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Diario politico. Oggi il via al federalismo fiscale. E giovedì si torna su Cie e ronde

aprile 28, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. Si prepara una settimana di fuoco per la politica italiana. Entro stasera, al Senato, spazio al voto finale sul provvedimento che raccoglie il consenso bipartisan di maggioranza ed opposizione. “E proprio mercoledì si ‘festeggia’ un anno di legislatura”, fanno notare sia la presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro sia il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli. Ma il clima di concordia rischia di durare solo ventiquattrore, perchè già giovedì comincia l’iter parlamentare del nuovo ddl sulla sicurezza (che prevede tra l’altro una tassa sul permesso di soggiorno, alcuni casi di divieto di iscrizione all’anagrafe dei figli di immigrati, e altro: lo vediamo). Quello in cui Maroni vuole blindare le due norme bocciate in precedenza dal voto segreto contrario di alcuni “franchi tiratori”: “Se non c’è un accordo chiaro, chiederò la fiducia”, dice il ministro dell’Interno. E l’opposizione, che ha già presentato più di 200 emendamenti, promette battaglia. Ci prepariamo con il racconto di queste ore di avvicinamento, in un dibattito sopito dal post-25 aprile e prima della riesplosione parlamentare.

Nella foto, l’aula di Palazzo Madama

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di Gabriele CANARINI

E’ stato presentato ieri alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia il nuovo disegno di legge sulla sicurezza, che sarà esaminato, fra oggi e domani, dalla commissione, per poi iniziare, giovedì, il suo iter parlamentare. In un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera” il 25 aprile, il ministro dell’Interno Maroni, chiarendo anticipatamente la propria posizione riguardo a tale ddl, aveva duramente sentenziato: «Sulla sicurezza non accetterò altri errori gravi. La norma sui Cie (Centri di identificazione ed espulsione per i clandestini) e quella sulle ronde, vanno approvate in tempi stretti. Senza questi strumenti il problema non sarà mio, ma dell’intero governo». Il messaggio del ministro leghista era rivolto prima di tutto ai suoi alleati di coalizione, rei di aver fatto bocciare, tramite il voto segreto di alcuni, cosiddetti, franchi tiratori, tali norme già presenti all’interno del precedente ddl sulla sicurezza, tramite l’approvazione degli emendamenti presentati a riguardo dall’opposizione. Ecco perché, oggi, il governo ha presentato due emendamenti al ddl al vaglio della commissione, i quali reintroducono le norme sulla permanenza lunga nei Cie (dagli attuali 60 giorni a 180 giorni) e sui “volontari per la sicurezza”, ovvero sia le ronde. In compenso, come già aveva preannunciato Maroni sempre nell’intervista al “Corriere”, fra gli emendamenti non figura più la norma che dava la possibilità ai medici di denunciare i pazienti trovati privi del permesso di soggiorno. Contro tale norma si era pronunciato ieri anche il Presidente della Camera Fini, il quale, durante una visita all’ospedale San Gallicano, che si occupa solo di immigrati, l’aveva giudicata «un errore giuridico e di miopia politica». L’eliminazione di tale norma è stata sottoscritta anche dai relatori del ddl Francesco Paolo Sisto e Jole Santelli; indispensabile, a tal fine, è stata anche la clamorosa protesta di Alessandra Mussolini, che già un mese fa aveva raccolto le firme di 101 deputati dichiaratisi avversi alla norma. Nell’opposizione è stata salutata con soddisfazione tale esclusione, ma permane lo scetticismo verso una legge che la deputata del Pd Donatella Ferranti reputa «xenofoba e razzista», e l’esponente dell’Idv Massimo Donadi giudica «dannosa per il funzionamento delle istituzioni». Insomma, si annuncia battaglia dura sul ddl, non solo da parte dell’opposizione, che ha già presentato più di 200 emendamenti (167 del Pd, 30 dell’Idv e 21 dell’Udc), ma anche da parte di esponenti della maggioranza stessa, come fa capire ancora una volta Alessandra Mussolini: «Sarò in commissione perché voglio assolutamente difendere le mie modifiche sostenute da una decina di colleghi». Si riaffaccia, così, per la maggioranza il rischio di nuove sorprese nel corso delle votazioni segrete. Nel ddl presentato quest’oggi in commissione, figurano diverse norme, su cui la discussione è già iniziata e si preannuncia rovente, in particolare: l’introduzione di una tassa di 200 euro sui permessi di soggiorno, il divieto per gli immigrati di iscrivere i figli alle anagrafe nel caso in cui la loro casa sia sotto gli standard igienico-sanitari previsti dalla legge; infine, una legislazione più severa sulla possibilità per gli immigrati di restare in Italia grazie ai legami familiari (saranno ammesse, infatti, solo le parentele di secondo grado). Ma è proprio sulle norme legate ai Cie e alle ronde che lo scontro sarà senza dubbio più aspro, anche perché, oggi stesso, il ministro Maroni, a margine di un incontro bilaterale italo-polacco tenutosi a Varsavia, ha ribadito la propria fermezza in merito, prendendo spunto dalla precedente bocciatura in Parlamento di quei provvedimenti: «Non voglio che ci sia la regola del “non c’è due senza tre”. Ho detto a Berlusconi che, o c’è l’accordo politico chiaro, oppure porto il provvedimento in aula e chiedo la fiducia». Interrogato riguardo ai possibili ostruzionismi del gruppo di deputati capeggiato dalla Mussolini, ha ripetuto: «Io ho chiesto formalmente a Berlusconi di reinserire quella norma, ma è chiaro che se ho garanzie da parte della maggioranza sul disegno di legge, bene, altrimenti farò richiesta di ricorrere alla fiducia, non voglio altri rischi». Alle ferme richieste del ministro dell’Interno ha dato conforto il suo collega alla Difesa Ignazio La Russa: «Non ci sono rischi per l’ok della maggioranza al prolungamento della permanenza degli immigrati irregolari nei Cie, che, anzi, poteva anche essere prevista per più di sei mesi. Personalmente mi dimetterei da coordinatore del Pdl se la maggioranza non fosse compatta su questo tema».
Su un altro fronte, però, le opinioni della Lega e dell’opposizione hanno trovato, già nei giorni scorsi alla Camera, una convergenza: il provvedimento sul federalismo fiscale. Tale provvedimento ha iniziato oggi il suo iter al Senato ed entro domani sera, con la terza lettura, vi sarà il voto finale in merito. In aula sono stati depositati una cinquantina di emendamenti e tredici ordini del giorno, gli stessi già presentati in Commissione. Il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, dice che si tratta di «una tappa importante. Il voto definitivo arriva domani dal Senato a conferma che, dalla riforma delle istituzioni al contrasto alla criminalità e a tutti i temi della riforma economica, stiamo attuando il programma che gli elettori hanno votato in massa». Soddisfazione per l’imminente approvazione del provvedimento è stata espressa anche dalla presidente dei senatori del Pd Angela Finocchiaro, che al termine della conferenza dei capigruppo, ha così commentato: «Il voto di domani sul federalismo ha anche un valore simbolico, perché proprio domani questa legislatura compie un anno. Ma è anche la dimostrazione che una riforma così impegnativa, in Parlamento può essere fatta in un anno. Quando le Camere e le commissioni diventano luogo di confronto e ascolto reciproco, le riforme si fanno. Altro che decreti legge». Ad ulteriore conferma che l’approvazione della legge sul federalismo fiscale è di carattere bipartisan, sono arrivate le parole del ministro per la Semplificazione legislativa Roberto Calderoli: «Questa è la prova che il dialogo rimane la via maestra per le riforme». Calderoli, poi, dopo aver fatto notare che il provvedimento verrà approvato il 29 aprile, esattamente un anno dopo l’avvio della XVI legislatura, ha tenuto a sottolineare che «in questo anno il Parlamento è stato molto attivo. Non ha approvato soltanto decreti legge, ma anche provvedimenti di legge che contengono riforme di ampio respiro, come appunto il federalismo».
Ma se sul federalismo si è ottenuto un largo consenso da parte di entrambi gli schieramenti, non altrettanto è accaduto nelle settimane scorse su un provvedimento di carattere più strettamente etico, che ha diviso non poco le coscienze dentro e fuori le aule del Parlamento. Ci riferiamo al ddl sul testamento biologico, che, dopo essere stato definitivamente approvato al Senato, ha scatenato le ire e le polemiche di buona parte dell’opposizione (la succitata Finocchiaro in primis), ed ha avuto uno strascico non certo di secondo piano. A fronte di tale approvazione, infatti, il presidente della cellula di Treviso dell’associazione “Luca Coscioni”, Paolo Ravasin, da 10 anni malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica, ha inviato, il 21 aprile scorso, un video messaggio ai Presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, e al Presidente della Repubblica Napolitano. Nel testo del messaggio, Ravasin, dopo aver spiegato che già un anno fa prese la decisione di formalizzare le proprie volontà in merito al fine vita, metteva in luce in particolare come, a suo parere, la legge sia «formalmente sul testamento biologico, ma sostanzialmente contro il testamento biologico. Essa rende carta straccia le mie direttive anticipate, ed in particolare la mia decisione di non sottopormi ad alimentazione e nutrizione artificiali quando non sarò più in grado di nutrirmi e bere naturalmente. Queste non sarebbero più rifiutabili, stabilendo, per di più, che circa le altre indicazioni, esse non saranno vincolanti per il medico, ma una sorta di “consiglio”». Inoltre, nella sua lettera Ravasin sottolineava che «se è vero che l’articolo 32 della Costituzione impedisce di sottoporre un individuo ad un trattamento sanitario contro la sua volontà e se è vero che, come sancito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’alimentazione e l’idratazione artificiali sono dei trattamenti sanitari a tutti gli effetti, allora è anche vero che questa legge – che non consente a me, che sono pienamente capace di intendere e di volere, di rifiutare tali trattamenti – è manifestamente incostituzionale». L’associazione Luca Coscioni, politicamente legata al Partito Radicale, ha oggi reso pubblica la lettera con cui il capo dello Stato Napolitano ha risposto al messaggio di Ravasin. Nella lettera il Presidente della Repubblica mostra da subito la sua vicinanza a Ravasin: «Raccolgo il suo appassionato messaggio con la stessa attenzione e partecipazione con cui seguo tutti i casi di tragica sofferenza personale, al di là delle posizioni che ciascuno può esprimere in termini generali». Napolitano, però, ha anche chiarito la delicatezza della sua posizione, affermando di sentire, da un lato, «profondamente la responsabilità di ascoltare ogni voce, nel rispetto della natura e dei limiti del ruolo che la Costituzione mi affida», ma anche che, «rispetto al dibattito in corso alle Camere, sono tenuto ad un atteggiamento di rigoroso riserbo». In conclusione, il capo dello Stato ha così sintetizzato il suo auspicio in merito alla questione: «Posso solo constatare che in Parlamento si è venuto a determinare un clima di grande riflessività e confidare che prevalga l’impegno ad individuare soluzioni il più possibile condivise, nel dovuto equilibrio tra i diversi beni costituzionali da tutelare». A fronte di tali parole, Ravasin ha mostrato soddisfazione: «Ringrazio di cuore il presidente Napolitano per la sua risposta. Capisco che la carica da lui ricoperta gli imponga riserbo sulla sua opinione personale, tuttavia ritengo molto importanti le sue parole, specie quando auspica che, in materia di scelte di fine vita, si tenga conto del dovuto equilibrio tra i diversi beni costituzionali da tutelare». E, in previsione del prossimo passaggio dal ddl alla Camera, Ravasin ha così espresso la propria speranza: «Auspico che le parole del Presidente ispirino nei prossimi giorni le coscienze dei parlamentari che, a mio avviso, hanno finora svilito uno di questi beni costituzionali da tutelare di cui egli parla: la libertà di scelta».

Gabriele Canarini

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