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Napolitano: ‘Costituzione non è residuato bellico. Rispettare la divisione dei poteri’

aprile 22, 2009 di Redazione 

L’apertura di questa nota è tutta per il presidente della Repubblica, che mercoledì sera, a Torino alla Biennale della Democrazia, ha tenuto un discorso per riaffermare la centralità della nostra Carta fondamentale. “Le principali regole del liberalismo non possono essere considerate un bagaglio obsoleto sacrificabile sull’altare della governabilità in funzione di decisioni rapide, perentorie e definitive”. E’ evidente un richiamo alle parole pronunciate dal premier al congresso fondativo del Pdl, e tuttavia l’intervento di Napolitano va oltre, è un monito per il futuro che vale per tutti, senza andare contro nessuno. Perchè la Costituzione è la base del nostro dna comune, così come il 25 aprile, per il quale si va verso una celebrazione che, forse per la prima volta nella storia Repubblicana, coinvolge esponenti di tutte le parti maggiori. Anche se non mancano le polemiche. Ci racconta tutto Gabriele Canarini.           

Nella foto, il capo dello Stato

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di GABRIELE CANARINI

Quella odierna è stata una giornata indubbiamente intensa per la politica italiana. Diversi i temi rilevanti dell’odierno snodo politico, con al centro la netta presa di posizione del Presidente della Repubblica Napolitano in difesa della Costituzione. Nel discorso tenuto questa sera alla Biennale della Democrazia di Torino, il capo dello Stato ha infatti ricordato: «La Costituzione repubblicana non è una specie di residuato bellico, come da qualche parte si vorrebbe talvolta far intendere. Nacque guardando lontano, e poggia sui valor maturati nell’opposizione al fascismo, nella Resistenza, e fu concepita aprendosi alle imprevedibili evoluzioni e istanze del futuro. Non fu mai un manifesto ideologico o politico di parte; è legge fondamentale, architrave dell’ordinamento giuridico e dell’assetto istituzionale». Per questo Napolitano ha rivolto un monito ben preciso a coloro i quali spesso vedono nella Costituzione una sorta di briglia che frena la loro libertà di azione politica: «Ogni potere delle istituzioni rappresentative, il potere legislativo ordinario, come il potere esecutivo, riconosce la supremazia della Costituzione e rispetta i limiti che essa impone». E ribadendo l’insostituibilità delle «principali regole del liberalismo», Napolitano ha ammonito che non possono essere considerate «un bagaglio obsoleto sacrificabile sull’altare della governabilità in funzione di decisioni rapide, perentorie e definitive». Certo è chiaro come queste parole suonino come un richiamo velato anche, ma non solo, nei confronti del premier Berlusconi, che, non più di un mese fa, nel discorso di chiusura del congresso del Pdl aveva lamentato la limitata governabilità che l’attuale legislazione e struttura parlamentare impone al Presidente del Consiglio. Anche per questo Napolitano ha ribadito che «in funzione della governabilità non si possono sacrificare la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche». Tutto ciò però non significa che il Presidente della Repubblica non ritenga «del tutto legittimo politicamente» modificare la Costituzione per rafforzare i poteri del governo e di chi lo presiede rispetto al Parlamento e al potere giudiziario, però questo può avvenire solo ed esclusivamente «sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti». Infatti, come ha ricordato Napolitano, già oggi chi governa ha in mano vari strumenti che ne facilitano l’azione politica, quali il decreto legge, il voto di fiducia, la riduzione del numero dei gruppi parlamentari, il rafforzamento del vincolo governo-maggioranza, tutti strumenti di cui l’attuale leadership governativa ha largamente usufruito. Il capo dello Stato ha poi invitato i protagonisti della politica a «riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità, e dunque l’autorità di istituzioni di garanzia». Nel difendere in questo modo il proprio ruolo di garante della Costituzione, Napolitano ha anche ricordato che «queste istituzioni di garanzia non dovrebbero mai formare oggetto di attacchi politici e di giudizi sprezzanti, al di là dell’espressione di responsabili riserve su loro specifiche decisioni». Essendo ormai a pochi giorni dalle celebrazioni per la ricorrenza del 25 aprile, il Presidente della Repubblica non si è potuto esimere dal ricordare che essa «non è festa di una parte sola», spiegando inoltre il nesso indissolubile che lega tale ricorrenza ai principi ispiratori della Carta Costituzionale: «I valori dell’antifascismo e della Resistenza non restarono mai chiusi in una semplice logica di rifiuto e di contrasto, sprigionarono sempre impulsi positivi e propostivi e poterono perciò tradursi con la Costituzione in principi e in diritti condivisibili anche da quanti fossero rimasti estranei all’antifascismo e alla Resistenza. Questo è un punto sul quale insistere. La Costituzione non è una semplice carta dei valori. E’ legge fondamentale e legge suprema anche e innanzitutto nel segnalare i limiti entro cui può svolgersi ogni potere costituito e viene disciplinata la stessa sovranità del popolo».Proprio sulle celebrazioni per il 25 aprile si è espresso oggi il Presidente del Consiglio Berlusconi, annunciando la sua partecipazione alla manifestazione istituzionale che si terrà sabato mattina davanti all’Altare della Patria. Il premier, però, non asseconderà l’invito rivoltogli da Franceschini nei giorni scorsi, ossia di partecipare alla manifestazione organizzata dall’Anpi in Piazza Dumo a Milano, bensì nel pomeriggio si recherà ad Onna, città simbolo del terremoto che ha scosso l’Abruzzo, ma anche teatro di una strage nazista durante l’occupazione che costò la vita a 17 civili.
Appresa la decisione del premier, il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro ha reagito attaccando duramente la scelta del Cavaliere: «Quella di Berlusconi è un’ipocrisia allo stato puro. Non gliene frega nulla di partecipare alla ricorrenza della Liberazione, vuole solo strumentalizzarla ai fini del consenso, e questa è una frode». Di Pietro ha poi spiegato: «Il 25 aprile rappresenta una data storica seria, che ci ha liberati dal fascismo. Chi pratica, predica e si riconosce nella dittatura, non deve partecipare, perché così facendo compie un atto ipocrita e offensivo». Infatti, secondo quanto sostiene l’ex-pm, «il governo di Berlusconi e Berlusconi stesso riduce gli spazi della democrazia e pratica attività che ci riportano ad una nuova dittatura».
Di ben altro tenore, invece, le parole dell’ex presidente del Senato Franco Marini, che, giudicando «positiva» la decisione di Berlusconi di partecipare alle celebrazioni per il 25 aprile, sottolinea: «Quando Franceschini ha detto al presidente di partecipare ha fatto, più che una polemica, una proposta positiva, e il fatto che Berlusconi abbia deciso di essere presente è un riconoscimento, che a me fa piacere, di una data che non è stata cancellata come rilevanza storica. E ha fatto bene Franceschini a sottolinearlo».
A tali parole ha fatto eco anche il portavoce del Pd Andrea Orlando: «Siamo lieti che il presidente del Consiglio abbia deciso di celebrare la ricorrenza del 25 aprile a Onna. E’ lo stesso luogo in cui, già sabato scorso all’assemblea degli amministratori del Pd, aveva annunciato la sua presenza il segretario del Partito Democratico. Tutto ciò è la riprova, contrariamente a quanto hanno sostenuto forse troppo zelanti esponenti della destra, che l’invito rivolto da Franceschini a Berlusconi era giusto e doveroso». Dunque Franceschini sarà ad Onna assieme a Berlusconi, e con loro sarà presente anche il leader dell’Udc Pierferdinando Casini; il segretario del Pd ha però chiesto preventivamente al premier «parole chiare ed inequivocabili sui valori della Resistenza, dell’antifascismo e della Costituzione. Il 25 aprile deve essere la festa di tutti, purché non ci siano ipocrisie».

Referendum. La momentanea convergenza fra Pdl e Pd ha vissuto, però, un passaggio altrettanto importante anche questa mattina in Parlamento, allorché si è giunti ad una definitiva intesa sulla data del 21 giugno per quanto concerne il referendum, che verrà così accorpato con i ballottaggi delle amministrative. L’accordo fra maggioranza e opposizione è stato raggiunto nella Conferenza dei capigruppo tenutasi a Palazzo Madama. Secondo quanto prospettato, si procederà a realizzare un disegno di legge che permetta di spostare la consultazione oltre il limite del 15 giugno stabilito dall’attuale legge. Il ddl sarà presentato alla Camera e, come ha spiegato il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, dovrebbe essere approvato «in sede deliberante», cioè senza il passaggio in aula. Gasparri ha poi chiarito: «Ci sarà un confronto più tecnico che politico. Alla conferenza dei capigruppo la vicepresidente del Senato Emma Bonino ha fatto alcuni rilievi critici. Ma quella che è emersa è una volontà politica prevalente, e non mi sembra di vedere all’orizzonte ostruzionismi particolari».
Anche la presidente dei senatori del Pd Angela Finocchiaro ha confermato la data del 21 giugno, premurandosi però di sottolineare: «Non ci soddisfa. Noi avevamo chiesto l’accorpamento alle elezioni del 6 giugno, ma ormai è tardi essendo scaduto il termine per procedere in questo senso. Si va al 21, ma è bene che questa data resti certa». In ogni caso, la Finocchiaro ha ribadito la disponibilità del Pd ad «un esame rapido di un testo che si preannuncia di poche righe», confermando anche l’ipotesi «che si vada in deliberante». Su tale questione è, invece, netta l’opposizione dell’Idv, che fa sapere, attraverso le parole del suo capogruppo Felice Belisario: «L’Idv è contraria a qualsiasi spostamento della data del referendum, ed è anche contaria alla deliberante. Continueremo la nostra battaglia perché e pericoloso non far votare i cittadini quando lo stabilisce la legge».

Sicurezza. Sempre in mattinata, in Parlamento, nello specifico al Senato, si è anche votato sul decreto sicurezza. Il provvedimento ha ottenuto un’approvazione bipartisan da parte dei senatori, poiché, infatti, hanno votato a favore sia la maggioranza, sia il Pd, l’Udc e l’Idv. Dunque il decreto ha registrato 261 voti favorevoli, 3 contrari (quelli dei senatori radicali), ed un astenuto, Francesco Pardi dell’Idv. Non sono mancate le critiche da entrambe le parti al provvedimento, che già aveva suscitato l’ira della Lega, nelle scorse settimane, a causa dell’esclusione dal testo di legge delle ronde e delle proroghe sui Cie, i Centri di identificazione ed espulsione dei clandestini. Nel decreto, tuttavia, sono contemplati l’aggravante per le violenze sessuali, il reato di stalking e di turismo sessuale. Nonostante le remore, ha dunque votato a favore del provvedimento anche l’opposizione, «per responsabilità», come ha sintetizzato per tutti il senatore del Pd Felice Casson, proprio per poter consentire la conversione in decreto, allorché esso era ormai giunto alla soglie della scadenza, fissata, fatal coincidenza, proprio per il 25 aprile.

Gabriele Canarini

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