Top

“Clausura”, la religiosità imposta “Immobili”: speculazione edilizia

maggio 6, 2009 di Redazione 

Federico Betta ci racconta oggi di questo doppio spettacolo teatrale di Elsa Bossi e Giulio Costa, dedicato al primo ad una donna costretta alla vita caustrale dal padre nonostante la mancanza di, appunto, religiosità; il secondo alle vicissitudini (della politica, o della società dietro la politica intorno a) di una vecchia casa del popolo, un tempo luogo di aggregazione e, oggi, terreno da edificare in villette a schiera, in un confronto tra un passato ideale (in tutti i sensi) e un presente senza orizzonte. Sentiamo.

 

Nella foto, istantanee di speculazione edilizia a Napoli negli anni ’50

-

Clausura

da La religieuse di Denis Diderot
drammaturgia di Elsa Bossi e Giulio Costa
con Elsa Bossi
regia di Giulio Costa

Immobili

con Elsa Bossi e Giulio Costa
scritto e diretto da Giulio Costa
Produzione Bossi-Costa in collaborazione con Associazione Culturale Arkadis e Teatro de LiNUTILE (www.vimeo.com/giuliocosta)

di Federico BETTA

Al Teatro dell’Orologio, nel centro di Roma, dal 14 al 26 aprile, sono andati in scena, uno di seguito all’altro, due lavori di Giulio Costa e Elsa Bossi.
Appena entrato nella saletta, che sembra la segreta di un palazzo medievale, mi ha accolto la scenografia leggera, ma di forte impatto visivo, di Clausura, il primo dei due spettacoli. Semplici tralicci di cartone sostenevano drappi neri fino a terra, in una cerchio di figure come torri di fortezza.
In scena solo Elsa Bossi che, con una cuffietta in testa, ha modulato la voce in infiniti riverberi per lottare contro figure nere e violenze inaudite, dibattendosi in argomentazioni stringenti ed emozioni pulsanti, contro la costrizione clausurale impostale dal padre.
La protagonista, schiacciata dalla ricerca di libertà e forte del suo sanguinante anticonformismo, esplora tutte gli abusi che la vita claustrale impone a chi non sente come propria la devozione a Dio. Il viaggio di liberazione di una donna ridotta a schiava del Signore, si trasforma in un grido di forza emancipante, e l’afflato religioso di tutto il testo (trasposizione del romanzo La religieuse di Denis Diderot) non può che trovare l’immedesimazione di tutto il pubblico, se è pronto a parteggiare, vivendo le aspirazioni di riscatto, per i deboli che vengono umiliati.
Il secondo spettacolo è una tragicomica storia del novecento, attraverso le vicissitudini che travolgono le sorti di una casa del popolo. Si comincia a fine ottocento, con una lingua chiusa nella ristrettezza del dialetto modenese, duro come le necessità della vita e le speranze di miglioramento, per arrivare alle prime luci del nostro millennio, quando la parole dei partiti sono quelle dei costruttori di case a schiera, e le idee politiche sono grimaldelli per l’amministrazione di persone e quattrini.
In scena giocano a rimpallino la vivace poliedricità interpretativa di Elsa Bossi e la pacata recitazione di Giulio Costa. Uno spettacolo dove il corpo è a servizio della parole, la voce è immagine dell’idea e gli incontri e scontri si realizzano in traiettorie di pensiero, limpide come i cambi d’abito esposti su una scena povera di mezzi e ricca di invenzioni. La scenografia di Immobili (anch’essa realizzata in cartone, questa volta con una inesauribile matrioska di scatole) ha la ricchezza di un progetto d’architettura. Si legge nelle composizioni e distruzioni della casa del popolo, attraverso la ferocia fascista e lo sbandamento del miracolo economico, la destrezza spaziale del regista, laureato in architettura e scenografo.
Ma quello che colpisce di più, in Immobili, è la forza del testo, la storia di Rinascita, la casa del popolo di San Vito di Spilamberto in provincia di Modena.
La scrittura, limpida e decisa, spesso molto divertente, rivive le avventure di un centro di aggregazione, per affondare lo sguardo nello smarrimento politico della realtà contemporanea. Nelle traversie di una storia lunga più di un secolo, si produce, per accostamento, il confronto tra gli ideali e le pratiche della storia e quelle degli odierni gestori della cosa pubblica. Dai contadini che imparano ad associarsi a fine 800, ai socialisti pronti a costruire una nuova società, fino agli amministratori odierni, interessati al presente come unico orizzonte di senso, uomini che hanno perso la memoria e che, forse, quella che gli rimane, vogliono cancellare: perché avrebbero un mondo ricco di vita col quale dover confrontare la propria grettezza politica.
Era il posto per difendere diritti, per imparare l’italiano, per giocare a tombola, per confrontarsi su idee, atti e desideri. Era la casa di tutti dove cercare riparo. Era luogo di formazione politica… e è diventato terreno per profiqua edificazione di villette a schiera.
I lavori di Giulio Costa e Elsa Bossi hanno un chiaro impianto di teatro civile e meritano un’attenzione particolare. I loro spettacoli vivono nell’assoluta assenza di rimpianto nostalgico e i loro testi non sono mai privi di una sincera messa in questione dei fatti narrati, sempre arricchiti da uno sguardo ironico e spiazzante. Un teatro che ci ricorda di come la ricchezza umana e artistica risieda nel vivere ed esplorare la contraddizione, evitando di cercare strenuamente la pacificazione condivisa.

Federico Betta

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom