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Cultura politica italiana. Visioni di destra e sinistra: il neocentrismo

aprile 20, 2009 di Redazione 

Accanto all’informazione e all’approfondimento informativo, il nostro giornale ha abituato i suoi lettori – sin dai primi mesi di “vita” - a periodiche riflessioni sull’identità e sul senso della nostra politica. Al nostro vicedirettore abbiamo questa volta affidato il compito di tracciare un “profilo” dell’attuale cultura politica degli schieramenti, cioè su quale sia il fondamento culturale, ideale e quale il senso delle attuali proposte. Ne esce un ritratto piuttosto impietoso. Sentiamo.

Nella foto, Berlusconi e Veltroni: dialogo al centro dalla (e per la) caduta del Governo Prodi

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di Luca LENA

Si dice che gli estremismi siano finiti da tempo. Dalla disfatta fascista, a quella comunista, fino agli ultimi roghi “sinistroidi” accorpatisi attorno al totem prodiano, e adesso alla fusione fredda tra An e Forza Italia. Si cercano varchi al centro, battendo la strada tra le marginali e drastiche flore politiche ormai relegate in nicchie di consensi. Ma il grosso della politica, quella che continuamente apre le finestre sul paese, quella che cerca una corrispondenza equilibrata tra istituzioni e masse, ha ormai imboccato un sentiero nuovo, sempre più inclinato verso il centro, sino a prodursi in un’inerzia talmente grave da assumere quasi i connotati di un nuovo estremismo. Questa sorta di centrismo politico, però, non radica le proprie teorie su ideali o bisogni particolari, né sul determinismo storico del paese o su processi culturali specifici, bensì assume le direttive di un logico dietrofront in seno alle sconfitte politiche del passato ed alla sempre più surreale comunicazione tra Stato e cittadini. “Moderazione”, sembra essere la parola d’ordine. La stessa che Berlusconi ha pronunciato durante il congresso fondativo del Pdl: “Il termine “moderato”, nel centrodestra, è una parola che è destinata a valere sempre di più nel tempo. Mentre la sinistra si è logorata, ha cacciato via uno dopo l’altro i suoi leader, finendo per uscire di scena senza avere un volto.

Identità politica. Ed è su quel volto che si cerca di fondare la cultura politica moderna. Mentre gli ideali annaspano sotto il crollo degli estremismi di un tempo, tra i calcinacci del disastro escono figure posticce che dovrebbero generare nuovi approcci e alimentare il fervore delle masse verso la cosa pubblica. Quello che ne esce, invece, è la stucchevole smorfia tipica del turista di fronte alla facciata di una chiesa in restauro, alla quale è applicato un artefatto che ne simuli le forme. Senza poter riconoscere, dunque, non si può giudicare, e la stessa distinzione tra destra e sinistra finisce per perdere consistenza. Se, come ricorda Ezio Mauro, “Berlusconi adotta un ideologismo coatto, che tiene l’Italia dentro uno schema vecchio e impaurito, mentre rinuncia a parlare all’intero Paese”, la sinistra, d’altro canto, è ancora in balia di questa morsa, combattuta tra la ricerca di un’identità definitiva e quella di un portavoce che ne rafforzi la definizione. Ma è in generale questa identità politica che oggi sembra essersi perduta in astrattismi o, al massimo, in proclami demagogici senza validi significati. Si è smarrito il tradizionale rapporto con il paese che adesso diventa popolo: una massa amorfa da modellare attraverso un potere di tipo nuovo, come se possedere il controllo non significasse ricevere consenso giustificato dalla sovranità civile, ma garantirsi una parvenza di superiorità attraverso un’egemonia formale interna al partito, al di là da ogni spessore politico e istituzionale.
Quello che viene percepito in maniera più forte negli strati del paese è la compattezza di un gruppo, per quanto possa essere frutto di una mistificante operazione propagandistica. Alla cultura politica della sinistra è forse questo ciò che manca.

Destra e sinistra. La Democratica Debora Serracchiani – candidata alle Europee – ha recentemente ribadito la necessità di definire un leader unico e indiscusso all’interno del partito, e di evitare di darsi la zappa sui piedi in ogni occasione. Serracchiani ha criticato l’egolatria deleteria di alcuni esponenti (Rutelli e D’Alema in primis), pur rischiando d’infilarsi in un ginepraio di accuse che la releghino alla stregua degli stessi accusati. E’ l’idea di una sinistra simile ad un terreno devastato, dove per salvare il salvabile si finisce per calpestare anche il poco di buono rimasto. E nelle profondità di questa indeterminatezza troviamo la sinistra che, paradossalmente, in virtù delle sconfitte elettorali, avrebbe tempo e modo per ricostruirsi in una nuova funzione civile e politica, oltre che umana e sociale.
Eppure, quello che ne viene fuori è il disperato tentativo di imitazione dei consensi berlusconiani con la contemporanea e spesso spocchiosa critica al leader del Pdl. Spocchiosa e snob si dice in giro, certamente non attraverso valori che lascino emergere particolari consensi di pubblico. “Oggi essere borghese è quasi più di sinistra che di destra” afferma l’editorialista di “Repubblica” Filippo Ceccarelli. Ed è, infatti, la stessa sinistra che indirettamente finisce per fare il gioco del nemico e dimenticare di seguire il proprio. Quello che a destra somiglia a piramidi dalla base solida e dal vertice irraggiungibile, a sinistra è rappresentato da un deserto di dune, in cui saliscendi sommino asperità modeste, dove si sprecano centimetri nella ricerca di un problematico consenso “orizzontale”, a scapito di una costruzione verticale di partito a cui ancora ambisce il Pd.

Orecchie del popolo. In ogni caso, l’incapacità di attecchire tra la massa riguarda entrambi i poli. Tra la spesso definita “anti-politica” di Berlusconi e la “non politica” della sinistra, l’elettorato si trova immerso in un organismo malato, dal quale ha finito per essere infettato. Distrutte molte delle possibilità di confronto, i cittadini non sono più il cuore della politica e il riflesso eloquente di un agire attivo, ma divengono mero strumento attraverso il quale assurgere ad una posizione elitaria. Di fronte ad una situazione apatica, d’impossibilità espressiva, il paese tende a seguire i roboanti quanto insipidi sconvolgimenti politici. Dunque il popolo segue con andamento ondivago il ravvivarsi dinamico dell’evoluzione partitica, che in realtà è solo il cambiarsi di posto nello stesso giro di giostra. Anche le percentuali di consensi che subito dopo il congresso Pdl vedevano quest’ultimo al 39% ed il Pd al 26% (Demos) non dicono poi molto. La situazione non varia, l’impercettibile aria che si respira non permette valutazioni obiettive, e non lascia spazio ad esigenze di miglioramento poiché, qualsiasi sia la direzione da abbandonare, la strada maestra del vacuo centrismo sembra aver inglobato ogni variante.
Cosa rimane infatti delle guerriglie intestine del mondo politico tra le sempre più scoraggiate orecchie del popolo? Se prima era la gente a sentirsi orgogliosamente attratta da un partito sulla base di sentimenti politici intimi che rappresentavano convinzioni, sogni e ideali, oggi è la stessa politica che scandisce i ritmi della cultura. Sono i politicanti a mettere in campo ideali allusivi al post-moderno, collage di necessità esistenziali sotto ali “icariche”, urgenze sociali trasformate in progetti a fiducia, ed è questo che capita tra le mani dell’elettorato, spesso costretto a scegliere sulla speranza piuttosto che su prospetti teorici o idealistici maturati nel corso della propria esperienza e dei propri convincimenti. Se mai la politica attuale potesse sconvolgere la cultura del popolo, lo farebbe unicamente a livello superficiale, ovvero all’unico livello permesso nel rapporto sempre più labile tra territorio e istituzioni. Non possiamo dunque meravigliarci se la lotta di classe oggi parli con i numeri, con i documenti, i salari esangui di fine mese, ed abbia invece messo da parte le grida all’unisono che in passato rivendicavano strali teorici, principi, diritti e filosofie politiche. Di fronte ad un inaridimento della cultura politica ciò che conta è la pratica nella sua concretezza. E le promesse, le propagande, gli annunci dei partiti dovranno, prima o poi, fare i conti con il castello di sabbia eretto vicino alla risacca. L’annientamento della cultura politica può ritorcersi contro lo stesso meccanismo che l’ha innescata; l’impoverimento intellettuale – politico e non – avvicina i campi della ragione ad aspetti che nella loro consistenza non possono essere confutati. Quasi come in un duplice riflesso, una società senza valori appare meno mobile, eppure più vicina a scorgere la verità.

Luca Lena

Commenti

One Response to “Cultura politica italiana. Visioni di destra e sinistra: il neocentrismo”

  1. Gianni on aprile 20th, 2009 18.14

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    Saluti
    Gianni

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