Top

Il dossier mediorientale sulla scrivania di Obama. Ecco le strategie del presidente

maggio 2, 2009 di Redazione 

Sono trascorsi dunque cento giorni, dall’insediamento del primo afroamericano alla Casa Bianca. Un periodo nel quale l’ex senatore dell’Illinois ha potuto dispiegare il nuovo corso Usa anche sul fronte diplomatico e in particolare per ciò che riguarda il Medioriente. In questo senso due sono, ovviamente, i fronti caldi per l’amministrazione americana: la pratica iraniana e il “dossier” israelo-palestinese. La nostra Désirée Rosadi ci racconta come Obama stia affrontando e si prepari a muoversi in questa duplice chiave.

Nella foto, Barack Obama

-

di Désirée ROSADI

Nei suoi primi cento giorni di presidenza Obama ha dato una svolta alla politica americana, affrontando la peggiore recessione del Dopoguerra e decidendo l’ingresso dello Stato nel capitale di diverse aziende e banche in crisi, ed ha operato scelte rivoluzionarie negli affari esteri, come l’apertura al dialogo con Iran, Venezuela, Cuba e Russia. Per quanto riguarda il Medioriente, ha preannunciato il ritiro dall’Iraq delle truppe americane, confermando però l’impegno in Afghanistan, ha stabilito la chiusura di Guantanamo e ha reso pubbliche le torture inferte dalla CIA.

La distensione nei rapporti con l’Iran, maturata negli ultimi dieci giorni, sembra aprire uno spiraglio di luce per i negoziati sul programma nucleare iraniano, come è stato ribadito più volte dai Ministri degli Esteri UE. L’approccio adottato da Obama segue un percorso binario: da una parte, si impegna nel dialogo sul nucleare, dall’altra porta avanti l’attuazione delle sanzioni ONU, sperando che Ahmadinejad rassicuri il mondo sulla natura pacifica nell’utilizzo dell’energia nucleare.

In queste ultime settimane Obama ha fatto della Casa Bianca il punto di incontro per il dialogo mediorientale: dopo aver incontrato a Washington il re Abdallah di Giordania, Obama ha reso nota la sua intenzione di invitare, entro la prima settimana di giugno, Israele, Egitto e Autorità Nazionale Palestinese. Come tende a precisare il Presidente americano, gli incontri tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il leader palestinese Abu Mazen e il presidente egiziano Hosni Mubarak saranno separati. Un ruolo essenziale in questa delicata fase è giocato dalla dirigenza egiziana, che appoggia, se pur con scetticismo, gli USA e l’UE nel processo di pace. Spinge Washington affinché eserciti una stretta maggiore su Israele, chiedendo contestualmente anche all’Europa di fare la sua parte, non limitandosi solo all’assistenza economica. È necessario ricordare che l’Egitto, storicamente legato a Fatah, è in prima linea negli aiuti alla popolazione palestinese, sia in termini di aiuti diretti, sia attraverso il coordinamento con gli altri Paesi arabi e con la Comunità internazionale.

Gli inviti sono già stati recapitati e accettati dalle parti, ma a giudicare dalle parole del ministro degli Esteri d’Israele, Avigdor Lieberman, restano molti i dubbi sull’efficacia della proposta americana. Già nelle settimane scorse Lieberman aveva rifiutato l’idea “due popoli per due stati”, primo punto del piano dell’iniziativa saudita che prevede un ritiro totale dai territori palestinesi occupati dopo il 1967 in cambio di un riconoscimento collettivo di Israele da parte dei Paesi arabi. Il Ministro israeliano torna a farsi sentire, in occasione dell’invito di Obama a Washington, per ribadire il pericolo insito in questo piano di spartizione: prevedendo il diritto al ritorno per centinaia di migliaia di profughi palestinesi, sostiene Lieberman, metterebbe in pericolo gli equilibri demografici della regione e condurrebbe lo Stato d’Israele verso la distruzione. È evidente come la minaccia araba all’identità ebraica di Israele sia l’arma più efficace per la destra israeliana al fine di ottenere il consenso del popolo e dell’opinione internazionale.

Principali promotori del processo di pace, gli Stati Uniti sono tradizionalmente considerati favorevoli alla parte israeliana. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 si era registrata una chiusura verso le istanze palestinesi in risposta alla debolezza di Arafat nel condannare e prevenire gli attentati terroristici contro gli Israeliani; tuttavia, l’elezione di Mahmoud Abbas, aveva tranquillizzato l’Amministrazione USA. Ad oggi, nonostante la recente guerra di Gaza, Obama auspica la conclusione di un accordo in tempi brevi, ipotesi che sembra lontana a meno di una più forte pressione americana su Israele.

Désirée Rosadi

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom