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Greenpeace: “Negli Usa un ‘green deal’ In Italia torniamo a carbone e nucleare”

aprile 19, 2009 di Redazione 

il Politico.it è stato al 50 di piazza dell’Enciclopedia italiana a Roma, storica sede di Greenpeace Italia. Ci siamo fatti raccontare dai direttori delle campagne qual è la situazione nel nostro Paese e non solo. Usciamo dunque la domenica – il giorno tradizionalmente dedicato all’ambiente da noi - con questo “racconto” dall’Italia ecologica. Sentiamo.

Nella foto, una nave di Greenpeace Italia

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di Ginevra BAFFIGO

«Ci sarà un giorno in cui gli uccelli cadranno dal cielo, gli animali che popolano i boschi moriranno, il mare diventerà nero e i fiumi scorreranno avvelenati. Quel giorno uomini di ogni razza si uniranno come guerrieri dell’arcobaleno per lottare contro la distruzione della Terra».
Sebbene questa leggenda degli indiani nordamericani “Kwatkiutl” non si sia realizzata in questi termini, sembra che l’umanità stia piegando pericolosamente in quella direzione. L’allarme globale è più grave di quanto non si pensi: i ghiacci perenni si scioglieranno più velocemente del previsto, tanto da deviare la corrente del golfo stravolgendo la stabilità climatica, come ha dichiarato Vincenzo Artale del IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Ogni specie vivente sulla terra è oggi in declino e l’umanità, convinta di volare agile tra le vette della supremazia darwiniana, sta piuttosto precipitando in un abisso dal quale sarà difficile risalire.
Sembra allora interessante guardare alla nostra “divisione” di guerrieri dell’arcobaleno, Greenpeace Italia, e raccontare le battaglie e le politiche ambientali che, nonostante la crisi economica, restano di prioritaria importanza.

Lentamente si sciolgono…
Nei primi giorni di aprile si è verificato il distaccamento del Wilkins Ice-sheet dall’Antartide, cui era collegato da un corridoio che da tempo minacciava di sciogliersi. La comunità scientifica non pensava che il distaccamento potesse verificarsi così rapidamente ed ora una piattaforma delle dimensioni della Giamaica, fluttua non così solitaria in un oceano sempre più caldo. Ne abbiamo parlato con Francesco Tedesco, responsabile della campagna Energia e Clima per Greenpeace Italia. Tedesco ritiene che delle politiche ambientali più stringenti vadano adottate rapidamente; “Oggi le stime su quello che succederà sono veramente pessimistiche. Rispetto ai vari scenari tracciati dal IPCC, su come potrebbe evolversi il fenomeno dei cambiamenti climatici, i dati registrati mostrano che si sta verificando il peggiore: quello che ci porterà a circa 5-6 gradi al 2100. Noi non vogliamo essere catastrofisti ma è giunto il momento di parlare di catastrofe; a un 30% di specie viventi portate all’estinzione non si può attribuire altra definizione”.
Inoltre all’altro polo una “bomba ad orologeria” potrebbe accelerare il peggioramento climatico. Il permafrost artico, infatti, ha denunciato Greenpeace, con il suo progressivo disciogliersi dovuto al rapido aumento delle temperature porta all’emissione di “bolle” di metano, gas serra venti volte più potente della CO2. Il fenomeno è preoccupante: secondo gli scienziati il metano intrappolato sotto il terreno ghiacciato, circa 50 miliardi di tonnellate, è stimato 10 volte superiore a quello presente in atmosfera.

Il Mediterraneo a rischio
In Italia “vi è difficoltà a parlare degli enormi problemi ambientali che si stanno verificando” sottolinea Francesco Tedesco. Eppure questo stravolgimento climatico, ormai imminente, colpirà per primi proprio i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. “Spagna Italia e Grecia – continua – saranno soggette a forti fenomeni di siccità, ondate di calore e desertificazione. Già oggi il 30% del territorio italiano, secondo studi dell’ENEA, è a rischio di desertificazione, in particolare la Sardegna, la Sicilia e parte della Puglia. Ma l’Italia è più colpita dai cambiamenti climatici, non soltanto perché si affaccia sul mare, ma perché nel nostro territorio esiste un ecosistema unico e molto importante: le Alpi. L’Agenzia Europea per l’Ambiente già da tempo ci mette in guardia su quello che sta succedendo, e fino ad oggi abbiamo già perduto il 50% della superficie di ghiacci sull’arco alpino. Questo comporterà delle conseguenze, tra cui la riduzione di risorse idriche con impatti sia per l’agricoltura, sia per la produzione di energia idroelettrica. Oggi l’idroelettrico è circa il 14% dell’energia prodotta, ma già verifichiamo cali nella produzione, attualmente compensati dall’eolico, delle biomasse e delle altre rinnovabili”.

Italia in controtendenza
Nonostante la mobilitazione internazionale c’è chi in Italia fatica a considerare seriamente il problema clima. Mentre a Washington si prepara per il 27 e 28 aprile il vertice delle 17 potenze dell’economia, proprio per discutere le misure tese a tagliare le emissioni di CO2, in Italia si continuano a sollevare obiezioni rispetto al perseguimento degli scopi del “pacchetto clima-energia 20-20-20″. Il 30 marzo una mozione sottoscritta dall’on. Dell’Utri e da altre personalità della maggioranza recitava critica: “La Commissione europea dà per scontata l’attribuzione di responsabilità del riscaldamento, in atto da circa un secolo nell’atmosfera terrestre, all’emissione di gas serra antropogenici”. In un contesto che sembra via via complicarsi il responsabile delle campagne, Alessandro Gianni, ci rassicura: “La matrice di queste affermazioni è il famoso Cato Institut, nato proprio per contestare le tesi di chi per troppo tempo denunciava il problema del cambiamento climatico. Siccome a noi risulta che l’istituto sia sostanzialmente in via di dissoluzione, ci sembra piuttosto un colpo di coda, troppo poco meditato forse, di chi non vuol cambiare quel modello di economia. Perché ovviamente è di questo che si tratta. Un cambiamento che comporta chiaramente la perdita di posizioni da parte di qualcuno. Molte industrie che commerciano combustibili fossili hanno investito anche in energie alternative, ma ho l’impressione che dalle nostre parti ci siano stati minori investimenti in questa direzione”.

Ultimi fra i primi
La mancanza di una politica di diversificazione energetica, che il ministero dell’Ambiente non ha sufficientemente incentivato, e le emissioni di CO2, che invece aumenteranno a seguito di alcuni provvedimenti ministeriali, hanno fatto precipitare l’Italia al 44°posto nella classifica Climate Change Performance Index 2009 del German Watch. La mancanza di fondi, che la Finanziaria 2009 ha tagliato del 52%, non ha di certo garantito all’on. Prestigiacomo una grande libertà d’azione, ma ciò non spiega la netta controtendenza rispetto ai suoi colleghi europei. Che il nostro ministro dell’Ambiente soffra di forte conflitto d’interessi è risaputo, ma Alessandro Giannì ci ricorda che questa non è assolutamente una prerogativa italiana: “Le persone andrebbero valutate dai fatti”. Ed in effetti ben altre sono le critiche mosse da Greenpeace; come ad esempio il blocco italiano al protocollo di Kyoto. “L’Italia millantava dei presunti danni, che poi di fatto erano grossolani errori” ha detto il Responsabile delle campagne. “Cose che lasciano interdetti; parlando con persone del ministero percepiamo un senso di sfiducia. E ciò non dipende dal fatto che i governi siano di destra o sinistra, perché purtroppo abbiamo avuto delle esperienze non brillanti anche con l’attuale opposizione. Ma in questo momento c’è davvero aria di smobilitazione. Noi abbiamo un’ottima legislazione ambientale; nonostante ciò anche l’ufficio infrazioni della Commissione europea, benché abbia confermato che sulla questione del Mose l’Italia ha effettuato delle gravi violazioni, soprassederà. Non si capisce allora a cosa serva una normativa; questo Governo intendeva chiudere il ministero dell’Ambiente, di fatto mi sembra che il rischio sia di non esserci andati tanto lontano”.

Come cenere al vento…
Le immagini di Napoli letteralmente sepolta dai rifiuti hanno fatto il giro del mondo, così come le parole di Saviano che attribuivano, ben prima dello scandalo internazionale, la responsabilità del mancato smaltimento al Sistema. Che però un problema di questa portata fosse risolvibile in un così breve tempo e per mezzo di un solo inceneritore è un’idea italiana, che al momento non trova riscontro nei paesi d’oltralpe. Si è provveduto all’apertura del termo-valorizzatore di Acerra, nonostante l’avviso degli esperti muovesse in tutt’altra direzione. Per quel che riguarda Greenpeace, Francesco Tedesco conferma: “L’inceneritore dovrebbe considerarsi l’estrema e ultima soluzione a disposizione, dopo esser intervenuti a monte con ben altri provvedimenti. Greenpeace non è ideologicamente contro l’inceneritore, ma questo ovviamente emette diossina. Ci sono stati molti miglioramenti nella tecnologia che hanno ridotto le emissioni, ma non sono state eliminate. Riteniamo perciò che l’impatto sul territorio andrebbe limitato, ricorrendo piuttosto ad una riduzione dei rifiuti e, dove possibile, al recupero e riciclaggio del materiale”.

Porto Tolle, un fragile ecosistema sul delta del Po
Come ci spiega Francesco Tedesco, si guarda con preoccupazione alle scelte energetiche dell’Italia: “Stiamo ritornando al carbone ed al nucleare, due scelte sporche, pericolose e obsolete. Il futuro sono le fonti rinnovabili, ma sul piano del carbone le cose si stanno muovendo molto velocemente. Di vecchi impianti ad olio combustibile riconvertiti a carbone ce ne sono già e ci sono centrali, già autorizzate dal ministero dell’Ambiente, per un’espansione del settore; come quella di Fiumesanto in Sardegna proprietà di E.ON, e quella di Vado Ligure, proprietà di Sorgenia. Il principale player che in Italia vuole puntare sul carbone è però Enel, che nel giro di pochi anni vorrebbe addirittura raddoppiare la propria quota di energia prodotta a carbone”. Ed è proprio Enel che ha fatto riaprire la centrale di Civitavecchia ed ora punta su quella di Porto Tolle, situata sul delta del Po, “patrimonio dell’Unesco – sottolinea Tedesco – nel quale già c’è un impianto ad olio, di per sé aggressivo nei confronti di un’ambiente naturale così fragile”. Ma il carbone rischia di peggiorare la situazione, infatti per portare il combustibile sin dentro al delta, si utilizzeranno delle carboniere ed i passaggi previsti saranno circa 3000 all’anno. “All’impatto locale si sommerà quello climatico – continua il Responsabile della campagna Clima e Energia – “Aggiungerà 10 milioni di emissioni di CO2 al debito dell’Italia. Noi siamo in ritardo e dovremmo tagliare le emissioni di circa 100 milioni di tonnellate, con la nuova centrale ne avremo il 10% in più”. Questa deroga provocherà delle ripercussioni a livello nazionale: l’Italia dovrà pagare sanzioni per la violazione al protocollo di Kyoto e per il mancato sviluppo delle rinnovabili richiesto dall’UE. “Quindi – conclude Tedesco – il Paese per questa sbagliata politica energetica del Governo, tesa a favorire degli interessi economici molto privati, ossia quelli di Enel, rischia di avere ripercussioni economiche su tutto il paese. Un beneficio per i privati, un costo per la collettività”.

Il fantomatico carbone pulito
Al di là delle sanzioni che comporterà questo ritorno al carbone, ciò che stupisce è che in tempo di crisi si propongano delle politiche energetiche i cui costi sono a dir poco esosi. Greenpeace International l’anno scorso denunciava il costo sopportato dall’umanità per l’utilizzo del carbone: 360 miliardi di euro. Questo risultato, spiega Francesco Tedesco, è dato “da una parte dalle emissioni di CO2, perché il carbone è il combustibile con le più alte emissioni di gas serra, rispetto agli altri combustibili fossili. Dall’altra è dovuto a tutti gli altri impatti in termini di salute dei lavoratori, ma anche per le altre inquinanti che non sono gas serra; l’ossido di zolfo e di azoto ad esempio. Perciò il carbone a livello mondiale ha dei costi e quello principale è proprio per il clima”.

Tornando al nucleare
Nel rapporto del 2008 di Greenpeace International, Energy [R]evolution, si denunciavano invece i costi del nucleare, così come The Independent, citando dati della stessa Edf, sottolineava che sebbene il rischio di incidenti nelle centrali di terza generazione sia effettivamente minore, se questo dovesse verificarsi, i danni sarebbero ancora più devastanti di quelli prodotti da una centrale di seconda. I nuovi reattori sono progettati per bruciare il combustibile nucleare al doppio della velocità rispetto a quelli attuali. Inoltre nell’anno della crisi economica sembra assurdo ripensare al nucleare visto che il prezzo dell’uranio è in aumento, in quanto le riserve si stanno esaurendo. “E’ una fonte costosa, rischiosa e basata su una risorsa molto limitata. Una scelta scellerata che serve solo a pochi interessi di un settore, che il mercato ha già bocciato” commenta il direttore di Greenpeace Italia. La tragedia abruzzese ci ha inoltre da poco ricordato che la nostra penisola è zona sismica e perciò “aggiunge pericolosità ad avere impianti così sensibili. Non abbiamo neppure un’agenzia per la sicurezza nucleare, andrebbe costituita da zero” sottolinea Tedesco, per poi accennare alla Finlandia, dove il serio controllo del reattore nucleare che si sta costruendo ha già portato all’individuazione e denuncia di oltre 200 falle. Il dubbio che lo stesso possa verificarsi in Italia è piuttosto diffuso.

La speranza del green-deal di Obama
“Gli Stati Uniti con l’arrivo di Obama si sono resi conto dell’importanza dei problemi ambientali – sostiene Francesco Tedesco – Il neopresidente ha una squadra di collaboratori molto well oriented verso l’ambiente e il clima. Perciò noi di Greenpeace riponiamo grande fiducia e seguiamo con attenzione quello che avviene in America. Purtroppo lo stesso non si è verificato nel governo italiano, le cui scelte sembrano andare in direzione opposta”. Mentre in Italia si ritorna al carbone e si ipotizzano quattro nuove centrali nucleari, al di là dell’oceano Obama sembra rispondere con il vertice di Washington al messaggio che dal ponte della baia di Guanabara Greenpeace International ha rivolto ai leader del G20: “Leader del mondo: Prima il clima e le persone!”. Sorprendentemente dalla White House le azioni sembrano mosse in direzione delle energie pulite e dell’eco-sostenibilità. Un green deal che fa sembrare lontano Bush e “lo stile di vita degli americani non negoziabile”. La speranza degli ambientalisti è che si possa realizzare un’economia finalmente più verde nell’America di Obama, e soprattutto che qualcuno voglia seguirne l’esempio.

Una democrazia ecologica
Di fronte a ripetuti incidenti, fra gli ultimi quello di Kingston, perseverare con certe politiche dal disastroso impatto ambientale fa sorgere spontaneo un dubbio: depredare le risorse, non curanti delle conseguenze che ne deriveranno, non è una sorta di tirannia intergenerazionale? Una tassazione senza rappresentanti, che imponiamo alle generazioni che dovranno venire? Rapidamente ci avviciniamo a quella che Edward Wilson avrebbe definito “la morte della nascita”. E neanche di fronte al surreale spettacolo di economisti e ambientalisti, che per ironia del caso o eterogenesi dei fini, si trovano sempre più spesso d’accordo, valutiamo pragmaticamente il “guadagno” intrinseco ad una economia più verde. Alessandro Giannì, che ha lavorato a lungo per la campagna pesca: “Ai pescatori non parlo di ecologia, parlo di economia della loro vita. La questione non è essere eco-compatibile, ma è essere sostenibile comunque. Un’economia reale si basa su delle risorse che sono reali e concrete. Queste, che siano rinnovabili o meno, hanno dei cicli di sfruttamento che sono dettati da forze al di sopra della nostra capacità tecnologica. Per cui la sostenibilità ecologica di fatto diventa un sottoprodotto della sostenibilità economica”. “Il concetto di sostenibilità – prosegue Giannì – include ovviamente la giustizia sociale. Se sono pochi a sfruttare le risorse reali è chiaro che di sostenibile non c’è niente”.
Di fronte alle numerose possibilità che apre questo momento di crisi, la speranza che sia possibile un domani democratico ed ecologico, come suggerisce Vandana Shiva, dà nuova forza al monito di Gandhi “la terra ha abbastanza per le necessità di tutti ma non per l’avidità di pochi”.

Ginevra Baffigo

Commenti

One Response to “Greenpeace: “Negli Usa un ‘green deal’ In Italia torniamo a carbone e nucleare””

  1. oddu on aprile 21st, 2009 20.40

    Non è esatto dire che stiamo tornando al carbone, visto che il carbone c’è sempre stato. Anzi, proprio nella tanto decantata America il carbone genera approssimativamente la metà dell’elettricità, mentre in paesi come la Cina, dove la percentuale si tiene sotto l’80%, sono previsti ulteriori aumenti…Per non parlare poi dell’immaginario catastrofico con cui si apre questo post… uccelli che cadono dal cielo e l’umanità destinata a morire presto. E allora che vogliamo fare? Possiamo adottare il nucleare per salvare il cambiamento climatico? NOOO per carità anche quello inquina… parola di Greenpeace. Ma perché non tornano a vivere a lume di candela questi estremisti verdi?

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