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Diario politico. Berlusconi: “In piazza il 25 aprile”. Il Pd sosterrà il ‘sì’ al referendum

aprile 21, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. Il racconto della giornata, dalla “discesa in campo” questa volta per la celebrazione della Resistenza del presidente del Consiglio che dice di non voler “lasciare questa festa alla sola sinistra”, variabilmente approvato e sconsigliato dai suoi (e sentiamo le varie posizioni), al dibattito, che continua, sulla calendarizzazione del referendum: si va ormai verso il 21 giugno e l’accorpamento con ballottaggi delle amministrative. Infine, l’attacco di Franceschini a Berlusconi e Di Pietro: “Alle Europee noi presentiamo solo candidati veri, che andranno a fare gli europarlamentari”. La replica del leader Idv. Sentiamo.

Nella foto, il presidente del Consiglio

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di GABRIELE CANARINI

La giornata politica di oggi è segnata dalla risoluta presa di posizione del Presidente del Consiglio Berlusconi in merito alla manifestazione del 25 aprile. Sollecitato nei giorni scorsi dal segretario del Pd Franceschini, che lo aveva invitato a sfilare al suo fianco nella manifestazione organizzata per sabato a Milano dall’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, finora Berlusconi non aveva ancora dato risposta all’invito-sfida del leader dei Democratici. Sulla questione si erano però espressi già altri esponenti della maggioranza, fra questi il Ministro della Difesa La Russa, che aveva sconsigliato al premier di andare «tra le bandiere rosse, dove Franceschini lo vuole attirare, come in una trappola». Dello stesso tenore l’invito a Berlusconi del capogruppo alla Camera per il Pdl, Cicchitto: «Non deve dimostrare la sue credenziali a Franceschini, andando a farsi fischiare in Piazza Duomo a Milano. Come è già successo a Umberto Bossi e Letizia Moratti». Questi precedenti “storici” sono stati ricordati quest’oggi anche da Giampaolo Pansa in un articolo su Il Riformista. E proprio a tale articolo si è richiamato il sottosegretario e portavoce del premier Paolo Bonaiuti in un’intervista televisiva al programma di La7 “Omnibus”, al fine di dar conto dei motivi alla base dell’indecisione di Berlusconi: «Pansa ricorda cosa è successo al sindaco Letizia Moratti, che è stata spintonata mentre portava il padre in carrozzella a Milano, nonostante sia un ex partigiano. Si tratta di un episodio molto brutto. Dobbiamo tenere conto anche di questi estremisti». Non sono mancate, però, anche le sollecitazioni, all’interno dello stesso Pdl, ad una partecipazione del Cavaliere alla cerimonia milanese di sabato. E’ stato l’ex Dc e attuale vicepresidente dei deputati del Pdl Osvaldo Napoli, dopo aver ricordato che giovedì parteciperà ad una cerimonia bipartisan a Coazze, dove è custodito l’ossario dei partigiani caduti, al fianco del capo dello Stato e di Piero Fassino, a spiegare perché Berlusconi dovrebbe esserci in Piazza Duomo: «Gli conviene. Se lo contestano, guadagnerà ancora più consensi». Ma, oltre alla convenienza politica, la presenza di Berlusconi a Milano rappresenterebbe anche un evento di grande impatto simbolico, come ha spiegato l’attuale presidente della Provincia di Milano Filippo Penati: «Sarebbe un fatto simbolico fortissimo, il superamento di divisioni inutili e anzi molto dannose. Renderebbe evidente che lui, come la stragrande maggioranza degli italiani, ha definitivamente archiviato il passato. Spingerebbe ai margini tutti quelli come La Russa o Cicchitto, che vorrebbero avere ancora un paese spaccato e diviso per chissà quali calcoletti». Penati ha ribadito di non temere i fischi, e, anzi, di non aver alcuna remora, nell’eventualità che il premier partecipi, a stare al suo fianco: «Sarei lietissimo di sfilare al suo fianco e accompagnarlo per tutto il corteo dietro al gonfalone della Provincia. Sarebbe, credo, un segnale forte: io rappresento la comunità milanese, lui l’intera comunità nazionale. Entrambi dietro allo stendardo milanese, in posizione assolutamente istituzionale».
A seguito di tutte queste sollecitazioni, in una direzione o nell’altra, Berlusconi, all’uscita da una riunione sulle nomine per i candidati alle Europee tenutasi nella sede del Pdl di Via dell’Umiltà, ha oggi definitivamente chiarito la sua posizione in merito: «Ho preso la decisione di celebrarlo, anche se dove sarò lo comunicherò più avanti. Credo che ci sia bisogno di dire qualcosa, perché di questa festa non se ne appropri soltanto una parte». Immediato il commento alla notizia da parte di Dario Franceschini: «Come italiano e come segretario del Partito Democratico sono soddisfatto che abbia accolto la mia proposta. Meglio tardi che mai. Da quando Berlusconi è “sceso in campo”, come dice lui, ha avuto 14 possibilità di festeggiare il 25 aprile, ma ha sempre scelto di non farlo. E questo è stato un errore, perché il 25 aprile è stato per tanto tempo un valore unificante, la celebrazione dei valori della Resistenza, dell’antifascismo e della Costituzione».
Dunque il premier ha, per il momento, mostrato la propria disponibilità a partecipare alla manifestazione, senza però specificare se si limiterà a presenziare quella istituzionale di Roma, oppure se si calerà nell’atmosfera “calda”, per non dire rovente, di quella organizzata dall’Anpi a Milano. Il Cavaliere, però, non si è limitato a parlare del 25 aprile, ma ha anche risposto alle sollecitazioni sul referendum provenienti dal Pd, che stamattina, attraverso le parole del capogruppo alla Camera Antonello Soro, aveva fatto sapere: «Noi chiediamo chiarezza. Il governo ha già colpevolmente sprecato denaro pubblico negando l’accorpamento il 7 giugno. Ora bisogna ridurre il danno e chiediamo che si fissino per il 21 giugno i ballottaggi e il referendum. Per questo siamo disponibili alla veloce approvazione di una legge apposita. Ridurre il denaro a questo punto è l’unica strada possibile». A fronte di tale invito, Berlusconi ha chiarito: «Non credo ci sarà un rinvio, si voterà il 21 giugno. La soluzione ottima sarebbe una leggina in Parlamento che si approva con l’accordo dei presidenti di Camera e Senato in quattro giorni. Credo ci voglia questo. Molto meglio che un decreto legge, spetta al Parlamento prendere una decisione nell’accordo di tutti i gruppi». Il premier ha poi spiegato: «Io sono il più interessato al referendum che darebbe al Pdl il 55%, ma non sarebbe esteticamente apprezzabile che io me ne interessassi e per questo ho detto al ministro Maroni: occupatevene voi». Dunque la soluzione politica sulla data del referendum sembra profilarsi sempre più decisamente attorno alla data del 21 giugno, anche perché ora sembra esserci anche l’approvazione del partito più avverso al quesito referendario, la Lega, dopo le dichiarazioni quest’oggi rilasciate da Calderoli. Il ministro per la Semplificazione amministrativa, che nei giorni scorsi si era dichiarato contrario a qualsiasi tipo di accorpamento, ha invece commentato così, a margine di un’audizione alle Commissioni di Palazzo Madama, le parole di Berlusconi: «Bene il 21 giugno. Si vota due volte al posto di tre e non c’è incompatibilità con un’elezione a suffragio diretto e universale. Così ci sarà anche una riduzione dei costi, cosa che va certamente presa in considerazione, ma non a costo di calpestare la Costituzione». Sull’ipotesi del rinvio, Calderoli non ha dubbi: «A noi non sta bene, non sta bene all’Udc né all’Idv, quindi se si deve fare una cosa a maggioranza non si può scegliere l’opzione del rinvio di un anno della consultazione. Ci sono problemi anche sotto l’aspetto costituzionale, perché si tratterebbe di un rinvio di due anni». Per quanto concerne, invece, l’indirizzo di voto in merito al referendum, e l’eventualità che il Pdl si schieri sulla linea del sì, il ministro leghista rimane possibilista: «Quando andremo in campagna elettorale vedremo quante posizioni emergeranno». Proprio sull’orientamento di voto è stato oggi assai critico nei confronti del suo segretario di partito l’esponente del Pd Arturo Parisi: «Quale sia la posizione ufficiale del partito sul voto referendario e quale la nostra collocazione europea sono domande che non hanno avuto una risposta formale e impegnativa. Non credo che su due temi così cruciali e così nitidamente politici il partito possa andare avanti senza una chiara posizione ufficiale che impegni i suoi aderenti e le sue strutture e si accontenti invece di disporre solo di posizioni prevalenti, quasi fosse una questione di coscienza. Cosa direbbe Franceschini se la sua funzione di segretario fosse affidata ad un riconoscimento prevalente?». A tali sollecitazioni ha risposto oggi in conferenza stampa Franceschini, chiarendo che la linea del partito «non può che essere per il sì, perché l’attuale legge è sbagliata e inaccettabile, soprattutto perché sottrae agli elettori la possibilità di scegliere». Il segretario del Pd ha poi tenuto a precisare che «dire sì al referendum non significa che condividiamo la legge che ne esce fuori, anche perché il referendum non risolve il problema di riattribuire agli italiani il diritto di scegliere i loro rappresentanti». Per questo Franceschini assicura:
«Siamo pronti a lavorare in Parlamento su una nuova legge elettorale con trasparenza e tramite il confronto fra maggioranza e opposizione. Vedremo se la maggioranza è disponibile».
All’interno della stessa conferenza stampa il segretario del Pd ha anche ribadito il proprio giudizio negativo nei confronti di quei leader politici che si candideranno alle elezioni europee pur non potendo ricoprire attivamente il ruolo di parlamentare europeo, con chiaro riferimento sia a Berlusconi, sia al leader dell’Idv Di Pietro: «Chi sceglie di comportarsi così fa una cosa scorretta nei confronti degli italiani». Franceschini ha, poi, così spiegato la linea del Pd: «La nostra è una scelta di serietà, non una scelta originale, perché in tutti gli altri 26 paesi non verrebbe in mente a nessun capo di governo, sia di destra che di sinistra, di candidarsi. Bisogna smetterla di essere gli unici in Europa per furbizia e cose negative». Alle accuse del leader democratico ha duramente replicato in serata Di Pietro: «Ora anche Franceschini fa il furbo: dice che il Pd non candiderà alle prossime elezioni europee amministratori in corso di mandato e poi, invece, li candida, come dimostra la candidatura in Sicilia di Rosario Crocetta, sindaco in carica di Gela. Quindi è Franceschini scorretto, perché dice una cosa e ne fa un’altra». Il leader dell’Idv ha poi chiarito: «La verità è una sola: le elezioni europee hanno una valenza nazionale importantissima, ed è per questa ragione che i leader di partito hanno il dovere di metterci la faccia in prima persona. Il Pd invece non ha il coraggio di affrontare di petto e contrastare la candidatura di Berlusconi, con i suoi massimi dirigenti: è un dato di fatto di cui prendiamo atto. Ma è davvero inaccettabile che Franceschini critichi noi che la faccia ce la mettiamo, e lo facciamo perché sentiamo il dovere di assumerci la responsabilità di contrastare il governo delle destre e di rappresentare l’opposizione. Se Franceschini non ha il coraggio di farlo è un problema suo, ma non critichi me che il coraggio ce l’ho».
Dunque si incominciano a scaldare i motori in vista dell’imminente campagna elettorale, e di certo i colpi bassi e le reciproche accuse non mancheranno. Non solo fra gli opposti schieramenti, ma anche all’interno di ciascuno schieramento.

Gabriele Canarini

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