di storpi/ Con gli arti a forma di domanda/ Nel loro strano contorcersi,/ Il dolore polveroso/ Che scioglie le ossa con pietà,/ I malati che si staccano da terra-/ Questi, non li potevo prevedere./ Sempre aspettandomi/ Un po’ di brillantezza in cui fidare/ E dell’innocenza finale/ Esente da polvere,/ Che, solidamente sospesa,/ Dondoli sopra a tutto/ Come la poesia creata/ Il cristallo sfaccettato.

FRANCESCA PITTA

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