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Le mappe dei partiti. Identità e correnti/2 Il trasversalismo forte della Lega Nord

maggio 5, 2009 di Redazione 

Abbiamo affidato alla penna aderente del nostro vicedirettore il compito di tracciare un ritratto identitario efficace delle quattro principali forze della politica italiana. Dopo il Pdl ieri, affrontiamo oggi il tema leghista, che Luca Lena svolge e sviscera con la consueta lucidità. Sentiamo.

Nella foto, il triumvirato della Lega: Maroni, Bossi, Calderoli

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di Luca LENA

La Lega Nord rappresenta il movimento più trasversale e radicato nel territorio dell’intero paese. A differenza della maggior parte dei partiti, soprattutto in contrapposizione con i due maggiori blocchi parlamentari, la Lega non è strutturata su una base politica ideologica ben precisa. Gli esponenti che vi fanno parte provengono da radici politiche potenzialmente agli antipodi. E’ il caso ad esempio di Umberto Bossi e Roberto Maroni, in gioventù entrambi vicini all’estrema sinistra, e Mario Borghezio con esperienza attiva in alcuni movimenti di destra. Sono presenti, inoltre, ex-socialisti ed ex-repubblicani come Roberto Castelli. Questa poco omogenea struttura di base accomuna tutti gli esponenti in un progressismo civile e sociale molto più vicina alle idee di sinistra che al conservatorismo di destra. Ma è forse la capacità di desituarsi da un contesto politico, irrigidito da dogmi in ossequio a storicismi anacronistici, che fanno della Lega una presenza capillare nel territorio italiano, portavoce di un sentore che sempre più spesso trova consensi tra la gente.
Se potenzialmente la radice politica sorge da una costola della sinistra, l’approccio concreto alle necessità del paese è assolutamente più vicino alla fermezza e al nazionalismo del polo opposto. Nel tentativo di proteggere l’indipendenza lavorativa e identitaria del paese, i leghisti sono spesso tacciati di essere razzisti e intolleranti, nonché di contrastare l’immigrazione su basi prettamente etniche, utilizzando come pretesto il perseguimento di una sicurezza civica e di un protezionismo economico che, nell’assalto degli immigranti stranieri, rischierebbe un pernicioso stravolgimento. Le crescenti psicosi legate al timore per lo straniero e ad una cultura sciovinista, accresciute in parte dall’allentamento dei controlli alla frontiera in virtù dell’Europa aperta, hanno prodotto crescenti simpatie verso l’acceso fervore con cui i leghisti portano avanti le proprie battaglie. L’avvicinamento territoriale del partito e il linguaggio schietto, aggressivo e coinvolgente dei portavoce hanno inoltre attratto sia i ceti medio-bassi, convinti dalla concretezza decisionale degli esponenti, sia i ceti borghesi e i commercianti, motivati dall’esigenza di proteggere le proprie attività da quella che viene fatta passare come minaccia straniera. Solo le difficoltà di imporsi all’interno della coalizione costringono la Lega ad alzare la voce per rivendicare i propri propositi. Anche per questi motivi sarebbe davvero ingiusto e forse sbagliato collocare la Lega in un polo piuttosto che nell’altro. Così come sarebbe impietoso ridurre le partecipazioni e le alleanze politiche dei leghisti con la fazione potenzialmente più forte. Gli elettori della Lega, così come i suoi esponenti, sono coscienti della difficoltà nel portare a termine gli obiettivi principali. Molti dei presupposti che costituiscono la base dell’intero movimento rappresentano obiettivi complicati e spesso costituzionalmente irraggiungibili, nonché venati da un estremismo progressista inviso alla maggior parte della popolazione. La secessione delle regioni del Nord ha visto la luce solo in linea teorica, anche se attraverso il federalismo fiscale – che entrerà in vigore solo nel 2012 – ha aperto una fase edulcorata della politica di partito che sembra trovare appoggio anche tra parlamentari di diverso schieramento.
La cultura politica della Lega è incarnata nel carisma declamatorio dei suoi leader. Sia Umberto Bossi che altri esponenti di spicco, assumono un orientamento fortemente improntato sull’utilizzo di un linguaggio aggressivo, accusatorio, che sprigioni però in prevalenza non già le critiche all’attuale sistema, quanto la volontà di sovvertire con l’azione ciò che al momento non si avvicina al proprio scenario ideale. Questa politica “del fare”, che nei comizi piove a cascata sospinta da fendenti vocali rivoluzionari e drastici propositi di cambiamento, rimane spesso imbrigliata nelle piazze, al giogo della diplomatica e burocratica melma parlamentare, nelle difficili rivendicazioni di partito all’interno di coalizioni sempre troppo grandi e dispersive per permettere di sostenere una tendenza politica univoca e specifica.Luca Lena

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