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Diario politico. Maroni, scontro con Malta (e referendum). Crisi, ripresa possibile?

aprile 20, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. Racconto della giornata nei dettagli con il duello diplomatico tra il ministro dell’Interno e il governo maltese sul caso della Pinar, l’abboccamento con il Pd sulla data in cui tenere la consultazione (l’opposizione, però, frena: “Sì al rinvio che non ci è stato proposto e solo con l’ok del comitato”) e il confronto tra le voci congiunte di Governo e Confindustria, e l’Ocse sull’eventuale fuoriuscita rapida dalla crisi economica: le valutazioni sono differenti. Sentiamo.

Nella foto, il ministro dell’Interno Roberto Maroni

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di Gabriele CANARINI

Anche quest’oggi rimane “calda” l’atmosfera sul fronte dei rapporti diplomatici fra Italia e Malta, a seguito della contesa sui 140 immigrati a bordo della nave turca Pinar, sbarcati quest’oggi a Porto Empedocle. Non si placa, infatti, l’irritazione del ministro dell’Interno Maroni verso l’atteggiamento assunto dal governo di Malta nei confronti dell’imbarcazione che navigava nelle acque di loro competenza: «Abbiamo accolto queste persone esclusivamente per motivi umanitari, perché la situazione sulla nave si stava facendo complicata. Contestiamo a Malta il mancato intervento». Dunque Maroni non ha certo intenzione di lasciar cadere la questione, in nome dei buoni rapporti diplomatici finora intercorsi fra Roma e La Valletta. Rapporti che, peraltro, in passato avevano visto i governi di entrambi i paesi schierati l’uno a fianco dell’altro, nel chiedere alla Commissione Europea un’attenzione e una tutela maggiore, proprio in virtù del grande afflusso di immigrati che essi si trovano a dover sostenere pressoché quotidianamente, a causa della loro posizione geografica.
Ed è proprio in sede di Commissione Europea che Maroni intende ora agire, segnando inevitabilmente il passo per ciò che riguarda il fronte comune con Malta, al fine di mettere in luce le manchevolezze del governo maltese: «Sto preparando un dossier che manderò domani alla Commissione. Il ministro Frattini la prossima settimana porrà la questione sul tavolo del consiglio dei ministri degli Esteri». Ma giungono sollecitazioni al ministro da parte dell’opposizione, affinché il suo intervento a livello diplomatico non sia frutto di un’azione unilaterale, bensì contempli, preliminarmente, una completa relazione sui fatti in sede parlamentare. In questo senso si è espresso il capogruppo del Partito democratico alla commissione Politiche della Ue, Sandro Gozi: «La gravità della vicenda richiede un’informativa del ministro. E’ necessario che le Camere siano messe nelle condizioni di conoscere come sono andati i fatti, anche in relazione alle forti polemiche che il nostro Paese ha avuto con Malta».

Referendum. I rapporti fra il ministro Maroni e le opposizioni di governo hanno, però, vissuto oggi una giornata importante soprattutto sul fronte del referendum. Proprio al ministro dell’Interno, infatti, era stato dato l’incarico di riferire ai membri dell’opposizione le decisioni prese dal governo in merito alla data in cui inserire le votazioni per il referendum. A riferire l’esito dell’incontro è stata la stessa direzione del Pd, in un comunicato in cui, dopo aver ribadito che il partito continua a reputare «gravissima» la scelta di non svolgere «l’election day», riferisce di aver offerto a Maroni la propria disponibilità a far votare il 21 giugno, «data nella quale si può ottenere un risparmio minore ma significativo». In merito all’ulteriore ipotesi, trapelata in questi giorni, di un eventuale rinvio del referendum al 2010, il Pd non è stato interpellato, ma ha comunque tenuto a precisare preventivamente che offrirà la propria disponibilità a tale soluzione «con la condizione, giuridicamente e politicamente irrinunciabile, che vi sia il necessario e preventivo assenso da parte dei promotori del referendum».
Vi è dunque sostanzialmente un’apertura, da parte del Pd, verso la possibilità di uno slittamento al 2010, che si sta profilando in queste ore come l’ipotesi più concreta. Di fronte a quest’eventualità non mancano le voci di protesta, come quella dell’esponente dei Radicali Emma Bonino che domanda polemicamente: «E’ eccessivo chiamare il rinvio un golpe?». Non mancano, però, anche all’interno del centrosinistra voci in controtendenza con la linea pro-referendaria fin qui mantenuta da Franceschini; Rutelli si è infatti apertamente schierato per il no ai quesiti: «Io credo che il bipartitismo consegnerebbe l’Italia al populismo della destra e quello che uscirebbe dal referendum sarebbe peggio di quello che abbiamo oggi». Proprio su queste contraddizioni ha puntato oggi l’indice il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto: «E’ evidente che emergono serie contraddizioni nel centrosinistra sul merito del sistema elettorale proposto dal referendum, dopo alcuni giorni di demagogia pura fondata per di più su una cifra totalmente sballata, come quella dei 400 milioni di euro, che la “Stampa” di oggi dimostra essere gonfiata artificiosamente e destituita di ogni fondamento». Cicchitto ha poi chiarito che «sulla base della relazione di Maroni il governo prenderà le sue decisioni e a quel punto la maggioranza nel suo complesso sarà tenuta a sostenere la linea scelta dall’esecutivo».
Queste decisioni del governo, però, dovranno essere vagliate anche dal presidente della Repubblica Napolitano. E, a quanto si apprende da alcune indiscrezioni, Napolitano considererebbe la sistemazione del referendum in una data compresa fra il 15 aprile e il 15 giugno, così come è previsto dalla norma attualmente in vigore, un atto dovuto. Se così fosse, non sarebbe possibile per il governo predisporre un mini-accorpamento fra l’interrogazione referendaria e i ballottaggi del 21 giugno, ma si dovrebbe preliminarmente fissare la data del referendum al 14 giugno. Solo, poi, in un secondo momento, si potrebbe intervenire con una legge ad hoc per spostare la data al 21. In questo caso, però, trattandosi di materia elettorale, considerata delicata, l’intervento legislativo non potrà essere un decreto legge, ma dovrà realizzarsi tramite un disegno di legge.

Crisi economica. Sul referendum si era espressa nei giorni scorsi anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dichiarandosi favorevole all’election day in virtù di un possibile risparmio di 400 milioni di euro, più che mai utili a fronte della ricostruzione da fare in Abruzzo e della concomitante crisi finanziaria mondiale. E proprio sulla situazione attuale della crisi ha tirato le somme quest’oggi in un’assemblea degli industriali di Cremona la Marcegaglia: «L’impressione è che sia a livello mondiale, sia italiano ci siano alcuni segnali che il peggio l’abbiamo visto: non c’è più la caduta continua degli ordini e del fatturato». Detto questo, il numero uno di Confindustria getta uno sguardo sull’immediato futuro: «Il problema adesso è capire in quanto tempo torneremo alla crescita, e probabilmente avremo ancora qualche mese difficile. Il nostro Centro studi ritiene che nella seconda parte dell’anno, da luglio, ci possa essere qualche inversione di tendenza». A conclusione della sua analisi la Marcegaglia ha sottolineato che «la crisi è stata gestita complessivamente bene, con tempestività, dando l’impressione alla gente che c’era la volontà di governarla».
E chi questa crisi ha dovuto effettivamente governarla, seduto sulla poltrona più “calda”, è il ministro dell’Economia Tremonti, che in un’intervista televisiva rilasciata ieri al programma di Lucia Annunziata “In 1/2 ora”, aveva mostrato il medesimo cauto ottimismo della Marcegaglia: «L’apocalisse non c’è stata e ora la gente può tirare un sospiro di sollievo, l’incubo degli incubi è finito. Restiamo in una situazione di incognita, ma la mia impressione è che la prima causa della crisi, cioè la caduta della Borsa e della finanza, si sta riducendo». Per questo motivo, Tremonti si è detto fiducioso per i prossimi mesi: «Possiamo guardare al futuro con qualche prospettiva che sostituisce, come dice Obama, la speranza alla paura».
Meno ottimistiche, però, sono le stime dell’Ocse, il cui presidente, Angel Gurria, non ritiene che si sia ancora toccato il fondo della crisi, ma che anzi bisogna aspettarsi un 2009 ancora duro, poiché la ripresa non avverrà prima della fine del 2010. Ciò nonostante, Gurria ha sottolineato, a margine di un forum tenuto a Pechino, che gli aiuti congiunti dell’economia e della finanza stanno producendo i primi effetti positivi, anche se quest’anno l’economia mondiale subirà una contrazione del 4,3%: «Grazie a i pacchetti di stimolo varati in vari paesi, e con l’augurabile ripresa del credito, forse il 2010 potrebbe essere l’anno in cui l’economia smetterà di contrarsi». Ugualmente scettico su una possibile fuoriuscita dalla crisi in tempi brevi è Paolo Galassi, presidente della Confapi, la Confederazione della piccola e media industria privata che associa 60 mila imprese: «Purtroppo le piccole e medie imprese italiane non sono così convinte che la ripresa sia dietro l’angolo. Più che di previsioni hanno bisogno di misure immediate, come il posticipo dell’acconto delle tasse di giugno, altrimenti a luglio più che di ripresa si dovrà parlare di declino, perché se crollano le piccole e medie imprese, crolla l’intero sistema economico nazionale». Delineando il quadro della situazione attuale, Galassi così chiarisce: «In tre mesi, da gennaio a marzo del 2009, abbiamo superato il monte ore di cassa integrazione di tutto il 2008 e il trend sulla cassa integrazione non accenna a diminuire, anzi. Sul fronte delle procedure di licenziamento, invece, nella sola provincia di Milano ad aprile le imprese che ricorreranno ai licenziamenti collettivi saranno 5, contro le 2 del mese scorso». E’ chiaro, insomma, che, al di là dei primi accenni di miglioramento, la strada da percorrere per lasciarsi alle spalle la crisi sarà ancora lunga e irta di ostacoli e difficoltà.

Gabriele Canarini

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