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Domani è il giorno del decreto sicurezza Pronta la fiducia. E’ scontro politico duro

maggio 12, 2009 di Redazione 

Il giorno atteso in particolare dalla Lega, ma anche dalle opposizioni che hanno confidato fino alla fine di riuscire a scongiurare il voto di fiducia (con un ultimo tentativo con il presidente Fini, andato a vuoto), sta per arrivare: domani, infatti, alla Camera andrà in votazione il provvedimento del Governo che prevede, tra l’altro, l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, l’aumento a sei mesi del periodo di permanenza degli immigrati clandestini nei Cie e l’istituzione delle ronde. Con Attilio Ievolella facciamo il punto delle ultime ore. Sentiamo.

Nella foto, il presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno Maroni sui banchi del Governo alla Camera

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di Attilio IEVOLELLA

Le prossime quarantotto ore saranno quelle del redde rationem, quelle dello scontro più duro, politico, certo, ma anche, anzi soprattutto, istituzionale. Perché sul cosiddetto ‘disegno di legge sicurezza’ il governo Berlusconi ha deciso di imprimere un’accelerata netta, annunciando – ufficialmente giusto questa mattina – di voler porre la fiducia, alla Camera, sui tre principali emendamenti in ballo.
Il calendario dei lavori è già pronto: domani ci saranno i tre voti per la fiducia (rispettivamente, il primo alle 9 e 30, il secondo alle 10 e 30 e il terzo alle 13) e giovedì la votazione conclusiva sul testo del disegno di legge, già approvato a febbraio in Senato.

A tenere banco, analizzando il corposo documento del disegno di legge e dei tre emendamenti proposti dal governo Berlusconi, sono due ‘nodi’, per ragioni diverse: la compatibilità delle cosiddette ronde con la gestione della sicurezza sul territorio e l’approccio nella gestione del fenomeno immigrazione.

Su quest’ultimo punto, ovvero l’immigrazione, la chiave di lettura è quella fornita dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che, di recente, ha confermato la linea dura, simboleggiata anche dalle operazioni di respingimento. La sintesi è rappresentata dal reato di clandestinità previsto nel disegno di legge, che comporta anche un giro di vite, fortemente restrittivo, rispetto all’accoglienza in Italia di immigrati provenienti da Paesi esterni all’ambito europeo.
Per Roberto Cota, presidente dei deputati della Lega, è stato «doveroso porre la fiducia sul disegno di legge», e, dal canto proprio, il ministro Maroni ha ribadito, ancora una volta, l’esigenza di giungere a una rapida approvazione, possibilmente «entro fine mese, con il nuovo passaggio al Senato», aggiungendo che «il disegno di legge non contiene solo misure in tema di immigrazione e di lotta alla criminalità organizzata». Tutte parole, queste, che mirano a legittimare, politicamente, il ricorso al voto di fiducia… Alla pari di quelle utilizzate da Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Popolo della Libertà alla Camera: «Abbiamo sistemato il provvedimento in tre filoni. Su quei filoni, immigrazione, sicurezza e criminalità comune, porremo i tre voti di fiducia».

L’impressione, però, è che mai come questa volta l’opposizione alla decisione del governo Berlusconi sia non solo in Parlamento, e non solo politica.
Certo, il Partito Democratico ha subito attaccato, parlando di «incostituzionalità» oltre che di «norme razziste e xenofobe» e di «uso eversivo della maggioranza parlamentare», come ha fatto anche l’Italia dei Valori, parlando di «sconcezze istituzionali», di «stravolgimento delle regole» e di «umiliazione del Parlamento». E critiche sono arrivate anche dal fronte dell’Unione di centro, con il riferimento a «logiche propagandistiche: affrontare in questo modo il tema della sicurezza – è stato affermato – è una forzatura grave e preoccupante», oltre che dai sindacati e dal Partito della Rifondazione Comunista (che ha organizzato, per domattina, un presidio di protesta dinanzi piazza Montecitorio).
Ma a colpire è che, assieme ad associazioni laiche e religiose che contestano il disegno di legge, sia stato il Vaticano a prendere posizione, criticando il provvedimento e affermando l’esistenza di un rischio concreto per i diritti fondamentali degli immigrati, e che, all’interno del contesto internazionale, siano stati il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione delle Nazioni Unite a richiamare lo Stato italiano, anche alla luce dell’ultimo episodio, ovvero il respingimento, in acque internazionali, di un gruppo di immigrati, poi riportati in Libia.

Per giunta, a finire sotto osservazione, in queste ultime ore, è stato anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini. A quest’ultimo l’opposizione si è rivolta per bloccare l’ipotesi del voto di fiducia sugli emendamenti e sul relativo disegno di legge, ma Fini ha replicato che «non si rilevano fini di inammissibilità per contrasto alla Costituzione».

Anche questi elementi, legati non solo al contesto politico italiano, rendono rischiosa la scelta del voto di fiducia, che, comunque, in aula, numeri alla mano, dovrebbe essere agevolmente superato dal governo Berlusconi.
Resta da capire, però, restringendo l’orizzonte, quanto la società italiana condivida lo spirito del disegno di legge.

E questo punto interrogativo, per concludere, è fondato non solo sulla questione immigrazione, ma anche sulla questione ronde. Perché se per Maroni proprio le ronde sono «il pilastro di un nuovo modello di sicurezza», per i funzionari di polizia, invece, il rischio è di «passare, in breve tempo, da una insicurezza percepita a una insicurezza reale». A chiarire questo concetto è stata l’associazione nazionale dei funzionari di polizia, spiegando che il rischio è legato alle decisioni di «non investire sulla sicurezza e non modificare le norme che limitano l’uso delle intercettazioni» e di «istituzionalizzare, invece, le ronde dei cittadini».

Attilio Ievolella

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