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“Barriera di sicurezza” di Israele Benedetto XVI: “Abbattete il muro”

maggio 15, 2009 di Redazione 

Sono passati nove anni dalla storica visita di Giovanni Paolo II in Terrasanta. In questi giorni Papa Ratzinger ha ripercorso le tappe di quel viaggio, scegliendo, però, stavolta, di toccare anche i Territori Palestinesi. Una scelta rafforzata dalla successiva presa di posizione contro il muro - la cui costruzione cominciò nel 2002 per volontà dell’allora governo Sharon - che impedisce fisicamente ai palestinesi l’accesso in territorio nazionale israeliano. Ce ne parla Désirée Rosadi.

Benedetto XVI durante la sua visita in Israele e nei territori palestinesi

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di Désirée ROSADI

A nove anni dallo storica visita di Papa Giovanni Paolo II in Israele, in questi giorni Benedetto XVI ha ripercorso le tappe di quel viaggio, in un momento ancora più difficile e controverso per la storia dello Stato d’Israele e della Palestina. Come allora, ha visitato il memoriale dell’olocausto di Yad Vashem, ha toccato il Muro Occidentale di Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri del popolo ebraico, ha incontrato le più alte cariche dello Stato e i maggiori rappresentanti dell’ebraismo, promuovendo l’incontro e il dialogo tra cristiani ed ebrei.
Questa volta però il viaggio è continuato alla volta dei Territori Palestinesi. A Betlemme è stato accolto dal Capo dell’Autorità Nazionale Abu Mazen, ed ha rivolto un pensiero a tutte le famiglie rimaste senza casa nel recente conflitto di Gaza. Nel corso delle visite a Betlemme e a Nazareth, per la prima volta Ratzinger ha espresso parole di disapprovazione per le politiche di prevenzione attuate da Israele nei confronti dei palestinesi. In particolare, ha ribadito più volte la necessità di “abbattere i muri”, intesi come metafora dell’inconciliabilità che permane tra questi due popoli, ma anche muri reali, come quello innalzato da Israele per delimitare i Territori Palestinesi.
La costruzione del muro era stata avviata nell’estate 2002, per decisione del governo Sharon: l’imponente ostacolo fra i Territori ed Israele è stato chiamato “Barriera di sicurezza”, gheder bitahon in ebraico, e consiste in un sistema di barriere fisiche (muri, trincee, porte elettroniche) che impediscono fisicamente ogni intrusione di terroristi palestinesi nel territorio nazionale israeliano. Lunga 730 km, la barriera ingloba la maggior parte delle colonie israeliane e la quasi totalità dei pozzi di acqua. Per due parti da più di mezzo secolo spaccate politicamente e culturalmente, la costruzione del muro difensivo ha incarnato valori inconciliabili. Da una parte la necessità di prevenire ogni azione terroristica nei confronti della popolazione civile israeliana, dall’altra un vero e proprio wall map, che sottrae definitivamente territori della Cisgiordania all’Autorità Nazionale Palestinese.
Il governo israeliano rispose alle accuse lanciate dall’Autorità Nazionale Palestinese di voler costruire un muro di annessione, e non di difesa, mettendo di fronte l’efficacia della barriera di sicurezza in relazione alla diminuzione degli attentati provenienti dalla Cisgiordania, ma specificò la natura mobile della barriera, dettata da ragioni di forza maggiore e stato di necessità, in modo da poter spostarla, in alcune sue parti, altrove. Ma l’enorme impegno economico intrapreso da Israele per la costruzione del muro e del reticolato super-tecnologico, è uno degli argomenti forti contro la sua provvisorietà: consideriamo le massicce fortificazioni e le annessioni di terra, la più produttiva e fertile, come quella dei distretti di Qalqiliyya, Tulkarem e Jenin, che detengono il 45% delle terre coltivabili e 2/3 delle risorse idriche della Cisgiordania.
Non è tutto. La Corte Internazionale di Giustizia nel 2003 aveva stabilito l’illiceità del muro, in quanto viola il divieto di acquisizione di territori con la forza, il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, il diritto internazionale umanitario, oltre all’impossibilità di invocare la scusante della legittima difesa e quella dello stato di necessità. Detto ciò, il governo israeliano doveva porre fine alla situazione illecita cessando immediatamente la costruzione del muro, procedendo al ripristino quo ante. Unico inconveniente, la decisione della Corte dell’Aja ha potere consultivo, non vincolante. Il peso della sentenza, pur se strettamente politico, ha ribadito un principio sacrosanto: nessuna esigenza di sicurezza può passare sui diritti inalienabili degli esseri umani e sui valori fondamentali del diritto internazionale.
Come era immaginabile, nulla è stato toccato e l’innalzamento del muro è andato avanti, oscurando l’orizzonte dei palestinesi e la speranza di pace tra i due popoli. Le parole del Papa fanno eco alle numerose denunce di violazione dei diritti palestinesi, tra le quali la continua espansione degli insediamenti illegali e l’avanzata all’interno della Cisgiordania occupata, compresa la parte all’interno e intorno a Gerusalemme est, attraverso la confisca di terreni agricoli, principale fonte di sussistenza. Ratzinger, infatti, ha sottolineato l’esigenza di una patria permanente per questo popolo, intrappolato in una spirale di violenza, di attacchi e distruzioni continue.
La lezione impartita da Benedetto XVI in questa occasione ci invita a riflettere in profondità sulle ragioni dei conflitti. Dato per certo che non si può riconoscere alcuna gerarchia tra gli uomini, così come non è possibile classificare su una scala ascendente o discendente le comunità religiose o nazionali, è ragionevole affermare che un popolo – qualunque esso sia – non è buono, giusto o superiore per natura o per grazia divina. Nessun popolo è investito di una missione superiore, di conseguenza non può utilizzare a suo vantaggio la parola “sicurezza”.

Désirée Rosadi

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