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Vignali (Pdl): “Rimettere al centro dell’economia l’uomo e il lavoro”

aprile 17, 2009 di Redazione 

Già presidente della Compagnia delle Opere nonchè attuale vicepre- sidente della Commissione atti- vità produttive della Camera, Raffaello Vignali è una delle persone giuste con le quali parlare di crisi economica soprattutto. E’ parte di quell’area culturale del partito di Berlusconi che fa riferimento a Maurizio Lupi e si riconosce, per definirne i caratteri, in una visione umana e cristiana della società e nel principio della sussidiarietà. Marco Fattorini lo ha sentito per noi.

Nella foto, Raffaello Vignali deputato del Popolo della Libertà

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di Marco FATTORINI

Onorevole Vignali, lei è stato presidente della Compagnia delle Opere (associazione che riunisce oltre 35mila imprese ed enti no profit). Nel contesto dell’odierna crisi economica, quali sono i rischi che corrono le piccole e medie imprese? Quali invece le ricette, nell’immediato, per aiutare le PMI?
“Questa crisi, nata dalla finanza, si è spostata sull’economia. A livello globale, come da noi, si sono fermati i consumi sui beni durevoli, come la casa e l’automobile; ora, dal momento che noi siamo un Paese che produce tutto, è inevitabile che tutte le filiere produttive di questi due importanti settori siano in sofferenza. In particolare, stanno soffrendo le imprese migliori, quelle che in questi anni hanno fatto lo sforzo di aprire nuovi mercati all’estero e hanno fatto importanti investimenti in innovazione. Inoltre, questo calo di fatturato si abbina ad una mancanza di liquidità del sistema del credito, per cui le banche fanno più fatica a sostenere finanziariamente le imprese. Tutto ciò crea un circolo vizioso, che porta a calo dell’occupazione e questo ad un ulteriore calo dei consumi, che a sua volta si ripercuote sul fatturato delle imprese. Detto questo, anche in questa crisi viene fuori la positività del modello imprenditoriale italiano: le piccole imprese, le imprese familiari sono più reattive delle grandi, sono più agili e formano una “rete elastica” che nei momenti di difficoltà tiene meglio di altri sistemi fondati sulle grandi imprese finanziarizzate. Per quanto riguarda le ricette per le PMI, la priorità assoluta è quella di garantire loro la liquidità, perché una difficoltà temporanea di fatturato non diventi una malattia mortale”.

Quali, secondo lei, potrebbero essere utili incentivi da elargire in un momento del genere a famiglie ed imprese?
“Bisogna fare una premessa. Siamo il Paese con il terzo debito pubblico del mondo, pari al 104% del Pil che si produce in un anno, e solo di interessi paghiamo oltre 45 miliardi di euro all’anno; questo significa che non possiamo permetterci interventi troppo costosi come chiede la sinistra, per non caricare ulteriormente di debito le giovani generazioni. Detto questo, il Governo sta facendo tutto il possibile e lo sta facendo con intelligenza. Oltre a garantire il credito alle imprese, il Governo ha incentivato i consumi per auto, moto e arredo, per rimettere in moto le filiere; ha esteso la cassa integrazione alle piccole imprese, per evitare che si perdano posti di lavoro; sta preparando il Piano Casa, che permette di rilanciare senza costi per lo stato la filiera dell’edilizia (non solo le imprese costruttrici, ma le industrie di base, di trasformazione, di trasporto, ecc.). Questi sono gli interventi principali, oltre anche al bonus famiglia e la social card. Si stanno vedendo anche interventi specifici per settori in crisi come il tessile, che soffre di una crisi che viene da più lontano. Infine, quello che si può fare senza costo è di ridurre la burocrazia che è un costo enorme per le imprese, circa un punto percentuale di Pil”.

Da questa crisi economica, c’è qualcosa di cui si può far tesoro? Cosa c’è da cambiare nella mentalità e nella formazione di chi agisce nel sistema economico?
“C’è più di qualcosa… mi verrebbe da dire che c’è tutto, non a caso il Papa il 1 gennaio ha invitato tutti a ragionare sulle radici profonde di questa crisi e a non illudersi di poter mettere una toppa nuova sul vestito vecchio. L’errore da cui nasce questa crisi è la riduzione dell’economia ad un universo matematico-meccanico in cui l’attività economica diventa la somma di aggregati quantificabili (Pil, consumi, investimenti, ecc.) e la persona diventa una mera unità sociale – ridotta alla sola dimensione del consumo: i subprime e i derivati nascono in questa concezione. Allora c’è da tornare ad una concezione autentica dell’economia, che è il prodotto dell’azione (lavoro, intrapresa e solidarietà) delle persone e delle comunità, di un’azione dell’uomo in cui esprime la domanda ultima dell’uomo che nel lavoro cerca il significato del vivere. L’errore è stato sostituire l’”homo oeconomicus” all’”homo religiosus”, cioè all’uomo in quanto tale col suo desiderio costitutivo di felicità, di pienezza. Quello che c’è da cambiare è questo: bisogna rimettere al centro dell’economia l’uomo con la sua tensione ideale che lo spinge al rapporto con la realtà (cioè al lavoro!). Nel concreto, non a parole, ad esempio sostituendo la valutazione delle imprese oggi fatta solo sui bilanci come prevede Basilea2, con una valutazione che tenga conto della persona dell’imprenditore, della sua famiglia, del capitale umano dell’impresa”.

Il principio della sussidiarietà ha evidenziato l’importanza strategica dei cosiddetti “corpi intermedi” e dell’iniziativa dei singoli cittadini. Anche considerando momenti drammatici come il terremoto in Abruzzo si è potuto costatare quanto sia vitale per il paese questa spinta dal basso. Quale allora il ruolo della sussidiarietà oggi? Cosa può offrire di nuovo alla società?
“E’ la stessa questione dell’uscita dalla crisi. Qual è la risorsa di un popolo, della sua economia: le poste del bilancio dello Stato o le persone con la loro tensione ideale, con la loro libertà, la loro capacità di responsabilità, di sacrificio e di gratuità? La sussidiarietà è quanto mai essenziale oggi. Lo abbiamo visto in Abruzzo in questi giorni: i volontari, la protezione civile, gli stessi abruzzesi. Se anche lo Stato destinasse miliardi di euro ma non ci fosse tutto questo, cosa accadrebbe? Una cosa è sostituirsi alle persone, assisterle, altra cosa è renderle protagoniste, fare con loro, non al loro posto. La sussidiarietà non sopporta l’assistenzialismo, ma significa dare un’altra opportunità. Non per ideologia, ma per l’interesse della singola persona”.

Lei è promotore dell’associazione “Liberi di educare, liberi di costruire”. Esiste una vera emergenza educativa nel nostro paese? Come risponderle?
“Esiste eccome. Il futuro di un Paese dipende dal fatto di avere persone capaci di sviluppo e, insieme, di carità. Di avere persone capaci di impegnare la propria libertà, capaci di gratuità, che è la vera molla non solo della carità, ma anche dell’economia. E una persona così è il frutto dell’educazione. E’ l’educazione a una fede o a un ideale più grande del proprio interesse che rende capaci di costruire. Per questo l’educazione è la prima emergenza. Per questo, nel mio primo intervento in Parlamento, ho detto che la priorità per la politica è sostenere chi educa, sostenere i luoghi dell’educazione. Tutto il resto è una conseguenza”.

Argomento Pdl. Sarà, quella del nuovo partito unico, una concreta ed effettiva condivisione di idee ed istanze di tutto il centro-destra?
“Dalla discussione prima del Congresso è emerso un aspetto decisivo. La cultura del PDL è quella del Partito Popolare Europeo: centralità della Persona nella sua integralità, solidarietà, sussidiarietà, politica al servizio della persona, della sua libertà e della sua iniziativa. E’ la nostra concezione antropologica. In questa si riconoscono persone provenienti dalle culture più diverse, i cattolici, i laici, i socialisti riformisti. Ed è indicativo che in una intervista al Corriere su questo tema, Fabrizio Cicchitto abbia citato tra i riferimenti culturali del Pdl don Giussani e Del Noce. Quello che unisce sono le radici profonde del nostro popolo. Inoltre, da questo punto di vista, credo che la vicenda di Eluana ed il comportamento di Berlusconi e di Sacconi abbia contribuito a chiarire questa concezione antropologica che è il fondamento di ogni costruzione politica che abbia la pretesa di incidere e durare”.

Come vi state preparando a queste elezioni europee? Alla luce di questa crisi, quanto è importante riflettere e rivalutare il ruolo e l’azione dell’Unione Europea?
“Partiamo dai fatti. Oltre la metà dei provvedimenti che approva il Parlamento italiano dipendono o sono condizionati dall’Europa. Anche solo per questo disinteressarsi di quello che succede a Bruxelles sarebbe poco intelligente… ma c’è un motivo ancora più profondo. La difesa dei cristiani, la “realtà etnica sui generis” più discriminata e perseguitata nel mondo, a cui si è dedicato l’on. Mario Mauro, sarebbe stata possibile se non fosse stato il Vicepresidente del Parlamento europeo? La crisi, poi, ha fatto maturare all’Europa la consapevolezza dell’importanza dell’economia reale e delle piccole imprese, che costituiscono oltre il 50% del suo Pil e della sua occupazione; su questo fronte, l’Europa, a partire dallo “Small Business Act” può dare una mano importante alle riforme da fare in Italia a favore delle micro, delle piccole e delle medie imprese. L’Europa è importante, è decisiva, come è decisivo che in Europa vadano persone che abbiano a cuore sussidiarietà e bene comune, perché l’Europa non prenda una strada sbagliata”.

Marco Fattorini

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