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Diario politico. Referendum il 14 o 21, sì di Berlusconi alla Lega. Fini: ‘Un peccato’

aprile 15, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Carmine Finelli. La giornata si è conclusa con l’accordo nella maggioranza per far slittare la consultazione referendaria al 14 o al 21 giugno (in coincidenza con il secondo turno delle amministrative): “Sentiremo anche l’opposizione”. Niente election day, quindi, ed esplode la polemica, con il presidente della Camera che critica la scelta di Pdl e Lega. Non è ancora del tutto accantonata, invece, la proposta del Ministro Tremonti di devolvere un’integrazione del 5 per mille all’Abruzzo; ma mentre sono allo studio alternative, un gruppo di parlamentari di entrambi gli schieramenti guidato da Maurizio Lupi e dall’ex tesoriere Ds Sposetti chiede di abbandonare la pista del contributo per il volontariato. Il racconto della giornata, nel pezzo.

Nella foto, il presidente del Consiglio e il leader della Lega Umberto Bossi

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di Carmine FINELLI

La giornata politica è segnata dall’accordo raggiunto in serata nella maggioranza sul referendum elettorale. A palazzo Grazioli si è tenuto il vertice Pdl-Lega con al centro al proposta di accorpare la consultazione alle elezioni europee ed amministrative del 6 e 7 giugno. All’incontro della maggioranza parlamentare hanno partecipato Silvio Berlusocni, i ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli e i capigruppo di Camera e Senato Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto.
Il vertice ha respinto la proposta, andando incontro alle richieste della Lega. Sulle date della consultazione popolare ci sono ora due possibilità. Si potrebbe votare il 14 fiugno oppure il 21. Spiega Fabrizio Cicchitto a margine della riunione durata oltre due ore: “La maggioranza chiederà una consultazione alle opposizioni per verificare se l’ipotesi migliore per svolgere il referendum sia il 14 o il 21 di giugno. Se si vuole risparmiare, il 21 (quando si terranno i ballottaggi delle amministrative, ndr) è l’ipotesi più percorribile”. Il capogruppo PdL alla Camera ha poi sottolineato come “l’incontro ha confermato la solidità della maggioranza”. Secondo Gasparri, invece, l’ipotesi di votare il 21 giugno “è un’ipotesi percorribile, ma se si supera il 15 occorre un provvedimento legislativo. Bisogna valutare gli sprechi perché si rischia di votare tre domeniche di fila. Se si dice che si vuole risparmiare, si può fare il 21″.
Il presidente della Camera non è d’accordo: “Sarebbe un peccato – sostiene Fini – se per la paura di pochi il Governo rinunciasse a tenere il referendum il 7 giugno spendendo centinaia di milioni che potrebbero essere risparmiati”.
Molto duro il segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini che così apostrofa il presidente del Consiglio: “Berlusconi ci tiene tanto a far sapere che lui comanda ma poi ogni volta si piega ai ricatti di Bossi. Gli italiani – prosegue Franceschini – devono sapere che pagheranno inutilmente centinaia di milioni di euro in un momento in cui tutte le risorse del Paese servirebbero all’emergenza in Abruzzo e a fronteggiare la crisi economica. Questo è il costo della scelta di non fare l’election day, accorpando elezioni europee, amministrative e referendum”.
Critico anche il presidente del comitato promotore dei quesiti referendari Giovanni Guzzetta, che chiede un incontro a Berlusconi: “Si rischia di compiere una scelta che gli italiani non capirebbero, soltanto per assecondare l’esigenza di un partito che vuole affossare il referendum; una scelta che, comunque la si pensi, comporterà uno spreco che va dai 300 ai 400 milioni di euro”. Sull’argomento interviene anche Antonio Di Pietro. Secondo l’ex magistrato “fissare il referendum in qualsiasi data diversa da quella del 6-7 giugno è una presa in giro, una truffa, oltre che un’azione di peculato politico”.

5 per mille. In seguito a questa decisione, montano le polemiche sulla ricerca di fondi da destinare alla ricostruzione delle popolazioni colpite dal sisma. Dopo l’ipotesi del ministro dell’Economia Giulio Tremonti di devolvere il 5 per mille alle popolazioni colpite dal sisma, prende quota una vecchia idea dell’opposizione: tassare i redditi più alti per far fronte ai costi dell’emergenza post-terremoto. La misura dovrebbe prevedere un “contributo obbligatorio” per i redditi compresi tra 130.000 e 140.000 e dovrebbe essere messa a punto con un decreto legge. I tecnici stanno studiando le possibili misure applicative. Potrebbe trattarsi di un’addizionale Irpef, oppure dell’aggiunta di un’aliquota compresa tra il 2% ed il 4% che si applicherebbe solo ai redditi eccedenti la soglia di 120.000 euro annui.
Tuttavia, questa sarebbe solo una delle misure allo studio del dicastero dell’Economia. Nonostante le polemiche, infatti, la proposta di un 5 per mille destinato alle popolazioni vittime del sisma non è ancora stata archiviata. L’idea originaria, come ha spiegato il ministro in un’intervista al Tg5, era nata “per destinare un pezzo della propria imposta ad una causa che sembra buona”. Ricorda ancora Tremonti: “Non c’e’ nessuna ragione per lamentarsi e preoccuparsi per la possibilità di destinare il 5 per mille. Sarà una causale in più e ci saranno soldi in più con la possibilità di fare una scelta di libertà ulteriore senza togliere niente al volontariato”. Anche il ministro del lavoro Sacconi interviene sulla possibilità di un nuovo 5 per mille: “La maggioranza ragionerà”. Il ministro aggiunge poi che “il fondatore del 5 per mille e anche dell’8 per mille e’ proprio il ministro Tremonti. E’ stato proprio lui che ha voluto una fiscalità che in parte fosse messa proprio in mano ai cittadini”.
All’interno della maggioranza si levano anche voci contrarie al provvedimento che fanno il paio con quelle sollevate dall’opposizione. In una lettera bipartisan i parlamentari Maurizio Gasparri, Vannino Chiti, Ugo Sposetti e Maurizio Lupi sostengono la necessità di “individuare strumenti che favoriscano il sostegno alle popolazioni colpite dal terremoto in Abruzzo. Tuttavia, la proposta del ministro Tremonti di integrare il 5 per mille con una specifica destinazione all’Abruzzo e’ particolarmente insidiosa”. Secondo i promotori dell’iniziativa “inserire in questo 5×1000 l’opzione per l’Abruzzo mette inevitabilmente in alternativa il sostegno alle realtà non profit e risulta quindi più dannoso che utile, anche in considerazione del tetto massimo di spesa che lo Stato ha preventivato (400 milioni in tutto). Salvaguardando invece ciò che il 5×1000 rappresenta – concludono i firmatari della missiva – ovvero la libertà di scelta da parte del cittadino, il ministro Tremonti ha di fronte a sè almeno due possibili alternative: l’istituzione di un nuovo 5×1000 (che per esigenze di bilancio puo’ essere anche un 3 o
un 2 per 1000) o meglio la più accentuata deducibilità fiscale per coloro che vorranno sostenere direttamente le popolazioni dell’Abruzzo. Sarebbe un errore quindi costringere all’alternativa tra il sostegno al non profit e volontariato da una parte e aiuto alle popolazioni terremotate dall’altro”.
Ad ammonire, poi, la macchina pubblica sull’eventualità che nella ricostruzione possano entrare cosche mafiose è ancora il presidente della Camera Gianfranco Fini: “E’ doveroso vigilare”. E intervenendo sulla proposta del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, di creare una “white list” di imprese edili che si oppongono ad infiltrazioni mafiosi, Fini aggiunge che “tutte le proposte meritano attenzione”. La terza carica dello stato plaude all’iniziativa dell’esecutivo di tenere il prossimo consiglio dei ministri a L’Aquila: “Si tratta di un’iniziativa di significato simbolico per dimostrare alle popolazioni che nonostante sia finita l’emergenza non cessa l’attenzione”. In netta opposizione a quanto dichiarato da Fini è il Pd. “Un’idea che sa molto di passerella. Ritengo più utile un ripensamento, un atteggiamento più sobrio”, ha detto Franceschini.

Immigrazione. Il presidente della Camera dice la sua anche sull’immigrazione. Da Mazzara del Vallo Fini riconosce l’opportunità di alcuni correttivi alla legge che porta il suo nome, oltre a quello di Bossi. Anche se la legge “continua a essere valida nell’impianto generale”, sostiene Fini, “andrebbe modificato l’aspetto che chiede all’immigrato che per rinnovare il contratto di lavoro deve prima tornare nel paese di origine e poi rientrare in Italia”. Non si fanno attendere le repliche dell’opposizione. Il capogruppo del Partito Democratico in commissione Affari Sociali, Livia Turco: “Ben vengano le richieste di modifica della legge sull’immigrazione proposte dal presidente Fini. Troppo e’ stato il tempo che la destra ha perso nel fare demagogia su un tema così delicato invece di governarlo con serietà”.

Carmine Finelli

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