Top

Il dibattito. Dove sono finiti gli intellettuali di sinistra? di G. Gallo

maggio 5, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana si è arricchito, negli ultimi giorni, di nuovi contributi di grande prestigio. Oggi è la volta di quello di Giuseppe Gallo, giornalista e sociologo della comunicazione, a lungo firma de «l’Unità». Gallo interviene nel dibattito sulla sparizione (o, meglio, sul mancato “afflusso”) degli intellettuali dalle liste del Partito Democratico, lanciato dal vicedirettore del «Giornale» Michele Brambilla sul quotidiano di domenica. Una volta, scrive Gallo, nelle liste per le Europee del Pci gli intellettuali non mancavano mai. Quali sono i motivi di questo divorzio? L’ex direttore di «Mediante» e «Yanez» prova a rispondere. Sentiamo.

Nella foto, Italo Calvino: intellettuale (non) organico al Pci

-

di GIUSEPPE GALLO

Se lo chiede con un punta di sorniona ironia Michele Brambilla sul «Giornale» di domenica 3 maggio. Nelle liste per le europee del PCI gli intellettuali non mancavano mai. In quelle di quest’anno del PD non ce n’è neppure uno. «Coloro che in qualche modo hanno il diritto di fregiarsi del titolo di uomini di cultura» commenta il vicedirettore del quotidiano della famiglia Berlusconi «hanno scelto l’Aventino, oppure sono finiti con Di Pietro. Nell’Italia dei Valori sono ufficialmente candidati Gianni Vattimo, Nicola Tranfaglia, Giorgio Pressburger.» Perché? Quali motivi sono all’origine di questo divorzio?

Brambilla è schierato sul fronte opposto. Ma è un giornalista serio e onesto. D’altra parte, quando un articolo coglie un aspetto della realtà (sia pure secondario: la politica può fare tranquillamente a meno degli intellettuali), non importa sulle pagine di quale testata è uscito. Proviamo dunque ad abbozzare una risposta.

1) Gli intellettuali classici, di formazione umanistica (quelli a cui fa riferimento Brambilla), anche quando non erano comunisti, si erano avvicinati al PCI perché vi vedevano un esempio di organizzazione efficiente e vitale. Era un’occasione per uscire dal proprio isolamento pensoso e sentirsi utili nel perseguimento di scopi collettivi. Il PD, nella sua caoticità conflittuale, non è in grado di offrire un esempio analogo.

Prima postilla. Questa dinamica è ben documentata anche romanzescamente. Ma non è una prerogativa dell’intellighenzia di sinistra. Tutt’altro. In precedenza, molte delle migliori menti della cultura europea avevano aderito al partito fascista o a quello nazista spinti da un’analoga motivazione: fra gli altri, Giovanni Gentile e Luigi Pirandello in Italia, e Martin Heidegger in Germania.

2) Gli intellettuali (classici e di formazione umanistica) si erano avvicinati al PCI anche perché vi vedevano un tramite per entrare in contatto con i ceti popolari in cui scoprivano risorse morali e pratiche socialmente all’avanguardia. Impossibile comprendere questo “matrimonio” ignorando il carattere castale che ci aveva lasciato in retaggio la nostra tradizione letteraria: un moderno intellettuale, aveva detto Gramsci solo pochi anni prima, si sente più vicino ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che non a un contadino o a un operaio della sua epoca. Il PCI sembrava dare una spallata a questa plurisecolare tradizione, avvicinando per la prima volta gli intellettuali alla nazione.

Il PD non solo non può fare altrettanto, ha addirittura perso il consenso dei ceti popolari. Secondo un sondaggio realizzato da Ipsos e dal «Sole 24 ore», il 43,4% degli operai vota per il Popolo della Libertà e solo il 26,2% (la metà!) per il Partito Democratico. Del resto, sapevamo anche prima che la maggioranza del suo consenso elettorale il PD lo trova anzitutto nei ceti medi. Si capisce che non scatti la fascinazione: sono ceti che gli intellettuali già ben conoscono, dal momento che essi stessi vi appartengono. Nella politica, ancor più che nella vita di tutti i giorni, ci si innamora solo di chi è in grado di colmare una nostra mancanza, cioè di chi ci spalanca davanti agli occhi un mondo nuovo e sconosciuto.

Seconda postilla. Il PCI aveva tanti difetti. Ma aveva anche una robusta visione interclassista della politica, che gli consentiva di dialogare con fasce eterogenee della popolazione e di assolvere quindi una funzione eminentemente nazionale (cioè unificante).

3) Il PCI era una Chiesa, sorretta da un credo che correva di continuo il rischio di sconfinare nel totalitarismo. Può darsi che anche questo abbia agevolato il rapporto con gli intellettuali, su un piano più torbido, sollecitandone le tentazioni più ambigue e lesive (da sempre gli intellettuali sono ben propensi a vestire i panni del chierico). Ma è pur vero che, per altri versi, l’ideologia marxista si collocava a pieno titolo nella tradizione del miglior umanesimo di cui intendeva proseguire l’opera demistificante ponendosi come scopo la liberazione dell’uomo dalle molteplici forme di alienazione: sociale, psichica, culturale, filosofica… è su questo piano che molti intellettuali di differente provenienza (liberale, positivistica, fenomenologica, esistenzialistica, freudiana, francofortese, ecc.) si avvicinarono al partito comunista. Al PD questa ambizione umanistica manca.

Terza postilla. Chi scrive queste note non è mai stato marxista. Ma ugualmente un tempo ha apprezzato i tre meriti del PCI qui elencati. E non se la sente ora di sconfessarli. Anzi è convinto che il PD farebbe bene ad appropriarsene reinterpretandoli in un’ottica aggiornata all’interno di un sistema di riferimento più esplicitamente liberale.

Infine. Perché un buon numero di intellettuali («dal milieu di MicroMega a quello di Annozero», come dice sarcasticamente Brambilla) preferisce l’Italia dei Valori al PD? Eppure il partito di Di Pietro neanche lontanamente potrebbe presentarsi come erede di quello di Togliatti e Berlinguer. Anzi! Per molti aspetti, il sanguigno Tonino si dimostra un uomo schiettamente di destra più che di sinistra. Tuttavia, bisogna pur riconoscere che è l’unico a dar voce a un movimentismo di opposizione radicale che intercetta fasce di elettorato (di sinistra) altrimenti non rappresentate. Certo, lo fa in genere con insolente rusticità. Ma questo non è mai stato un limite invalicabile per gli intellettuali, che anzi hanno sempre dimostrato di apprezzare un vitalismo anche strapaesano purché energizzante.

Come Brambilla, vogliamo però concludere anche noi con una punta di maligno sarcasmo: nel Settecento, gli intellettuali ritenevano fiduciosamente di poter consigliare principi e sovrani ispirarandone l’operato, meraviglia così tanto che, altrettanto fiduciosamente, pensino oggi di poter suggerire l’agenda politica a un potente molto meno coriaceo come l’ex magistrato di Montenero di Bisaccia? Il pedagogismo è un vizio che difficilmente gli intellettuali riescono a estirpare da sé.

GIUSEPPE GALLO

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom