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Il 7 giugno si vota anche in Libano. Si va verso una vittoria “siriana” di Hezbollah

maggio 18, 2009 di Redazione 

Désirée Rosadi ci racconta di un Paese attraversato da profonde divisioni, stretto tra l’influenza della Siria e il “nemico” Israele (con il quale ricorderete il conflitto del 2006, per la cui risoluzione si mosse il Governo italiano allora presieduto da Romano Prodi), in cui l’attuale opposizione del Partito di Dio si appresta probabilmente a diventare maggioranza. Un profondo spaccato del Libano, in questo servizio da non perdere.

Nella foto, il segretario generale di Hezbollah, Hasan Nasrallah

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di Désirée ROSADI

Il prossimo 7 giugno avranno luogo le elezioni parlamentari in Libano, a quattro anni di distanza dalle legislative che avevano dato vita alla prima assemblea parlamentare successiva al ritiro delle truppe siriane. A vincerle è stato Saad Hariri, figlio del Premier assassinato nel 2005, stretto alleato del leader druso Walid Jumblatt, con il controllo di circa due terzi dei seggi. Ad oggi il Parlamento è ripartito in tre grandi blocchi: gli oppositori della Siria, Hariri e Joumblatt, con 72 deputati, i cristiani raggruppati attorno al Generale Michel Aoun, con 21 seggi e l’alleanza elettorale tra Hezbollah e la corrente Amal di Nabih Berri, con 35 seggi.

A meno di un mese dalle elezioni, le previsioni assegnano la vittoria alle forze d’opposizione, in particolare Hezbollah. Il capo del blocco parlamentare di Hezbollah, Mohammad Raad, ha sottolineato come i libanesi debbano scegliere tra la riconciliazione con il nemico, nella fattispecie Israele e la tutela di un Libano forte, supportato da Siria e Iran. Raad è stato indicato dal segretario generale di Hezbollah, Hasan Nasrallah, come il candidato del Partito di Dio per la regione di Nabatiye in vista delle prossime elezioni. Tuttavia il Partito di Dio avrà bisogno di patteggiare un compromesso con le forze d’opposizione sunnita-cristiana per poter governare in modo effettivo.

Le votazioni del 2005 avevano inaugurato un periodo di stabilità: immediatamente era stato formato il nuovo Governo, guidato da Fouad Siniora, ed era iniziato il “Dialogo nazionale”, un esercizio che aveva riunito le delegazioni dei principali leaders politici del paese. Molti sono i temi politici affrontati in questa fase, dall’inchiesta sull’uccisione di Hariri alla creazione del Tribunale internazionale incaricato di giudicare i responsabili di questo e di altri attentati avvenuti in Libano a partire dal febbraio 2005, dalla questione del disarmo delle milizie Hezbollah e palestinesi a quelle inerenti le Fattorie di Chebaa, occupate dall’esercito israeliano. L’esercizio si è protratto fino alla fine di giugno 2006 quando il conflitto con Israele ha causato il sostanziale fallimento del “Dialogo Nazionale”.

La crisi politica conferma il peso delle “linee di frattura” che corrono lungo l’accidentata dorsale del Libano: quella geo-politica tra l’asse sciita e arabo-sunnita; quella di natura politica interna tra campo filo-occidentale e pro-siriano; quella, infine, socio-economica che attraversa le fasce di estrazioni borghese per lo più sunnite e cristiane e il sotto-proletariato sciita. A partire dall’indipendenza dalla Francia nel 1946, il paese dei cedri è sempre stato scenario di forti contrasti tra i vari gruppi religiosi del Paese, maroniti, sunniti e sciiti. Lo modello stesso di democrazia parlamentare instaurato in Libano è di tipo confessionale: la carica di Presidente della Repubblica è ricoperta da un cristiano maronita, quella di Primo Ministro da un musulmano sunnita e quella di Presidente del Parlamento da uno sciita. I parlamentari sono divisi equamente tra cristiani e musulmani.

Un passo avanti verso la risoluzione dei contenziosi interni al paese si è compiuto con i colloqui di Doha tra i partiti libanesi, conclusi il 21 maggio 2008. L’accordo siglato ha previsto l’elezione alla Presidenza della Repubblica il Generale Sleiman, il quale ha espresso da subito la volontà riunire tutti i libanesi intorno ad un progetto nazionale condiviso. Purtroppo gli episodi di violenza nel Paese non si sono fermati. A giugno sono ripresi gli scontri a Tripoli, sei i morti e decine i feriti tra i miliziani alawiti e gruppi sunniti radicali. A settembre un’autobomba aveva ucciso un politico del partito druso filo-siriano, Saleh Aridi, a sud di Beirut. Alcuni giorni dopo, un attentato ad un autobus ha causato la morte di sei militari delle Forze Armate Libanesi. Uno dei nodi da sciogliere è legato alla questione del disarmo di Hezbollah: gli scontri tra sostenitori di maggioranza e opposizione a Beirut hanno aperto la strada al controllo delle milizie di Hezbollah su gran parte della capitale grazie ad un massiccio riarmo.

Per quanto riguarda la situazione dei diritti umani nel Paese, permangono molti elementi di criticità, in particolare le pessime condizioni delle carceri, la situazione dei rifugiati palestinesi, ai quali vengono negati l’accesso al mondo del lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali e l’assistenza legale. Per ciò che concerne la libertà di associazione, in Libano sono attive numerose ONG, soggette però, insieme agli attivisti per i diritti umani, a gravi intimidazioni e pressioni. Sebbene le libertà di stampa e di espressione siano garantite dalla Costituzione, il Governo libanese in realtà esercita pressioni sui giornalisti e sulle emittenti radiotelevisive dando luogo a forme di autocensura. È evidente come le prossime elezioni parlamentari libanesi saranno un’occasione importante per i partiti politici e i candidati perché si impegnino per la difesa e la promozione dei diritti umani nel Paese.

Désirée Rosadi

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