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Dedichiamo ancora l’apertura al teatro. Il viaggio del Mare in tasca

maggio 20, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana si fonda su un progetto culturale fatto di idee, contenuti, intelligenza. Un progetto nuovo, nel mare magnum della produzione editoriale della rete e non solo. Un progetto serio. Nel quale il racconto quotidiano della politica italiana trova ideale complemento in questo spazio periodico che il teatro conserva, illuminato dalle bellissime recensioni di Federico Betta. Eccone un’altra. E nel pomeriggio un interessantissimo commento sulla tenuta del consenso da parte del presidente del Consiglio e del Governo nonostante i molti momenti di difficoltà nei quali recentemente si sono venuti a trovare. Da non perdere. Intanto la magia del teatro. Con la nostra prima firma culturale.

Nella foto, César Brie in un momento della rappresentazione

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Il mare in tasca

Regia, testo, scenografia, disegno luci e interpretazione: César Brie
Musica: Andante del Concerto per Liuto e Orchestra di Vivaldi eseguita da: Abramo Maiorani
Luci: Mia Fabbri
Produzione: Teatro de Los Andes

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di Federico BETTA

Sognando Frankenstein e Lenin comincia Il mare in tasca di César Brie.
Come promesso ai lettori de il Politico.it, sono ritornato allo splendido teatro Arvalia di Roma per raccontarvi il lavoro dell’autore attore argentino.
Su un palco di legno un letto e una porta, un enorme vestito bianco appeso alla parete di fondo e una minuscola platea di spettatori marionetta. Sul letto dorme un uomo che si alza con un sobbalzo. E in quel sobbalzo, nel momento del ritorno alla coscienza, si apre la vera immaginazione: l’attore, a sua insaputa, è trasformato in prete, un interprete incastrato in una vita non sua da una voce divina e nascosta, una propria voce che sibila ordini tra super-io e legge morale, che impone movenze e affetti, e scatena dubbi e riflessioni.
César Brie ha 55 anni e si muove sul palco come un ragazzino innamorato, allegro, festante, con lacrime di gioia. Ha la perfetta gestione dello spazio scenico anche quando corre all’impazzata con la tunica da prelato che gli taglia le gambe, e crea momenti di tenebra nel profondo conflitto tra l’uomo e il divino, rivoltandoli in farsa e trasformando la metafisica in equivoco da operetta. Una relazione tra teatro e non teatro che tiene i fili delle marionette sul palco, e di un pubblico docile come credenti che “pagano per ricevere la redenzione”.
Il mare in tasca è un percorso nell’immaginazione, nel fare teatro, nel rapporto con l’alterità. Un’alterità che siamo sempre noi stessi, che guardiamo e interroghiamo, “mendicanti di sogni” come siamo, rapiti da un menestrello filosofo che illumina la scena con una candela, racchiuso nella sua camera oscura a rintracciare immagini nella memoria.
E così, l’attore incastrato in un prete è subito bambino che s’infila l’immenso abito bianco per coprirsi dell’affetto di madre e tornare a se stesso, a quel sé che non c’è più, non c’è mai stato, o che sarà sempre in noi.
Il teatro è un grande carrozzone fatto di artigianato e passione e ha i suoi tempi tecnici, continua a ripetere il filosofo bambino, tempi da nascondere, da mascherare, raccontando paesaggi coi sentimenti, trasfigurando la macchina scenica in risata collettiva.
Risata che irride gli esperti dello spirito, che sberleffa la mano inanellata di prepotenti cariche cattoliche, che ci fa scivolare via, portandoci in un nuovo mondo dell’attore. Che non si maschera, non si traveste, ma cambia volto perché cambia emozione.
Ed è questa l’impressione che ci lascia Il mare in tasca, l’immagine in trasparenza di una tradizione luminosa, di un teatro povero ma immenso, un teatro fatto per la gente, che si radica nell’urgenza sociale di prendere parola, nel bisogno di urlare, immaginando una parabola di poesia, per commuoversi e ballare.
Nella sua estrema pulizia, il racconto intreccia vita, teatro, menzogna, potere, violenza e amore. L’amore per minuscoli eventi che prendono corpo nell’emozione, come un nastro di raso blu steso sulla scena: un orizzonte sulle onde del mare.

Federico Betta

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