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Europee, campagna elettorale in cui non si parla (ancora) di Europa

maggio 16, 2009 di Redazione 

La provocazione. Non è un’elezio- ne politica nazionale, i singoli europarlamentari verranno eletti (in larga parte) direttamente dal voto di preferenza che si conquista a livello territoriale-circoscrizionale (e questo comporta una maggiore concentrazione locale), tuttavia è indubbio che, a ormai 20 giorni dal giorno che accorpa Europee e Amministrative il confronto pre-elettorale stenti a decollare, a riprova di un interesse molto limitato nei confronti dell’Europa, schiacciato tra vicende interne e la propaganda “indiretta” dell’azione di Governo e delle risposte dell’opposizione alle singole scelte. Luca Lena traccia un profilo di questo approccio al voto per le Europee.

Nella foto, Berlusconi a “Porta a porta” per affrontare il caso-veline/Noemi: pochi accenni (diretti) al voto europeo

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di Luca LENA

A meno di un mese dalle elezioni europee i criteri della par condicio, indispensabili per garantire il minimo pluralismo e visibilità tra tutti i partiti, dovevano segnare un punto di riferimento definitivo nella giostra dei proclami partitici. Eppure, a causa di rilevanti questioni di politica interna o per via di vicende dai contorni rosa finite per essere inglobate nel pentolone del pubblico interesse, sta di fatto che la campagna per le elezioni europee non solo stenti a decollare ma perfino a definire un volume d’interesse specifico che ne identifichi la sostanza. E, paradossalmente, in questi giorni si parla sempre più spesso dei candidati che si affacceranno sul panorama politico e poco dei contenuti che quest’ultimi appoggiano. La questione ampiamente sviscerata delle “veline” pone al centro dell’attenzione una povertà ideologica che sembra infestare cronicamente la comunicazione politica. Ci si propone di criticare dubbie candidature politiche, quando in realtà non si riesce a sostenere perfino quelle di chi professionalmente ne avrebbe maggior diritto ma che in termini pratici non riesce a dimostrarlo. E l’enumerazione dei nominativi nelle liste elettorali raggiunge l’apice dell’incrinatura tra popolo e politici, in una serie di anagrafiche presentazioni che nulla aggiungono alla conoscenza già di per sé occasionale del lettore medio. In questo contesto, dunque, sarebbe proprio la giusta e curata propaganda politica, sorretta da un dialogo aperto e diretto, a poter rintuzzare un interesse doveroso nel pubblico.
Ma nel surreale clima della par condicio estremizzata per difetto, ciò che conta sembra essere lo spessore politico di facciata, il nome, la presenza scenica che, in campo nazionale, ha acquisito una valenza ben specifica. Con questa chiave di lettura possono essere interpretate le candidature di Berlusconi e Di Pietro, entrambi ineleggibili, eccetto nell’improbabile ipotesi che abbandonino le rispettive cariche parlamentari; sintomo di una politica che galleggia nello sciacallaggio di olezzanti rifiuti, e che tenta un avvicinamento al pubblico attraverso le abili armi persuasive della visibilità. Poche parole, dunque, almeno per adesso, tuttavia molte immagini rilasciano la loro impronta nell’occhio dello spettatore.
Ciò di cui invece si discute già è la portanza reale di un’elezione che, a detta di molti, sembra servire da palcoscenico per rifugiati e carneadi della politica domestica o, piuttosto, nel tentare un recupero d’immagine tra coloro che in passato hanno avuto poca fortuna. Ma a prescindere dalle varie interpretazioni che si possono fare è facile notare come tra le fila dei partiti in lizza compaiano nominativi alquanto originali, nuovi, più o meno significativi e promettenti per lo scenario politico. La campagna elettorale si potrebbe quasi dire che sia giocata sui blocchi di partenza, attraverso la mera identificazione dei partenti, sui quali piove una curiosa e pregiudizievole caricatura pubblica, poco avvezza al mantello professionale che rappresentano.
Nella squadra del Pdl, ad esempio, oltre al già citato Berlusconi che sarà capolista in tutte e cinque le circoscrizioni, troviamo Ignazio la Russa, unico ministro candidato, e Clemente Mastella nella circoscrizione Meridionale. Oltre ad una sostanziale conferma dei vecchi europarlamentari, sono da segnalare le entrate dell’ex sindaco di Aulla Lucio Barani e della “mediatica” Barbara Matera, quest’ultima unica sopravvissuta all’epurazione redentiva tra le cosiddette “veline”.
Per il Pd si assiste ad una maggiore varietà e localizzazione delle candidature: capilista saranno Luigi Berlinguer, Sergio Cofferati, l’ex giornalista David Sassoli, Rita Borsellino e Paolo De Castro. Da evidenziare anche la presenza di Debora Serracchiani, del sindaco fiorentino Domenici e di Patrizia Toia, europarlamentare uscente.
Per la Lega, Bossi monopolizza tutte le liste, presente anche Borghezio in due circoscrizioni. Da notare le candidature di Matteo Salvini nella circoscrizione Nord e del segretario Claudio Moranti in quella di Centro.
Nell’Idv Di Pietro capolista in tutte le circoscrizioni, eccetto in quella Meridionale dove spicca il nome di Leoluca Orlando. Le altre candidature di riferimento sono quelle del filosofo Gianni Vattimo, dell’ex magistrato De Magistris e del funzionario della regione Sicilia Sonia Alfano.
Variegate anche le liste della neonata Unione di Centro, con capilista lo scrittore Magdi Allam, il presidente del Movimento per la Vita Carlo Casini, Ciriaco De Mita, Saverio Romano e Gian Luigi Gigli. Di interesse e scalpore vi è inoltre la candidatura di Emanuele Filiberto di Savoia.
Infine Rifondazione Comunista con Oliviero Diliberto, Vittorio Agnoletto, l’astrofisica Margherita Hack e Lidia Menapace in cima alle liste.
Questi, secondo le stime, dovrebbero essere i partiti a superare la soglia del 4% che consentirebbe di ottenere rappresentanza in Europa. Al momento al di sotto dello sbarramento appaiono la Destra di Storace, Sinistra e Libertà, l’Mpa di Lombardo e i Radicali di Emma Bonino e Marco Pannella.
In attesa che la campagna elettorale smuova le acque, prima di dare il via al valzer propagandistico sarebbe opportuno rivalutare con cognizione di causa l’influenza del voto europeo, attraverso un’evidenziazione obiettiva dei vincoli parlamentari che dovranno sostenere gli eletti. E non solo per le strategie di politica interna a cui sempre più spesso sembra soggiacere la votazione europea. Strasburgo non dovrà tradursi in un laboratorio di cavie in cui misurare il consenso nazionale, con cui sezionare e ritoccare problematiche interne. Nonostante ciò, è indubbio che per il Pd il risultato potrebbe essere decisivo in vista del congresso di Ottobre e in relazione alla scelta della leadership. Per il Pdl, accantonando sondaggi e previsioni astratte, avremo la reale dimensione che il popolo italiano attribuisce al dominio Berlusconiano, in considerazione dei recenti scandali al limite dell’ingerenza privata e delle difficili questioni interne che attanagliano la coalizione ed i suoi alleati.

Luca Lena

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