Top

Europee ’09, il racconto del 2004. Come andarono le ultime elezioni continentali

aprile 20, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana si nutre della profonda passione politica dei suoi lettori e di coloro che vi scrivono. Una passione per la quale anche la storia della nostra politica - e in particolare dei suoi momenti legati ai grandi passaggi di oggi - suscita interesse. E’ in questa chiave che scegliamo di raccontarvi, stamani, l’ultima tornata per l’elezione del Parlamento europeo, quella del 2004. Europee che nascevano in un contesto completamente differente da quello di oggi: alla guida della Commissione c’era ancora Romano Prodi, pronto a tornare sulla scena politica nazionale e che promosse – sul fronte del centrosinistra - la formazione della lista Uniti nell’Ulivo, uno dei prodromi ulivisti del Partito Democratico. In Italia, al Governo c’era, allora come oggi, il centrodestra che veniva però da una serie di sconfitte alle amministrative. L’attuale Pdl era ancora diviso tra Forza Italia e An, alleati nella Cdl con l’Udc di Follini. Tutto lasciava prevedere una svolta per la politica italiana che di lì a due anni sarebbe tornata al voto per il Governo del Paese. Ecco come andò…

Nella foto, la “convention” di Uniti nell’Ulivo nel febbraio del 2004

-

di Diego RUGGIANO

Se si dovesse cercare il “giro di boa” ideale per testare il gradimento ed il consenso che riscuotono i partiti politici italiani, con molta probabilità, saremmo tutti d’accordo a trovarlo nelle elezioni europee. Ed è interessante analizzare come si sono preparate, svolte e concluse 5 anni fa. Lo scenario politico europeo e mondiale si presentava in maniera assai diversa dall’attuale, che vede in primo piano la crisi economica. Se oggi, poi, sembra ormai istituzionalizzata la presenza nell’Unione dei paesi dell’est, un lustro fa il voto per il parlamento di Strasburgo, nei paesi dell’ex blocco sovietico, era solo all’esordio. Stesso discorso per lo scenario mondiale: la guerra in Iraq all’epoca viveva una delle sue fasi più tragiche, il periodo dei sequestri, degli omicidi in diretta e delle macabre decapitazioni che viaggiavano in rete e sui telefonini. Si andava quindi a quest’incontro politico con l’augurio di trovare un’Europa mediatrice, eterogenea ed antagonista alle guerrafondaie intenzioni statunitensi. In Italia, il governo di centrodestra, dopo i primi tonfi elettorali alle amministrative del 2002 e del 2003, dove le formazioni alleate di Forza Italia guadagnavano sempre più terreno sul partito del presidente, si apprestava alle Europee nella speranza di ottenere quanti più punti percentuali contro un opposizione che continuava a crescere insieme al simbolo dell’Ulivo.

La campagna elettorale
Come in ogni periodo elettorale che si rispetti, anche per le Europee 2004 le città furono ricoperte da mega cartelloni che pubblicizzavano gli enormi e persuasivi volti dei vari “big”. Proprio la partecipazione dei leaders a questa tornata quinquennale è oggetto di critiche e dissensi. I dirigenti di partito, occupati nella copertura di cariche provinciali, regionali o nazionali offrono la propria candidatura pur sapendo che nemmeno 24 ore dopo la loro elezione saranno costretti a dimettersi per incompatibilità delle cariche. Nel 2004 di certo i volti celebri non mancarono: i vari Bersani, Fini, Berlusconi, D’Alema, Bossi, Mussolini, Di Pietro e Bertinotti donarono la loro immagine all’unico scopo di dare quanto più carburante possibile alla macchina elettorale.

Non solo le figure storiche
Accanto alle loro, tennero banco anche le candidature di volti nuovi provenienti in particolare dalla televisione: Michele Santoro e Lilli Gruber ad esempio, ma anche Alessandro Cecchi Paone e Gianni Rivera. Santoro, in particolare, con il suo status di giornalista “esiliato”, volle con la propria candidatura proseguire la sua battaglia per la libertà di informazione, aderendo al programma di Romano Prodi per la lista Uniti nell’Ulivo. Differenti le intenzioni della Gruber, che comunque come il collega riuscì, grazie anche alla sua posizione di capolista, ad ottenere più di un milione di preferenze. Meno fortunate invece le sorti degli altri due “volti noti”: Cecchi Paone dopo la candidatura nelle liste di Forza Italia fu subito oggetto del fuoco di fila polemico di Arcigay, che riteneva non coerente la presenza di un omosessuale dichiarato in una forza di centrodestra. Rivera invece, pur essendo stato sconfitto alle urne, otterrà poi, nel 2005, il passaporto per il Parlamento Europeo grazie alla rinuncia di Mercedes Bresso.

Liste minori
Il gioco dei “volti noti” che condizionano inevitabilmente il voto fu accompagnato da un altro fenomeno che caratterizza i periodi elettorali, la nascita di liste ad hoc destinate a sciogliersi nei partiti maggiori subito dopo il voto. É il caso di Alleanza popolare Udeur, nata con la benedizione di Martinazzoli, ma anche del Partito della bellezza, la lista legata ai Liberal Sgarbi. Il Nuovo Psi ed il Movimento di Unità Socialista si unirono nei Socialisti Uniti per l’Europa allo scopo di raggiungere Strasburgo. Tra questi, solo la lista di Sgarbi non riuscì ad ottenere nemmeno un seggio, riscuotendo appena lo 0,7% delle preferenze.

La campagna antimafia di Libera
Trasparenza e chiarezza furono le parole chiave dell’incontro voluto da Rita Borsellino in Sicilia, meno di dieci giorni prima del voto, a nome dell’associazione Libera, di cui era vice presidente. Vennero presentate le dieci regole che l’elettore doveva seguire per votare con coscienza e consapevolezza, al fine di spronare i partiti a non candidare (e a non votare) persone con pendenze giudiziarie. Era questo il caso del presidente della Regione Sicilia di allora Totò Cuffaro, indagato dalla procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Casi simili furono l’esclusione, dalle liste di Forza Italia, di Marcello Dell’Utri, indagato anch’esso per lo stesso reato. Ufficialmente Dell’Utri non fu candidato per incompatibilità con la sua carica di senatore, ed insieme a lui fu escluso anche Gianfranco Miccichè, indagato per traffico di droga.

Fine dei preparativi
E venne il giorno del voto. L’Italia scelse di svoltare a sinistra. La lista Uniti nell’Ulivo ottenne il 31,1% delle preferenze, dieci punti percentuali in più del maggiore partito di centrodestra, Forza Italia. Ma non era ancora il tempo dell’unità dei riformisti, tanto che subito nacquero discussioni sulla leadership di Romano Prodi, mentre la Margherita lamentò la disparità di esito elettorale tra i suoi candidati e quelli dei Democratici di sinistra. Ma restava il fatto che il centrosinistra italiano aveva migliorato la propria posizione in maniera davvero notevole, proseguendo il cammino avviato alle amministrative E vi fu chi, come Piero Fassino, allora segretario dei Ds, pensò che per il “berlusconismo” fosse giunta l’ora del tramonto, mentre, come sappiamo, dopo neanche quattro anni sarebbe tornato alla ribalta più forte che mai.

Scontri tra i vinti
Sul fronte del centrodestra, invece, Udc e An erano riusciti ad ottenere più del 16% insieme, e questo non poteva che intaccare la leadership del partito del premier. Già prima della tornata elettorale i partiti di Fini e Casini chiedevano un rimpasto del governo dopo le Europee, a prescindere dai risultati, e la richiesta fu ovviamente confermata dopo la debacle. Berlusconi, dal canto suo, continuava ad attribuire le responsabilità della sconfitta agli alleati, che non gli avevano permesso di modificare la legge sulla par condicio. Follini, allora segretario dei centristi, invitava il governo a fare un esame di coscienza, evitando di giocare al ribasso “riverniciando la facciata della maggioranza” bensì cambiando il passo e rivisitando l’assetto. Alcuni mesi dopo sarebbe stato varato il Berlusconi bis.

Diego Ruggiano

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom