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Governo, stretta su immigrazione Ecco la nuova strategia della Lega

maggio 10, 2009 di Redazione 

Il decreto sicurezza soprattutto e al di là di ogni estemporaneità, come modello e prova di progetto organico. La scelta del respingimento dei clandestini verso le coste della Libia. L’idea provocatoria del vicesegretario leghista Matteo Salvini di relegare le persone immigrate in altre carrozze apposite nella metro di Milano, come in una nuova apartheid. Se c’è sempre stato, se è coltivato dietro una parvenza di istituzionalità e costituzionalità, il disegno politico – e il progetto culturale – della Lega di Bossi e, soprattutto, di Maroni, vero, indiscutibile deus ex machina e leader in pectore delle camicie verdi del momento, dalla sua poltrona fattiva di ministro dell’Interno, emerge oggi in tutta la sua definizione e concretezza. E’ il momento in cui la Lega, rinnovato il patto con Berlusconi in campagna elettorale, ottenuto il riconoscimento del ministero dell’Interno sulla base del grande successo nelle urne, forte del suo ruolo-chiave per la tenuta della maggioranza (e anche per l’esito di possibili elezioni anticipate, soprattutto al nord), e, da ieri, anche del sostegno esplitico del presidente del Consiglio, passa all’incasso. Cerchiamo di capirne di più, facendo il punto.

Nella foto, il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il leader della Lega Umberto Bossi

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di Luca LENA

Asserragliati in imbarcazioni fatiscenti, quasi ogni giorno centinaia di immigrati cercano la via della speranza nelle nostre coste. Non prima d’aver attraversato una fetta d’Africa, rischiando la vita per uscire da una terra divenuta una prigione dalle sbarre arroventate. In molti accettano di sradicare le proprie origini, di abbandonare le famiglie, per inseguire la fioca luce della dignità che rende uomini ed esistenti a tutti gli effetti, ancor prima che dal punto di vista giuridico. Ed è anche da questa prospettiva che il governo italiano sta vagliando in questi giorni il ddl sulla sicurezza, scatenando non poche polemiche all’interno della stessa maggioranza. Il disegno di legge sarà votato mercoledì prossimo e, su volontà di Maroni, verrà posta la fiducia. «Non me la sento di esporre il governo ad un’altra bocciatura sui CIE. Due volte bastano e avanzano, se non c’è la garanzia, meglio mettere la fiducia», queste le parole del Ministro dell’Interno alludendo ad un altro punto chiave del ddl, fortemente improntato sulla rigida politica leghista. Stavolta però sembra che i toni esasperati della Lega abbiano finito per passare in secondo piano di fronte ai contenuti della proposta legislativa. Alcuni aspetti della normativa lasciano emergere un disegno strategico al limite del consentito perfino a livello costituzionale, senza dimenticare le soventi uscite pubbliche di alcuni esponenti leghisti che arricchiscono l’impressione di uno stile forgiato su un’impronta comune. A questo proposito ha fatto discutere la proposta del deputato leghista Salvini, il quale prospettava posti a sedere in metropolitana riservati esclusivamente ai milanesi, per poi edulcorare la pillola parlando di provocazione, in allusione alla crescente ondata immigratoria che sta invadendo il paese. Alcuni del Pdl hanno visto in questa dichiarazione un tentativo demagogico di calcolo elettorale, ma è indubbio che alla base del pensiero vi sia un sentore collettivo accettato da buona parte della popolazione italiana. Il principio di tolleranza etnica sembra sbiadire di fronte al rigore e alla regolamentazione giuridica della clandestinità.

Nel difficile percorso del ddl sulla sicurezza sono dovuti intervenire esponenti della stessa maggioranza per limare una serie di proposte non solo al limite del rispetto razziale, ma perfino spigolose e nocive alle stesse responsabilità costituzionali di cui lo Stato deve farsi garante. Il presidente della Camera Fini ha spinto per togliere dal ddl la controversa norma sui medici e i presidi spia, in entrambi i casi una soluzione presentata per garantire maggiore sicurezza ma che finiva inevitabilmente per risultare lesiva dei diritti fondamentali. Gli stessi diritti a cui accenna in questi giorni l’Osservatore Romano, il quale sottolinea “la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno”. In questo senso la rivisitazione del concetto di immigrazione clandestina assume connotati delicati da gestire che la CEI ha immediatamente evidenziato. Scagliandosi contro il governo con il poco ecclesiale ma più efficace vessillo normativo, ha portato all’attenzione l’incompatibilità del ddl con le direttive Onu, le quali prevedono “che i possibili richiedenti asilo non siano respinti, e che, senza accertamento, tutti i migranti siano considerati rifugiati presunti”. Palese l’associazione alla recente svolta politica con la quale si sono intercettate e riportate in Libia tre carrette di migranti che cercavano approdo a Lampedusa. Mentre Maroni esultava per aver rivoluzionato il rapporto con l’immigrazione clandestina, Medici Senza Frontiere insorgeva attribuendo all’Italia un comportamento contrario alle procedure sul diritto d’asilo. L’allontanamento preventivo degli immigranti senza la necessaria identificazione rischia di fornire un precedente pericoloso nell’attribuzione dei valori umani e morali in vicende come queste. Il pugno duro che al momento sfiora l’illegalità e l’insubordinazione alle legislazioni italiane ed europee volge a contrasto di un problema che difficilmente può essere risolto con questa mentalità. Molti dei disperati che provano la traversata in mare non hanno scelta, poiché coscienti che finire nel traffico di esseri umani libico rappresenti un degrado ed una prospettiva ben più pericolosa e infausta di qualsiasi altra severità politica. La questione del reato di clandestinità dovrà essere valutata anche in questi termini, ovvero considerando che il problema non possa congelarsi giuridicamente, ma che in futuro debba essere l’approccio politico ad assecondare l’ineludibilità della questione.

Le critiche al disegno di legge arrivano soprattutto dal PD, che torna con la memoria alle vecchie leggi razziali, mentre Di Pietro denuncia un “vergogno tentativo di regime”. Si tratta in ogni caso di dichiarazioni principalmente rivolte all’inserimento del reato di clandestinità, anche se l’opposizione ha manifestato contrarietà verso tutti gli altri punti cardine del provvedimento. Pur essendo stato soppresso il divieto di segnalazione, la Lega ha incluso le ronde, le ormai discusse squadre di cittadini che dovranno tappezzare zone civiche a rischio. Nell’articolo vi è un potenziamento funzionale a contrasto del terrorismo e la schedatura nazionale degli individui senza fissa dimora.
Il ddl prevede poi una tassa, fino ad un massimo di 200 euro, per il permesso di soggiorno, inoltre, Maroni è riuscito ad inserire il prolungamento della permanenza nei CIE fino a sei mesi. Maggiori controlli per chi ottenga la cittadinanza attraverso il matrimonio: ci vorranno almeno due anni di unione e non più sei mesi.
Ma la battaglia che abbraccia la normativa sembra interessare più esclusivamente la stessa coalizione di governo, dato che è stato lo stesso Fini ad inviare una lettera aperta a Maroni lamentando un’incostituzionalità in alcuni stralci del provvedimento. Ed è proprio il rapporto interno al Pdl che sembra scricchiolare tra i tentativi di mediazione di An, Forza Italia e le rivendicazioni programmatiche della Lega, la quale gioca un ruolo di ammiccante ricatto, ma al tempo stesso proverà a tastare il terreno in vista del referendum sulla legge elettorale, in un intreccio di favori e compromessi politici in cui sembra sciabordare il vascello governativo.

Luca Lena

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