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Settimanale, ecco il focus della domenica Durban II, o della debolezza dell’Onu

aprile 26, 2009 di Redazione 

Ci occupiamo questa settimana della conferenza di Ginevra sul razzismo, della quale vi avevamo raccontato martedì con Luna De Bartolo e sulla quale torniamo per un approfondimento più ampio. Al centro, le Nazioni Unite. Sentiamo.       

Nella foto, Ginevra, conferenza sul razzismo: il presidente iraniano Ahmadinejad accusa Israele parlando di “governo razzista” (anche se il riferimento non è diretto) e i delegati europei abbandonano la sala

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di Gabriele CANARINI

Si sono chiusi in settimana i lavori della Conferenza dell’Onu sul razzismo, e soprannominata Durban II. Tale appellativo si spiega con il fatto che i membri partecipanti all’evento si sono riuniti per ratificare e correggere il testo finale con cui si era chiuso l’analoga conferenza tenuta a Durban nel 2001. Quel testo era stato da subito ripudiato fermamente da Israele e dagli Usa per il modo in cui in esso ci si riferiva allo stato israeliano, definendolo «come potenza occupante», che attua una «politica di apartheid lesiva dei diritti umani» dei palestinesi. Questo passaggio è, però, rimasto invariato anche nella bozza presentata nell’ottobre scorso dal comitato preparatorio dell’odierna conferenza, ed è questo uno dei principali motivi su cui si è fondato il rifiuto di Usa e Israele a partecipare alla conferenza. A fronte di ciò, l’Onu ha cercato un compromesso, eliminando dal testo presentato in sede di dibattito ogni residuo riferimento ad Israele e al sionismo, ma anche la condanna della «diffamazione religiosa» e del «cambio di fede» chiesta dai Paesi musulmani.

Si è arrivati insomma, già martedì scorso, all’approvazione di un testo più decisamente orientato sulle richieste e le volontà della comunità occidentale. Un testo che cerca di scrollarsi di dosso le accuse, mossegli all’epoca di Durban I da Usa e Israele, di voler definire il sionismo come una forma di razzismo, ma che però propone, questo è l’appunto che le due potenze muovono all’Onu, la «riaffermazione della dichiarazione e del programma d’azione di Durban I». D’altro canto l’Iran non ha per niente gradito che nel testo finale siano rimasti inalterati i riferimenti alla Shoah già presenti nel testo di ottobre, e che già da allora avevano suscitato i malumori di Ahmadinejad e soci. Dunque si è arrivati ad un compromesso che, di fatto, ha soddisfatto pochi e scontentato molti. Fra questi pochi soddisfatti, c’è il ministro degli esteri francese che, oltre al proprio gradimento, non ha mancato di sottolineare anche la contraddizione insita nella strategia statunitense nei confronti di Teheran, con Obama che dapprima apre al dialogo verso Ahmadinejad e poi rifiuta recisamente il confronto in sede Onu con il numero uno iraniano. Ma proprio qui sta il nodo centrale emerso fra le tante polemiche, i rifiuti, e le prese di posizione che hanno segnato questa conferenza di Ginevra: perché un uomo politico e un equilibrista diplomatico coraggioso e attento, come il neopresidente Usa, ha adottato la strada di un assoluto rifiuto al dialogo davanti all’Onu con il pur scomodo e provocatorio Ahmadinejad? Obama si è trovato davanti ad un bivio: o assecondare la buona diplomazia a livello mediatico, o perseguire l’opportunità politica. E’ indubbio che la conferenza di Ginevra rappresentasse una potente cassa di risonanza a livello mediatico per misurare lo stato dei rapporti diplomatici fra le varie potenze, in particolare quelli delicati fra le istanze arabo-palestinesi, incarnate, in sintesi, dall’Iran, e quelle israeliane, sempre estremamente care agli Usa.

Ma, al di là del pur importante riscontro a livello di immagine davanti ai media, in realtà a livello politico l’importanza del summit di Ginevra è stata assai relativa. Lo ha lucidamente puntualizzato, alla vigilia della conferenza, Paul Kennedy, docente di storia all’università di Yale, e autore di diversi trattati storico-politici, fra cui “Ascesa e declino delle grandi potenze”: «Il rispetto dei diritti umani si impone solo con risoluzioni vincolanti. C’è da chiedersi chi e quanti lo vorrebbero veramente, perché la sede adatta non è certo questa conferenza». Così Kennedy motiva queste sue conclusioni e il suo conseguente scetticismo sull’effettiva utilità della conferenza Onu: «Io sono scettico su Durban II e lo sono stato anche su Durban I, manipolata e strumentalizzata da troppi Paesi. Io sono scettico anche sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che proponeva anche il pieno impiego, l’assistenza sanitaria di Stato. Il presidente americano Truman la firmò perché sapeva, che, a differenza delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, non aveva valore legale. La firmò persino Stalin, un violatore dei diritti umani». C’è allora forse da poter confidare nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, per sperare in una difesa contro il razzismo? Non lascia dubbi Kennedy: «Il Consiglio è bloccato da cinque potenze conservatrici che hanno macchie razziste, presenti o passate, da nascondere: l’America i neri, la Russia la Cecenia, la Cina il Tibet, la Francia gli arabi, l’Inghilterra il Kenya. E si trincera dietro il principio che deve decidere delle questioni di guerra e pace, non delle libertà civili». Che dire allora del Consiglio dei diritti umani dell’Onu? Ancora Kennedy: «Il Consiglio, come la precedente Commissione, a volte è ostaggio di Paesi che promuovono delle decisioni inique o che vanificano quelle eque. Invece di penalizzare sempre, come dovrebbe, quanti fanno del razzismo o peggio fanno del genocidio, in certi momenti li ignora e li nasconde».

Se dunque la risoluzione Onu non ha alcun valore vincolante per i Paesi firmatari, e si configura pertanto come una dichiarazione d’intenti cui essi si impegnano solo a livello formale, coloro i quali rifiutano di firmare non vanno incontro ad alcuna ripercussione sostanziale, tutt’al più rischiano qualche critica o protesta. Anzi, il loro gesto di rifiuto assume i contorni del boicottaggio, e questo può avvenire solo nel momento in cui non sono questi Paesi, in realtà, ad aver bisogno del riconoscimento e l’investitura dell’Onu, ma è, viceversa, l’Onu ad aver estremo bisogno della loro presenza per poter “certificare” la validità e il presupposto peso politico della propria conferenza.

Il gran rifiuto degli Usa e di Israele, comunque lo si giudichi, mette in luce proprio questa debolezza sostanziale delle Nazioni Unite, esautorandone la legittimità e ribadendo, una volta di più, come esse siano soggette ai capricci e le intemperie, e, soprattutto, ai giochi di convenienza politica delle varie nazioni che essi chiamano a raccolta. Ed è giustappunto la convenienza politica quella che ha spinto Obama a non aver esitazioni nel prediligere una linea di assoluta conformità con il secco rifiuto di Israele alla conferenza di Ginevra. Anche perché, non dimentichiamolo, il neopresidente Usa è stato inizialmente accolto dall’establishment israeliano con una certa diffidenza. Considerando inoltre che dalle recenti elezioni è uscito un governo di Israele ancor più votato al conservatorismo e al nazionalismo, che ha, per esempio, mal sopportato il tentativo di disgelo attuato qualche settimana fa da Obama nei confronti di Teheran, il presidente Usa ha preferito cogliere l’occasione della conferenza per riaffermare la propria comunanza d’intenti con il governo israeliano, ben sapendo che, dall’altra parte, la sua assenza non gli avrebbe causato alcuna ripercussione a livello sostanziale.

Non è certo la prima volta che l’Onu viene sminuito da quei Paesi che dovrebbero, a rigor di logica, rispettarne l’autorità e la legittimità. Forse qualcuno ricorderà quando, nel 2003, l’allora presidente Bush ignorò, di fatto, la contrarietà delle Nazioni Unite all’intervento in Iraq, relegando al segretario di Stato Colin Powell l’onere di spiegare, in sede Onu, le motivazioni in base alle quali era stato deciso l’intervento contro il regime di Saddam Hussein. Powell giustificò la linea Usa, non senza qualche imbarazzo, adducendo prove, da subito rivelatesi poco credibili, che dimostravano la presenza in Iraq di micidiali armi di distruzioni di massa, in mano al governo di Saddam. Come ben sappiamo, in realtà di quelle armi non fu mai trovata alcuna traccia né sentore. Ma il dato politico cruciale che emerse in quell’occasione fu che la decisione intrapresa da Bush di far guerra all’Iraq fosse assolutamente inattaccabile e inoppugnabile da parte dell’Onu. E fu altrettanto lampante che l’unica motivazione per cui il presidente Usa aveva inviato il suo braccio destro davanti al Congresso Onu constava nella ricerca di una legittimazione esclusivamente a livello mediatico della propria scelta guerrafondaia. Dunque, ancora una volta, l’importanza dell’Onu si rivelò prettamente formale e assai poco sostanziale.

Le ragioni alla base delle scelte di Bush e Obama sono totalmente differenti, e soprattutto la lucidità diplomatica dell’attuale presidenza Usa si è già dimostrata, in pochi mesi, assai lontana dall’approccio frettoloso e impaziente con cui Bush ha spesso affrontato le relazioni internazionali con gli altri Paesi. Ma ciò che non cambia è la facilità con cui l’organo delle Nazioni Unite viene messo sistematicamente in secondo piano e di fatto minimizzato, in nome del preminente interesse politico; ragion per cui si cerca di ottenere dall’Onu, tutt’al più, un riconoscimento mediatico delle proprie scelte e orientamenti, non certo una legittimazione politica dei medesimi.

Così, anche un argomento di grande rilievo e sempre tristemente d’attualità come il razzismo, sulla cui condanna la Comunità internazionale dovrebbe mostrare unità politica e compattezza d’intenti, rischia di rivelarsi come una sorta di specchio per le allodole dietro il cui riflesso le potenze internazionali continuano ad attuare le loro divergenti mosse diplomatiche, incuranti dell’impotente sdegno con cui le Nazioni Unite chiedono rispetto e legittimità. Legittimità che quest’organo ha ricercato fino agli sgoccioli della conferenza, tentando di far firmare la risoluzione anche a qualcuno dei vari Paesi che avevano disertato l’incontro, inutilmente. E questo comprova, per l’ennesima volta, che troppo speso l’Onu è soggetta al veto e al vaglio dei vari Paesi su cui essa dovrebbe, a rigor di logica, poter imporre il proprio diritto di veto e il proprio controllo. Tutto ciò comporta che, purtroppo, le pur giuste cause per cui le Nazioni Unite si battono e dibattono, rischiano di rimanere svuotate di senso, prive dell’incisività e della concreta forza politica che dovrebbero avere. Ecco allora che la speranza va riposta, giocoforza, nelle singole potenze internazionali, affinché, perseguendo una linea programmatica più solidale con l’Onu, contribuiscano a far sì che gli impegni presi con le risoluzioni non si trasformino in verba, ma rimangano scripta.

E così dovrà avvenire anche riguardo al problema del razzismo, come suggerisce, ancora una volta, Paul Kennedy: «Bisogna martellare il messaggio antirazzista. Quando l’Onu fece la Dichiarazione universale sui diritti umani, l’impatto fu forte, creò grandi aspettative. Idem quando fu varato il protocollo di Kyoto contro l’emissione di gas serra. Le grandi potenze devono alimentare le aspettative e premere molto più fortemente sulle nazioni interessate alle buone relazioni con loro, ma che ancora violano i diritti umani. Se lo faranno, in futuro anche conferenze come quella di Ginevra produrranno frutti».

Gabriele Canarini

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