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“Nucleare costoso e ancora rischioso” Gli italiani contrari al ritorno all’atomo

maggio 11, 2009 di Redazione 

Lo rivela uno studio dell’Eurispes, per il quale la maggioranza (relativa) nostri connazionali non vuole la costruzione delle quattro centrali. I rischi che ancora comporta il ricorso all’energia atomica e i tempi lunghissimi di attivazione – che non consentirebbero di soddisfare il nostro fabbisogno energetico - le motivazioni principali. Ce ne parla Ginevra Baffigo.

Nella foto, il ministro per le Attività produttive Claudio Scajola

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di Ginevra BAFFIGO

Il ritorno al nucleare sembra non riscuotere il favore degli italiani. A documentare questo umore del Paese sono i dati contenuti nel Rapporto Italia 2009 dell’Eurispes, oggetto del Convegno “Il nucleare in Italia tra referendum e nuove proposte”. Malgrado la campagna governativa, coronata dall’accordo italo-francese dello scorso febbraio, la maggioranza relativa del campione intervistato si dichiara contraria alla decisione di impegnare il Paese in questo “costoso e rischioso” ripristino del nucleare.

I risultati dello studio non solo fanno eco al referendum del ’87, ma confermano anche la mobilitazione popolare che si oppose al decreto legge n.314/2003, il quale indicava nelle cave di salgemma a Scanzano Jonico (Basilicata) una delle località di stoccaggio nazionale delle scorie nucleari.
Dei 1.118 intervistati il 45.75% si dichiara contrario alla costruzione delle quattro centrali nucleari sul territorio nazionale, e le motivazioni addotte sono relative ai rischi insiti in questa scelta per il 27.3%, mentre il 18.4% ritiene che l’atomo non possa costituire una soluzione sufficientemente rapida per risolvere la nostra dipendenza energetica. I favorevoli invece sarebbero il 38.7% del campione, nel quale però un 8.2% si contraddistingue per il fenomeno Nimby (acronimo inglese per indicare “non nel mio cortile”) ovvero si direbbe contrario qualora la costruzione delle centrali implicasse una certa vicinanza alla propria residenza.

I dati Eurispes inoltre ci offrono un interessante spaccato dell’Italia; analizzandoli alla luce dell’orientamento politico risulta infatti che fra gli elettori del centro sinistra il 71.5% si dichiara nettamente contrario al nucleare, ben 3 elettori su 4. Mentre fra i sostenitori del governo il 64% appoggia le scelte di Scajola, il quale aveva definito la rinuncia al nucleare “un terribile errore, il cui costo ammonta in totale a oltre 50 miliardi di euro”. Evidenziando invece la collocazione geografica dei “no al nucleare” spicca il nord ovest con il 49.5%, a seguire il Meridione con il 47.9%, mentre nelle regioni centrali si è raggiunto il 47.2%. Nettamente a favore dell’operato governativo e di questa scelta energetica sarebbero invece gli intervistati delle Isole (50%) e quelli del nord-est (43.3%).

Indifferenti alla questione nucleare sono pochi, una percentuale irrisoria pari al 4.2%; a testimonianza del fatto che le politiche ambientali, sebbene ottengano poco spazio sui quotidiani, sono invece considerate come estremamente rilevanti dalla società civile. Una lettura approfondita del rapporto rileva inoltre una sensibilità maggiore in merito alle tematiche ambientali dei giovani, in particolare quelli compresi tra i 25-34 anni, di cui 50.8% teme il ritorno all’atomo, e questa percentuale aumenta se si tiene conto del possesso di un titolo di studio universitario. La preoccupazione maggiore è relativa al fatto che in 60 anni di ricerca sull’atomo non siano ancora stati risolti i problemi che l’utilizzo di questa fonte di energia comporta: anzitutto lo smaltimento delle scorie e l’effettiva sicurezza degli impianti, i costi relativi al progressivo esaurimento dell’uranio nonché quelli che si dovranno sopportare, in termini di tempo e denaro, per la costruzione delle centrali, così come confermato dal caso del reattore EPR di Olkiluoto, in Finlandia, che ad oggi ha registrato eccedenze pari a 1,7 miliardi di euro in più rispetto ai 3,2 miliardi stabiliti inizialmente nel contratto.

Negli Stati Uniti e nel resto d’Europa si sta puntando sulle fonte rinnovabili, trovando così il sostegno degli ambientalisti e dei maggiori istituti scientifici. Greenpeace Italia segnala infatti che se venisse incrementato il loro impiego anche nel nostro Paese, oltre ad evitare le sanzioni previste dal mancato raggiungimento degli obiettivi europei per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica nel 2020, si potrebbero offrire ben 200 mila posti di lavoro, pari a 10-15 volte quelli che verranno impiegati nel nucleare.

Ginevra Baffigo

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