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Intervista ad Orlando portavoce Pd: “Lo spazio per i giovani c’è”

aprile 24, 2009 di Redazione 

Quarant’anni compiuti a febbraio, è uno dei volti nuovi della politica italiana (nonostante la lunga “gavetta” come amministratore e dirigente locale e nazionale alle spalle) ed una delle voci più efficaci del centrosinistra. Abile comunicatore, è stato scelto da Veltroni per quella posizione per la quale, stori- camente, passano molti dei nomi che assurgono poi a ruoli di ancora maggiore responsabilità. Nei giorni delle dimissioni del segretario il nostro giornale lo indicò, insieme a Martina e Mogherini, come una delle possibili opzioni per quella rinnovata leadership “giovane” del Pd che dai più era vista come necessaria. Andrea Orlando oggi si schermisce, “non ho mai preso in considerazione questa possibilità”, ma resta comunque, con la stessa Mogherini, il giovane dirigente che ha saputo conquistarsi, ad oggi, la posizione di maggiore rilevanza. Lo abbiamo sentito per parlare di comunicazione politica soprattutto; Attilio Ievolella lo ha poi interrogato anche su Europa e partito. Ascoltiamo.

Nella foto, Andrea Orlando

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di Attilio IEVOLELLA

Quarant’anni compiuti da poco più di due mesi. Di La Spezia. Con un impegno politico che nasce negli anni ’80. E che, oggi, da deputato, si concretizza nel ruolo di portavoce del Partito Democratico, sotto la guida di Veltroni prima e di Franceschini poi.
Per Andrea Orlando, però, il ruolo e l’impegno attuali sono accompagnati anche da due mission, chiamiamole così: consentire al centrosinistra di recuperare il gap comunicativo accumulato rispetto al centrodestra berlusconiano; dare un riferimento alle giovani generazioni, che chiedono spazio e voce all’interno di un Partito Demcoratico ancora in fieri.
Su questi temi, in particolare, oltre che sulla tenuta politica e sulla solidità delle alleanze – meglio, dell’alleanza con l’Italia dei Valori di Di Pietro – l’appuntamento delle Europee è una prima cartina di tornasole.

Partiamo dalla comunicazione, onorevole Orlando. Vista dall’esterno, la si può considerare un handicap storico per il centrosinistra, che si chiamasse Ulivo, Unione o, oggi, Partito Democratico. Come replica a questa osservazione?
«Con una considerazione: è stata forte la sottovalutazione, da parte del centrosinistra, dell’importanza di questo tema. Per una ragione fondamentale: si riteneva che, in generale, fossero sufficienti i contenuti, le proposte, le idee e la qualità della classe dirigente, oltre che il radicamento sul territorio, per far arrivare un messaggio politico chiaro alle persone. Ma le dinamiche sono cambiate fortemente, soprattutto da quando è diventato rilevante il meccanismo televisivo. A questo quadro, poi, va aggiunto anche un altro elemento: una sorta di visione elitaria della politica. Con una difficoltà forte della sinistra a confrontarsi con i settori popolari della società, che, come ho detto prima, venivano raggiunti con le strutture presenti sul territorio».

Da questo punto di vista, alle Europee il Partito Democratico come si approccerà?
«Con la consapevolezza che negli ultimi appuntamenti elettorali abbiamo affrontato le difficoltà operando sul piano dell’efficacia sia della comunicazione sia dei contenuti. E questo discorso vale anche per le Europee, soprattutto considerando la necessità di progetti e di idee, che il Partito Democratico ha forti, per affrontare l’attuale situazione economico-sociale, ovvero la chiusura del ciclo liberista. Ciò, sia chiaro, per l’Europa come per l’Italia».

Se si parla di contenuti, come anche di comunicazione, le ultime politiche, ad esempio, nonostante le promesse hanno trasmesso la sensazione che la campagna elettorale non abbia modificato gli equilibri di partenza, ovvero il gap rispetto al centrodestra. Come si può spiegare questo stato di cose?
«Beh, mi permetto di dissentire. Se fa riferimento alle ultime politiche, le posso garantire che rispetto ai sondaggi di tre mesi prima, il Partito Democratico ha recuperato, e molto. Poi, sia chiaro, vanno tenuti presenti anche altri elementi importanti, come le condizioni dalle quali è partito il centrosinistra… penso, ad esempio, alla problematicità di rapporti nel centrosinistra che sosteneva il governo Prodi e alle sensazioni trasmesse, di conseguenza, alle persone, agli elettori».

Oggi la situazione è mutata. Il Partito Democratico è all’opposizione, anche se con un’identità ancora da definire nei dettagli. Qual è lo spirito con cui affrontare la nuova competizione elettorale?
«In questo caso, è fondamentale partire da una convinzione: in Italia il Partito Democratico è la realtà politica e sociale che può dare la spinta più forte e il contributo più concreto per la costruzione dell’Europa, di una vera Europa. E ciò significa proporre idee e soluzioni per affrontare la crisi attuale, per superarla, innanzitutto in Europa».

Se permette l’associazione, anche il Partito Democratico ha da affrontare una “crisi”. E’ chiamato a definire il proprio equilibrio interno. E a dare una risposta ai giovani, che chiedono spazio e peso. C’è davvero spazio per loro, nel Pd?
«Assolutamente sì. Nell’attuale Partito Democratico, lo dico forte e chiaro, c’è tantissimo spazio per i giovani, che devono avere la forza di rendersi protagonisti con proposte forti. Mettiamola così: siamo a una sorta di ‘anno zero’, questo partito ha affrontato dei momenti di difficoltà, e anche per questo ciò che conta, oggi, sono le proposte, le idee, a partire da quelle dei giovani. E poi, mi permetto di aggiungere, per ottenere un proprio spazio bisogna anche essere pronti a battagliare».

Quale futuro immagina per il suo partito in un momento in cui il cartello ‘lavori in corso’ è necessariamente ancora esposto, e alla guida c’è, fino al congresso, un segretario, Franceschini, pro tempore?
«Questa è una definizione che non condivido: Franceschini è stato eletto segretario, come prevede lo statuto, e potrà operare per il partito, per poi arrivare all’appuntamento congressuale, con una proposta complessiva. Ecco perché non credo sia corretto parlare di segretario pro tempore. Se poi lei mi chiede di immaginare il futuro del Partito Democratico, allora le dico che deve essere un futuro fatto di contributi e di proposte per affrontare i problemi economici, sociali e politici dell’Italia. E questi contributi, queste proposte, dovranno essere frutto di confronto e di collaborazione. Ecco perché è necessario superare la fase delle personalizzazioni: serve un confronto serrato sui contenuti per un gruppo dirigente e per un partito che si caratterizzino per le soluzioni da mettere in campo per i nodi più importanti. L’obiettivo è dare risposte concrete alle difficoltà della popolazione».

Per concludere, se si parla di gruppo dirigente, e la mente è rivolta anche all’appuntamento congressuale, e si ragiona sullo spazio da riconoscere alle nuove leve, allora si potrebbe anche ipotizzare un primo leader giovane. Lei ci ha mai fatto un pensiero?
«Le posso assicurare che è un’ipotesi mai presa in considerazione».

Attilio Ievolella

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