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Diario politico. Fini: “Troppa propaganda” Il Pd: “Vogliono privatizzare la Sanità”

maggio 13, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. Giornata intensa per la politica italiana. Sul fronte parlamentare è stata, come detto, votata la fiducia al decreto sicurezza sul quale continuano le polemiche, in particolare sulle possibili ripercussioni per i figli degli immigrati che rischierebbero di non poter essere riconosciuti e registrati all’anagrafe. Critiche dal presidente della Camera che, se da un lato va incontro all’idea di Maroni di chiedere all’Onu di organizzare centri di verifica dei requisiti per chiedere l’asilo nei paesi di provenienza dei migranti, dall’altro bacchetta la (sua) maggioranza. A questo proposito c’è stato un incontro tra Fini e Umberto Bossi, nel quale si è discusso dei “rapporti tra alleati”. Ma la giornata è proseguita poi con una importante conferenza stampa di Dario Franceschini, che ha lanciato l’allarme e annunciato che i Democratici sono pronti «a fare una dura battaglia contro l’intenzione del governo di smantellare il servizio pubblico sanitario e andare verso la sua privatizzazione». Il racconto.

Nella foto, il presidente della Camera onorevole Gianfranco Fini

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di GABRIELE CANARINI

Quest’oggi la giornata politica ha vissuto un passaggio importante all’interno dell’Aula della Camera, dove si è votato sui tre maxiemendamenti al ddl in materia di sicurezza su cui il governo, ieri, ha posto la fiducia. Tutti e tre i maxiemendamenti hanno superato favorevolmente il voto. Il primo voto di fiducia, che riguardava il maxiemendamento sulle norme per l’immigrazione, ha ottenuto 316 voti a favore e 258 contrari. Il secondo maxiemendamento, riguardante le disposizioni inerenti ai reati di mafia, ha riscosso 315 voti favorevoli e 247 contrari, suscitando però le polemiche del Pd. Il partito di Franceschini ha, infatti, ritenuto superflua ed eccessiva la richiesta di fiducia, con la quale, di fatto, si è impedito al Pd di esprimere il proprio voto anche sui passaggi ritenuti positivi della legge, quali l’allungamento del regime di carcere duro, il 41 bis, per i reati mafiosi, fino a 4 anni. Il terzo maxiemendamento, infine, riguardante la regolamentazione in materia di sicurezza urbana, ha ottenuto 315 voti favorevoli e 237 contrari. Con questo favorevole passaggio in Aula, prende quasi definitivamente forma il ddl sulla sicurezza così come lo ha fortemente voluto la Lega, ossia come una legge che, in particolare, fornisce al governo norme più rigide e severe per contrastare l’immigrazione clandestina. Fra queste norme, però, ha scatenato forti polemiche quella che impone agli stranieri di mostrare il permesso di soggiorno per accedere agli uffici pubblici, ad eccezione delle scuole dell’obbligo e degli ospedali. La disposizione è stata definita dall’esponente del Pd Donatella Ferranti «disumana»: «Se una donna clandestina partorisce in Italia, ma non è in possesso del passaporto, non può conoscere neanche il proprio figlio, oltre a non poterlo iscrivere all’anagrafe. Se poi venisse espulsa suo figlio verrebbe messo in adozione. Alla puerpera irregolare viene dato, per il periodo della gravidanza e del parto, una sorta di permesso di soggiorno provvisorio. Ma perché il questore glielo possa dare la clandestina deve avere il passaporto che molto spesso non ha. E allora, per sottrarsi al pericolo di denuncia dell’ufficiale di stato civile eviterà di registrare la nascita». La fondatezza di tali critiche è stata immediatamente smentita dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, ma è stato soprattutto il titolare di tale Ministero, Roberto Maroni, a precisare: «E’ falso che nel ddl ci sia una norma per cui i bambini clandestini potrebbero essere immediatamente adottabili. La legge Bossi-Fini prevede la concessione automatica del permesso di soggiorno di sei mesi dalla nascita del bambino sia per il figlio che per i genitori». E a tal proposito la relatrice del ddl Iole Santelli ha aggiunto: «In questo lasso di tempo di sei mesi, entrambi i genitori possono iscrivere il figlio all’anagrafe». Forti perplessità a riguardo sono state invece sollevate dal direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati della Cei, padre Gianromano Gnesotto: «Non è vero, come si dice, che c’è un permesso automatico dato alla madre clandestina in attesa del figlio, e poi per i primi sei mesi dalla nascita. Questo permesso, infatti, va richiesto, e quindi si possono trovare bambini che vengono registrati da parte dell’ostetrica o dei servizi sociali, ma è una modalità prevista per chi non vuole riconoscere il proprio figlio o intende abbandonarlo, che non è il caso delle donne immigrate». Secondo il sacerdote «tutto questo porterà conseguenze veramente difficili, ma già il fatto stesso che la madre del bambino si trovi nella condizione di non poterlo registrare pone un problema forte».

Immigrazione. Come già accaduto nei giorni precedenti, l’iter parlamentare è stato anche oggi accompagnato dalle molteplici e opposte reazioni suscitate dall’azione di governo intrapresa nei confronti dei barconi di immigrati intercettati al largo delle costa siciliane, i cosiddetti respingimenti, rimpatri, o, ancora, per dirla con il Ministro della Difesa La Russa, “riaccompagnamenti”. Tema, questo, strettamente interconnesso con la materia giuridica di cui tratta la legge in esame a Montecitorio. A proposito di ciò è stato lo stesso Maroni a ribadire che la linea del governo non cambierà, nonostante le preoccupazioni sollevate in merito dall’Onu. Il titolare del Viminale ha quindi annunciato che incontrerà i vertici dell’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu al fine di illustrare la posizione del governo italiano: «Venerdì avrò un incontro con il commissario Jolls, che è il responsabile italiano dell’Unhcr. Lo vedo perché le preoccupazioni che vengono evidenziate le teniamo in conto, ma la proposta che facciamo non è quella, che hanno avanzato loro, di accoglierli tutti e poi valutare, ma quella di creare una struttura in Libia per valutare là se qualcuno ha i requisiti per lo status». Su questa proposta si è espresso oggi, nella pausa dei lavori dell’Aula, anche il presidente della Camera Gianfranco Fini: «E’ un’ipotesi tra le tante, non peregrina». Fini si è poi soffermato sullo scambio di posizioni intercorso fra il governo e l’Onu: «Non è un problema di punti di vista. Ci sono le norme di diritto internazionale. Esiste il problema del respingimento dei migranti ed esiste il diritto all’asilo. Solo che va verificato. Se si verifica sul territorio nazionale esistono i Cie, se si verifica durante il trasferimento deve essere certo che sia fatto in modo esaustivo e completo. Forse bisognerebbe pensare a istituire dei centri anche nei paesi notoriamente di transito, coinvolgendo le organizzazioni internazionali come l’Onu e la Ue». A questo punto il titolare di Montecitorio non ha potuto esimersi una bacchettata nei confronti dei suoi alleati, sulle modalità con cui si sta affrontando il tema spinoso dell’immigrazione: «Bisogna evitare eccessi propagandistici». E, ha poi così chiarito l’obiettivo del suo monito: «…non mi pare che l’Onu sia in campagna elettorale». Al richiamo di Fini ha riposto provocatoriamente il leader della Lega Umberto Bossi: «Se la propaganda non la fai quando ci sono le elezioni, quando la fai?». Il numero uno padano ha poi palesato un assai relativo interesse verso le polemiche sui respingimenti, in virtù di un primario interesse nel successo del ddl alla Camera: «Cominciamo a respingere, poi si vede. Io non esprimo perplessità, mi interessa il voto. Basta che il ddl sicurezza passi. Chi la dura la vince». In seguito a questo piccato scambio di battute, Bossi ha chiesto un incontro con Fini, e i due leader si sono confrontati per circa mezz’ora, al termine della quale è stato il capo del Carroccio a gettare acqua sul fuoco: «Non abbiamo parlato di immigrazione, ma di cose alte, di come ci si comporta da alleati, di come ci si comporta reciprocamente. Quando uno dà la parola deve mantenerla, e Fini è uno che la mantiene».
Sul tema dell’immigrazione è intervenuto oggi, con un editoriale su La Repubblica, anche lo scrittore Roberto Saviano, autore di Gomorra. L’autore napoletano ha voluto evidenziare come due importanti episodi degli ultimissimi anni abbiano visto schierati proprio gli immigrati africani contro i misfatti compiuti sui loro compatrioti da esponenti mafiosi. Dapprima a Castelvolturno, in Campania, nel settembre scorso, gli africani organizzarono una manifestazione spontanea per mostrare la loro indignazione per l’uccisione di sei immigrati da parte della Camorra; in seguito, la stessa cosa fece la comunità africana di Rosarno, in Calabria, per protestare contro l’aggressione subita da due lavoratori ivoriani da parte dell’ndrangheta. Questi episodi assumono estrema rilevanza se si tiene conto che, in quei luoghi soffocati e oppressi dall’egemonia mafiosa, la popolazione italiana vive nell’inerzia e nell’omertà assoluta rispetto agli episodi criminali perpetrati dalle cosche. Saviano, perciò, con il suo intervento ha voluto prendere le distanze dal quadro illustrato ieri dal premier Berlusconi a proposito del reclutamento sui barconi dei migranti, invitando ad evitare generalizzazioni che portino a criminalizzare in toto il fenomeno migratorio: «Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro». Per questo, secondo lo scrittore partenopeo, il primo obiettivo dello Stato deve essere necessariamente la tutela della parte “buona” dell’immigrazione: «Non si tratta di interpretare il ruolo delle “anime belle”, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione». Ulteriori critiche all’impostazione tenuta dal governo sull’immigrazione sono arrivate anche dalle fila dell’opposizione, in particolare dal sindaco Pd di Venezia Massimo Cacciari, intervenuto a Repubblica Tv: «Interrompere i flussi migratori è utopia. Sul tema dell’immigrazione – spiega Cacciari – tra persone serie occorrerebbe essere realistici. I flussi migratori da paesi poveri verso l’Europa sono destinati a continuare, la demografica lo detta. Occorrono politiche di accoglienza e integrazione. Ricacciare gli immigrati significa solo cambiare destinazione, cacciandoli da Lampedusa arriveranno da un’altra parte. Ci sono norme internazionali d’asilo che andrebbero rispettate, il nostro paese non le rispetta». E sui respingimenti, sulla cui necessità si era espresso favorevolmente anche il collega di partito di Cacciari, Fassino, il primo cittadino della Laguna spiega: «Non possiamo accogliere tutti, è evidente. Ma dobbiamo indignarci, non possiamo assistere a donne e bambini annegati. Non basta respingere sic et simpliciter, questo è fuori legge».

Pd e Sanità. Cacciari, poi, si è soffermato anche sulle sue scelte in merito al referendum e sulla legge elettorale che tale strumento consultivo vorrebbe abrogare: «Io voterò sì al referendum, credo che sia la giusta provocazione verso un ceto politico che non è riuscito a modificare una legge indegna. La vittoria dei sì creerà grosse contraddizioni nel Pdl e non credo che danneggerebbe il Pd, non ne sono convinto. Sarebbe ora di finirla di pensare – ha aggiunto Cacciari – che attraverso i sistemi elettorali tu vinci o perdi, questa è idiozia elettoralistica. Lasciamo perdere il cretinismo elettoralistico, si vince solo se si convincono gli elettori. I sistemi elettorali possono essere diversi, ma vince chi ha una leadership efficace e conquista i voti degli elettori». E, giusto a proposito di leadership politica, Cacciari ha così espresso la sua idea sull’attuale segretario del Pd: «Franceschini non è Berlusconi. Qualcosa Dario sta rimediando, ma sul piano del movimento. Non ha tempo di organizzare la strategia o il partito. Cerca di salvare la baracca ma tutto è rimandato al dopo elezioni». Proprio il leader del Pd ha oggi, in conferenza stampa, affrontato un tema che, sebbene possa apparire non di prim’ordine in questi giorni incentrati sul grande problema dell’immigrazione, è in realtà assai rilevante, anche in considerazione del fatto che, come ha illustrato nell’editoriale sul Corriere di oggi Massimo Gaggi, negli Stati Uniti Obama sta combattendo una delicata battaglia proprio su questo fronte: la Sanità, e in particolare il rapporto fra Sanità pubblica e privata. Come, infatti, ha annunciato Franceschini, «il Pd è pronto a fare una dura battaglia contro l’intenzione del governo di smantellare il servizio pubblico sanitario e andare verso la sua privatizzazione». Il leader del Pd, evidenziando il taglio di 13 miliardi di euro apportato dal governo alla sanità, ha sottolineato l’importanza di «difendere quello che è un diritto sancito dalla Costituzione e che è stato frutto di una conquista che va difesa, perché non si tratta di qualcosa di irreversibile. Mentre il governo mira silenziosamente a privatizzare la sanità». A supporto della sua tesi, il segretario del Pd cita «il libro bianco di Sacconi, dove non si parla più di integrazione giusta tra pubblico e privato, bensì si fa riferimento al sistema sanitario privato come “pilastro”, e contemporaneamente si riduce quello pubblico». Franceschini mette in guardia dal rischio di impoverimento del sistema sanitario nazionale proprio «in un momento di crisi, dove è più che mai necessario combattere le diseguaglianze che inevitabilmente aumentano le divisioni e differenze». Per questo, «il primo impegno forte del Pd, la prima delle nostre battaglie sarà la difesa del Sistema Sanitario Nazionale, dove, sì, vanno combattuti gli sprechi, ma ne va migliorata la qualità e l’efficienza, a partire dalla modernizzazione delle strutture pubbliche e degli ospedali». Infine, ribadendo la propri preoccupazione per i tagli operati dall’esecutivo, Franceschini cita, in particolare, la legge sulle cure palliative: «Il governo fa grandi annunci in conferenza stampa, ma poi la legge che approderà in Parlamento non ha copertura, e si rivela solo un’altra operazione di immagine».

Gabriele Canarini

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