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Durban II, la conferenza sul razzismo e il delicato equilibrio Mediorientale

aprile 21, 2009 di Redazione 

Pochi minuti fa è stata approvata la risoluzione concordata venerdì 17 dai 189 Paesi coinvolti e dalla quale è stato cancellato ogni riferimento diretto ad Israele con la sola “deplorazione di ogni occupazione straniera”, come humus nel quale può crescere il razzismo. Ma la conferenza, nata sotto la cattiva luce della mancata partecipazione di alcuni Stati, tra cui il nostro, per evitare le “manifestazioni antisemite” che avevano caratterizzato il primo incontro del 2001, ha continuato a giocarsi tra accuse, attacchi, abbandoni, sull’asse dialettico tra l’occidente e l’Iran, tanto costringere il segretario generale dell’Onu a ricordare che l’obiettivo è l’oppo- sto delle divisioni. Luna De Bartolo ce la racconta.

Nella foto, l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Navanethem Pillay

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di Luna DE BARTOLO

La terza sessione della Conferenza mondiale contro il razzismo organizzata dall’Unesco e svoltasi dal 2 al 9 settembre 2001 a Durban, Sud Africa, fu oggetto di violentissimi dibattiti a seguito della proposta di alcuni paesi di ristabilire la risoluzione 3379 dell’Assemblea generale dell’ONU del 10 novembre 1975, revocata con la Conferenza di Madrid del 1991 – condicio sine qua non posta dallo Stato Israele per la sua partecipazione all’incontro – che, oltre all’appello circa l’autodeterminazione dei popoli contro l’apartheid in Sud Africa, condannava “l’equivalenza implicita tra il razzismo sudafricano e il sionismo”. La Conferenza si era aperta con la dichiarazione del Segretario Generale Onu Kofi Annan: “L’Olocausto è stato il massimo abominio, ma non può giustificare la persecuzione dei palestinesi”. Le delegazioni statunitensi ed israeliane abbandonarono l’incontro già il 3 settembre.
Il testo finale licenziato poi dalla Conferenza di Durban, ed approvato come forma di compromesso dai 161 paesi presenti, dichiarava al 58° punto: “Noi ricordiamo che l’Olocausto non debba mai essere dimenticato”; il 61° punto criticava “il montare dell’antisemitismo e dell’islamofobia in diverse regioni del mondo” e il 63° punto affermava infine: “Noi siamo preoccupati per le sorti del popolo palestinese che vive sotto l’occupazione straniera. Noi riconosciamo il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione ed alla creazione di uno Stato indipendente, così che il diritto alla sicurezza di tutti gli Stati della regione, compresa Israele, ed impegniamo tutti gli Stati a sostenere ed assicurare presto il processo di pace”.Oltre alle polemiche suscitate dal conflitto israelo-palestinese alcuni paesi africani, Nigeria e Zimbabwe in testa, avevano chiesto delle scuse individuali da parte di ogni Stato che si sia in passato macchiato di schiavismo oltre al riconoscimento di tale pratica come “crimine contro l’umanità”, il tutto accompagnato da una richiesta di “riparazione”. Come risposta, gli Stati europei si erano impegnati a sostenere la Nuova Iniziativa Africana, ridurre lo schiacciante debito pubblico, finanziare la lotta contro l’Aids, mettere fine al traffico di esseri umani ed acconsentirono al recupero dei fondi governativi trasferiti in Occidente da parte di ex dittatori africani. Nessuno spazio per scuse o “riparazioni”, parola che non appare nel documento finale stilato dalla Conferenza; l’Europa sostenne inoltre, con la Gran Bretagna in testa, che solo la moderna schiavitù può essere tacciata di “crimine contro l’umanità” poiché la tratta transatlantica era all’epoca legale.

A seguito della ratifica del documento del 2001 e per il timore che si replicassero le “manifestazione antisemite” che avevano contrassegnato il precedente incontro, alcuni paesi – Canada, Israele, Usa, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Nuova Zelanda ed Australia – hanno quindi deciso di boicottare la Conferenza 2009 che si sta tenendo a Ginevra in questi giorni (chiamata anche Durban II, quale “conferenza di revisione”), nonostante i cambiamenti accordati alla bozza del documento finale, concordata il 17 aprile e da sottoporre al vaglio della Conferenza. Nella nuova dichiarazione è infatti scomparso ogni riferimento diretto ad Israele evocando solamente, al plurale, la deplorazione circa “le occupazioni straniere”, considerate come un contesto entro il quale il razzismo può svilupparsi. È stato inoltre rigettato un altro punto, oggetto di grande dibattito, proposto dai paesi dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI). La delegazione chiedeva infatti di introdurre nel documento il concetto di “diffamazione delle religioni” come forma di razzismo; sulla scia dell’approccio alla questione da parte dei paesi occidentali, il punto non è stato accolto poiché compito degli organismi internazionali è difendere gli individui seguaci delle religioni, non le religioni stesse.

Ieri, l’apertura della Conferenza 2009. L’evento che ha catalizzato l’attenzione è stato certamente il discorso pronunciato dal leader iraniano Ahmadinejad, nel corso del quale ha dichiarato: “Dopo la fine della Seconda guerra mondiale gli Alleati sono ricorsi all’aggressione militare per privare delle loro terre una nazione intera sotto il pretesto delle sofferenze degli ebrei. Hanno inviato migranti dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal mondo per istituire un governo razzista nella Palestina occupata”. A seguito di queste dichiarazioni l’intera delegazione europea si è alzata in segno di protesta ed ha abbandonato la sala. Il presidente iraniano - che, ricordiamo, rappresenta un paese che applica politiche discriminatorie estremamente gravi nei confronti delle donne, in primis, e nei riguardi di minoranze etniche, come gli azeri ed i curdi, e religiose, come nel caso dei ba’hai – questa volta, a differenza di precedenti dichiarazioni, ha detto di non auspicare “la cancellazione dalle carte geografiche” di Israele ma ha quindi continuato: “Gli Stati occidentali sono rimasti in silenzio di fronte ai crimini commessi a Gaza”. A seguito di questa requisitoria anche la Repubblica Ceca, storica alleata di Israele, si è ritirata dalla Conferenza, mentre gli altri Stati hanno deciso di continuare a parteciparvi. La portavoce delle Nazioni Unite ha poi rivelato come il presidente iraniano avrebbe volutamente saltato un passaggio negazionista contenuto invece nel testo redatto in inglese e francese che sosteneva come l’Occidente avrebbe utilizzato “l’ambigua e dubbia questione dell’Olocausto” per dare vita allo Stato di Israele. In ragione di questa omissione, alcuni delegati hanno deciso di non abbandonare l’aula.
Celere il comunicato del Segretario generale ONU Ban Ki-moon: “Deploriamo l’uso di questa piattaforma per accusare, dividere ed incitare. Questo è l’opposto degli obiettivi che si pone questa conferenza”. Sullo stesso tono la Alto Commissario per i diritti dell’Uomo, Navathem Pillay: “Deploriamo fortemente il linguaggio di Ahmadinejad, fuori luogo in una Conferenza che ha l’obiettivo di difendere la diversità e la tolleranza [...] Il discorso del presidente iraniano non aveva nulla a che vedere con lo scopo della conferenza e non dovrebbe quindi, allo stesso modo, compromettere il suo risultato” sottolineando come siano 189 gli Stati che “si sono messi d’accordo venerdì scorso per un progetto di dichiarazione finale”. Secondo Pierre Hazan, portavoce dell’Alto commissario, “è responsabilità degli Stati decidere se applicarsi o meno affinché questa conferenza tratti dei veri problemi legati al razzismo e marginalizzi il discorso del presidente iraniano”.

Già, i veri problemi legati al razzismo. “Questa conferenza – ha osservato sarcasticamente Ali Sherif, delegato tunisino presso l’ONU – è visceralmente africana ed il razzismo suscita una sensazione d’ingiustizia molto forte tra i popoli africani. I paesi arabi e musulmani si sono prestati ad accordare delle concessioni che venissero in aiuto dei paesi africani. Grazie a loro è stato cancellato dal testo ogni riferimento alla Palestina, alla diffamazione delle religioni ed alle altre questioni che irritavano i paesi occidentali. In particolare le disquisizioni sulle riparazioni economiche per la colonizzazione e la schiavitù”.
Anche il ministro della Giustizia del Lesotho, Mpea Mahase-Moiloa, è intervenuto. Dapprima ha deprecato il boicottaggio ad opera di alcuni paesi. E poi: “Questo episodio – ha sostenuto davanti all’assemblea Onu – è una chiara testimonianza del lungo cammino che ci attende”; non chiarendo però se si riferisse al discorso di Ahmadinejad o all’uscita dalla sala da parte dei delegati europei.

Intanto stamane sono ripresi a i lavori e, finalmente, è notizia dell’ultimo minuto, hanno avuto luogo la votazione e l’adozione per acclamazione del testo licenziato il 17 aprile. “Signore e signori – ha detto il presidente della conferenza Amos Wako – avete preso la fondamentale decisione di adottare il testo”. La votazione, inizialmente prevista per venerdì, a conclusione della conferenza mondiale, è stata anticipata proprio a causa delle polemiche alzatesi ieri in occasione del discorso di Ahmadinejad. Per spegnere le polemiche che continuano ad infiammare i media internazionali distogliendo l’attenzione da una Conferenza alla quale partecipano ben 189 Stati nel tentativo di lottare alla discriminazione in tutte le sue forme.

Luna De Bartolo

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