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Europee, intervista a Vittorio Prodi “Per una politica estera europea”

aprile 27, 2009 di Redazione 

Professore di fisica all’Università di Bologna ed ex presidente della Provincia, è europarlamentare uscente nel gruppo dei Liberali e dei Democratici. Ricandidato dal Pd nella circoscrizione Nord-est. Lo ha sentito Marco Fattorini. “Il vero spartiacque tra conservatori e progressisti – dice – è il concetto di sovranità, che per noi significa partecipare consensualmente ad una gestione a livello comunitario”. “L’Europa sia volano per uno sfruttamento razionale ed un accesso equo alle risorse del pianeta”. Sentiamo.

Nella foto, il professor Vittorio Prodi (a sinistra) con Arturo Parisi. E’ fratello di Romano

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di Marco FATTORINI

On. Vittorio Prodi, dal 2004 siede tra i banchi del Parlamento Europeo per il quale è ricandidato. Come ci descrive la sua esperienza a Strasburgo?
“Assolutamente positiva. Permette un punto di osservazione privilegiato sulla politica internazionale e sul cambiamento globale, consente orizzonti di politiche a breve ma anche a lungo termine che costituiscono gli antidoti all’anti-politica. Per questi motivi mi piacerebbe proseguire quest’esperienza. Vi è ancora spazio in giro per una lettura che riduce la valenza del “metodo comunitario”, molti si sentono autorizzati a parlar male, eppure l’Europa di oggi produce effetti estremamente salutari, a cominciare dagli effetti che registriamo nel nostro Paese”.

Lei è membro titolare della Commissione Parlamentare per l’Ambiente, la Sanità e la Sicurezza alimentare ed è membro anche della Commissione Industria, Ricerca ed Energia (ITRE). Quali sono state le battaglie e le iniziative perseguite? Quali i risultati?
“Da queste Commissioni passano le relazioni Reach (cioè le registrazioni e le autorizzazioni per i composti chimici), gli indirizzi politici e tecnici per le Agenzie e le Autorità (Agenzia di Copenaghen per l’Ambiente, Agenzia per la sicurezza alimentare di Parma, Agenzia di Stoccolma per il controllo delle malattie, solo per citarne alcune). Le relazioni più recenti che abbiamo esaminato riguardano le prestazioni sanitarie transfrontaliere, le linee sulla prevenzione e il controllo dell’inquinamento degli impianti, dell’inquinamento atmosferico, delle emissioni delle automobili. Come membro della Commissione ITRE mi sono interessato, all’interno del 7° Programma Quadro, specificamente di ricerca e organizzazione industriale e di tutti i problemi legati alle politiche energetiche e alla produzione e all’impiego dell’idrogeno. Non sono cosucce di poco conto, si tratta di stabilire regole che avranno una portata comunitaria universale. Ho promosso la Commissione trasversale sul cambiamento climatico, durata 18 mesi, per la mitigazione del riscaldamento globale. Abbiamo formulato le proposte per la disciplina delle emissioni dei gas a effetto serra in preparazione della Conferenza sul Cambiamento climatico che si terrà a Copenaghen a dicembre e in vista del dopo Kyoto che scade nel 2012″.

Il ruolo del Parlamento Europeo è andato incrementandosi negli anni, anche con il mutare e l’estendersi dell’importanza dell’Ue come organo sovranazionale. Quali sono, ad oggi, possibili ulteriori migliorie per rendere ancora più incisiva l’azione del Parlamento di Strasburgo?
“Il Parlamento europeo è uno strumento irrinunciabile di reale democrazia. E costituisce l’unico esempio al mondo di una Istituzione democratica così ampia e complessa. Una istituzione che proprio per la sua complessità e per gli obiettivi che si prefigge non può ottenere risultati immediati ma intermedi. Ma il vero spartiacque politico nel Parlamento europeo è sul concetto di sovranità. Per i conservatori, lo Stato nazionale rimane detentore di una sovranità assoluta. Per i progressisti ciò non è più dato: nella globalizzazione i singoli Stati hanno già perso pezzi di sovranità e l’unico modo di riacquisirli sta nello gestire consensualmente alcune politiche attraverso l’Unione Europea (ad esempio: è impensabile che un singolo Stato nazionale, come l’Italia, possa pensare di realizzare autonomamente le politiche relative alla sicurezza o alla difesa da attacchi esterni). Certo, il Parlamento europeo su questi temi è un cantiere aperto, non potrebbe essere altrimenti. E’ chiaro che avremo un’Europa completata fra molti anni: tanti ce ne sono voluti per il conio dell’euro, ce ne vorranno ancora tanti per portare avanti, in maniera democratica, la politica estera. Ma si tratta della più grande sfida del mondo ed è la sfida del metodo comunitario”.

Lei ha aderito al gruppo dell’Alleanza dei democratici e dei Liberali per l’Europa. Come giudica la posizione del Partito Democratico e la prospettiva di collocazione all’Europarlamento?
“La prospettiva è semplice, il PD sarà federato con il PSE (non nel PSE).
Comunque le collocazioni date, così come risultano attualmente, sono senz’altro una costruzione che dovrà evolvere andando oltre i gruppi politici attuali che rispecchiano le famiglie politiche nate nel 1800″.

Lei è stato presidente dell’Azione Cattolica dal 1986 al 1992. Cosa ne pensa delle radici cristiane dell’Europa? Quanto sono attuali e concretamente importanti per il cammino del Vecchio Continente?
“Le radici cristiane dell’Europa sono evidenti e, personalmente, le avrei espressamente riconosciute. In ogni modo il ruolo delle religioni è direttamente riconosciuto. Non nascondo che l’insistenza su questo tema mi abbia dato l’impressione che celasse il bisogno di creare delle premesse per situazioni di privilegio. Da credente penso che il Cristianesimo abbia un ruolo importante per l’evoluzione della UE come motore di una riforma delle istituzioni internazionali verso assetti autorevoli e in grado di ripudiare l’uso della forza nella soluzione dei conflitti internazionali”.

Non crede che, soprattutto a partire dall’Italia, servirebbe una riflessione più profonda e consapevole nei confronti dell’Europa e delle potenzialità di un organo sovranazionale, ormai fondamentale anche e soprattutto in tempi di crisi e incertezze come questo?
“La ringrazio per la domanda: ha colto nel segno. Vede, il cambiamento caratterizzerà il futuro. Un cambiamento che richiede strategie interdipendenti e globali quindi una visione e organi sovranazionali. Per uscire dalla crisi e dalle incertezze del futuro occorre cambiare direzione e senso di marcia alla nostra civiltà che si basa su ipotesi false, fuorvianti e folli: continuiamo a investire su un’idea di produzione ancora legata allo sfruttamento delle energie fossili, come se avessimo a disposizione risorse naturali illimitate. Inoltre questo sistema genera scarti che la capacità della terra non è più in grado di accogliere. Bisogna rendersi conto che non è più una questione di opzioni: è indispensabile passare dallo sfruttamento delle energie fossili a quello delle energie rinnovabili. Bisogna rendersi conto che o troviamo una via consensuale per garantire uno sfruttamento razionale delle risorse ed un accesso equo oppure ci sarà scarsità anche delle risorse primarie come l’acqua, e, come accade da sempre, si farà ricorso alla forza delle armi per garantirsi l’accesso alle risorse. E bisogna rendersi conto che abbiamo a disposizione lo strumento per andare verso e realizzare questo cambiamento. Questo strumento si chiama Unione Europea”.

Marco Fattorini

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