Top

Concia sul caso veline: ‘Laureate? Candidate perchè belle. E il Pd…’

maggio 5, 2009 di Redazione 

Colloquio di Luna De Bartolo con la deputata del Partito Democratico, nota attivista LGBT (contraltare “laico” di Paola Binetti con cui vive un rapporto, politico, di frequenti contrasti e riavvicinamenti) e da sempre impegnata anche per i diritti delle donne. «Il problema – dice, sulle scelte di Berlusconi per le Europee - è che in Italia non si decide in base al merito. La Serracchiani, tanto osannata, alla fine l’abbiamo messa terza in lista». Sui DiDoRe di Brunetta: «Hanno dei buchi ma sono comunque uno sforzo apprezzabilissimo». Sentiamo.

Nella foto, l’onorevole Anna Paola Concia

-

di Luna DE BARTOLO

Buongiorno onorevole Concia. Inizierei questo colloquio parlando della denuncia presentata davanti alla Corte Europea di Strasburgo, da parte sua e della parlamentare Donata Gottardi, nei confronti del Presidente del Consiglio Berlusconi per le “continue e ripetute dichiarazioni di disprezzo per la vita e la dignità delle donne”. Può parlarcene?
«Debbo dire che oggi, alla luce di quello che sta succedendo in questi giorni, potrebbe essere stata una cosa premonitrice quella denuncia (ride, ndr)… Naturalmente non ne faccio un fatto moralistico, ma io credo che la bellezza o la bruttezza non possano essere criteri di scelta; questo è il problema del nostro paese: come si costruisce la classe dirigente? E questo vale per tutti, anche per il centro-sinistra, per il Pd. Secondo quali criteri si forma la classe dirigente?».
Alla fine, dopo tutto il polverone alzatosi sui giornali, l’unica donna proveniente dal mondo dello spettacolo rimasta nelle liste Pdl è l’ex annunciatrice rai Barbara Matera.
«Sì, ma il problema del nostro paese, in generale, è che la politica ha completamente abdicato all’incarico più serio del mondo per una classe dirigente: la sua selezione. Chi ha preso il suo posto? – ripeto, questo vale sia per il centrodestra sia per il centrosinistra – La televisione. Ormai è la televisione che decide. In Italia è questa la cosa drammatica. Tornando a Berlusconi: lui pensa delle donne quello che dice. Le leggo ora quello che il Presidente del Consiglio ha detto andando ad un convegno della Coldiretti: “Scusate se non le porto con me (le veline, ndr)“; “le farò parlare…”: è una concezione patriarcale e proprietaria; un’idea che evidenzia il concetto delle donne che lui ha».
Sì, ho letto. Parlava di Barbara Matera, Lara Comi – 26enne laureata con lode ed un master, coordinatrice di Forza Italia giovani Lombardia – e Licia Ronzulli – classe 1975, caposala ed assistente di sala operatoria all’istituto ortopedico Galeazzi di Milano – Queste ultime due giovani non hanno nulla a che vedere col mondo dello spettacolo…
«Non importa. Non sono state scelte perché laureate, con competenze, ma solo sulla base di un criterio estetico. Chiariamo, un aspetto fisico notevole non deve ovviamente essere un elemento di discriminazione, ma nemmeno un criterio di scelta. È una tragedia. L’Italia è piena di talenti, ragazze e ragazzi bravi, che non hanno opportunità. Che studiano e magari se ne scappano all’estero; che hanno competenze sull’Europa, laureati, studiosi di questioni economiche, ambientali, istituzionali. Di centrodestra e di centrosinistra, ovviamente. Giovani trentenni che potrebbero davvero essere la nostra futura classe dirigente. Il problema è che in Italia non si sceglie in base al merito. E il fatto che il Presidente del Consiglio parli delle donne in questo modo, con la carica che ricopre, è a mio avviso inaudito. Non succede in nessun paese evoluto».
Però questa non è, anche se con problematiche differenti, una questione che riguarda solo il Pdl…
«Ma assolutamente no. Qui in Italia c’è un grande problema che riguarda la leadership femminile».
Lei ha dichiarato, qualche giorno fa, “Ci tocca vivere così: schiacciate tra la decisione di Berlusconi di candidare letteronze e quella di Franceschini di cancellare le donne dalle liste”. A cosa si riferiva?
«Ad esempio Debora Serracchiani: l’abbiamo tanto osannata, poi la mettiamo terza in lista. Perché anche noi siamo bravissimi ad usare le persone e poi a buttarle via. È servita per dimostrare che noi facevamo il ricambio generazionale; per un periodo, per mettere le voci a tacere. E poi l’abbiamo messa terza. Io mi auguro che Debora ce la faccia con la sua forza. Però, la risposta del partito è stata: su 5 capilista, 4 sono uomini. Di che cosa stiamo parlando? Le donne candidate uscenti, che sono 4 deputate bravissime – Patrizia Toia, ad esempio, è lontanissima da me come cultura, molto cattolica, ma ha lavorato bene; Monica Giuntini; Graziella Padano, che è una bravissima deputata di grande esperienza – rischiano di non essere rielette se il partito non investe su di loro. Perché non guardare allora anche a casa nostra? Questa è colpa anche di noi donne, noi donne del Pd. Bisogna avere la forza di entrare nel confronto. D’altra parte le candidature sono elementi di conflittualità: un posto in più ad una donna è un posto in meno ad un uomo. Dobbiamo allora prendere il coraggio di affrontare questa conflittualità. Abbiamo detto di essere il partito delle donne e degli uomini, al 50%. Non è ancora così. Siamo il 52% della popolazione, mica una minoranza. L’hanno capito tutti i paesi moderni che non si governa più in questo modo. Io ho creato un blog per sostenere le candidature femminili e di alcune donne in particolare. La nostra risposta a Berlusconi è la competenza, il curriculum: votami non perché sono una donna ma perché sono brava, perché ho dimostrato già di essere capace. Le donne, oltretutto, devono sempre dimostrare più degli uomini».
Spostiamoci ora su un altro tema. Lei è stata incaricata dalla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Buongiorno, di redigere la legge antiomofobia. A che punto siete?
«Ho proposto un testo unificato, stiamo cercando di trovare un’intesa bipartisan. Purtroppo, arrivano in continuazione decreti, siamo quindi costretti ad accantonare le altre cose. Ci stiamo comunque lavorando e siamo tutti consapevoli che questo discorso vada affrontato. Per poter trovare un’intesa condivisa ci stiamo spostando verso la contemplazione dell’aggravante per reati di omofobia e transfobia: compito del relatore è cercare il maggior consenso possibile. Il modello è la legge vigente ora in Francia».
Cosa ne pensa dei DiDoRe proposti da Barani, Rotondi e Brunetta?
«Penso che siano un tentativo apprezzabile, ma vanno modificati perché hanno dei buchi incredibili e debbano quindi essere migliorati. Sono comunque uno sforzo apprezzabilissimo».
Qualche giorno fa è uscito il Report, dell’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali, sull’Omofobia e le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere in Europa. L’Italia si colloca accanto ai paesi dell’Est Europa, lontana da Francia, Inghilterra, Germania etc.
«Sì, l’Italia è tra quei paesi perché non ha ancora nessun tipo di legge che difenda da tali discriminazioni».
Nel Report si parla anche dei Gay Pride, che in molti paesi europei vengono organizzati con la partecipazione di cariche pubbliche: ministri di governo, rappresentanti di vari partiti politici – il sindaco di Parigi, quello di Berlino, di Amburgo, sono dichiaratamente omosessuali – In Italia viene addirittura negato il patrocinio dal ministero delle Pari Opportunità.
«Sì, e lo negherà anche quest’anno. Lei, però, di quest’argomento non si vuole proprio occupare. Io credo che sarebbe un gesto di correttezza se lasciasse la delega a qualcun altro. La Commissione per i diritti e le pari opportunità di gay, lesbiche e transgender non è mai stata convocata. L’Europa ci rimprovera addirittura la mancanza di un’indagine che possa dirci quanto è omofobo questo paese».
Spostiamo il discorso sulla legge stalking.
«La Carfagna ha copiato, male, il ddl Pollastrini della scorsa legislatura. Manca assolutamente tutto il discorso di prevenzione. Nessun finanziamento ai centri antiviolenza. Questo è il grande limite di quella legge, che comunque noi abbiamo votato: è stata una nostra battaglia e l’abbiamo fatto, ma presenta enormi limiti.
Tornando a tutta questa vicenda circa le candidature europee; credo che abbia comunque risvegliato le coscienze di molte donne, almeno quelle che sono in Parlamento stanno capendo che bisogna ricominciare a puntare i piedi. C’è una regressione di cui il centrodestra è sicuramente molto responsabile, ma anche il Pd non è esente da colpe. C’è una grave involuzione culturale sul piano del valore sociale delle donne nel nostro paese. Le donne pubbliche devono iniziare a lavorare di nuovo insieme. Ed anche la televisione ha grosse responsabilità. Pensi che io presentai un ordine del giorno sul decreto sullo stalking che riguardava proprio l’immagine della donne nei mass media e che la Carfagna non mi ha accolto. È assurdo non rendersi conto come i messaggi culturali che arrivano sui modelli femminili siano agghiaccianti per le nostre figlie. Va fatto un grande lavoro da parte delle donne che hanno ruoli di responsabilità, a partire dalle parlamentari. Io lo chiedo alle mie colleghe. C’è poi, come le dicevo prima, un grande problema di commistione tra televisione e politica. Questa è una grande anomalia italiana. È difficile spiegarla: siamo anche oggetto di analisi da parte degli altri paesi. C’è una sorta di dittatura strisciante che non è una dittatura come ce la immaginiamo – fascismo o comunismo – noi siamo liberi di scegliere, di fare qualsiasi cosa, ma in che misura agisce su di noi il condizionamento mediatico? È drammaticamente inquietante. Per non parlare poi della commistione tra il potere politico e l’informazione».
E’ di questi giorni un’iniziativa, bipartisan, molto interessante, portata avanti da lei e da altri suoi colleghi. Mi riferisco all’intergruppo parlamentare 2.0. Può spiegarci di cosa si tratta?
«L’intergruppo è stato fondato da un gruppo di parlamentari che ritengono la rete fondamentale. Sul piano della democrazia, ma anche su quello dello sviluppo economico. Uno strumento ormai imprescindibile della nostra vita sociale ed economica; vorremmo quindi cercare di risolvere i problemi della rete in Italia: sia per quel che riguarda la sua maggiore diffusione nel territorio, sia cercando di risolvere i problemi interni ad essa. Ma in modo positivo, ovviamente, non per censurarla».
Qualche giorno fa è stato bocciato il famigerato emendamento D’Alia…
«Per fortuna. Noi vorremmo fare un lavoro di tipo culturale dentro il Parlamento. Perché secondo noi c’è una grandissima ignoranza dei miei colleghi circa il potenziale di internet, della rete. Alcuni di noi che la utilizzano invece moltissimo per comunicare, specialmente con i cittadini, ne conoscono bene vantaggi e svantaggi. La trovo utilissima: sta cambiando proprio il modo col quale io faccio politica. La rete va usata in quanto strumento utile ed imprescindibile nella nostra vita odierna».
Certamente. Prima di salutarla, onorevole, una piccola provocazione. Il popolo islandese ha eletto premier Johanna Sigurdardottir. Donna, lesbica dichiarata – unico capo di Stato al mondo – nonché politico più amato d’Islanda. E da noi?
«Le rispondo con una battuta: quando un’altra giornalista mi chiamò per commentare questa notizia le dissi: “Peccato, avrei voluto essere io la prima!” – ride – è più invidia la mia. La nostra nazione è disperatamente indietro. Vorrei davvero che l’Italia diventasse un paese dove lo straordinario possa trasformarsi in ordinario».

Luna De Bartolo

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom