Top

Diario politico. No a Tremonti: “5 per mille va mantenuto”. Scontro sul referendum

aprile 14, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. Inevitabilmente è ancora l’Abruzzo a tenere banco nel dibattito politico. Il livello su cui si concentra il confronto di queste ore è la proposta del Ministro Tremonti di devolvere il 5 per mille della dichiarazione dei redditi a favore dei terremotati. Reazioni negative sia dall’associazionismo, che fa notare come le esigenze del contributo – sostegno ai disabili, agli anziani, tossicodipendenza, ecc. – non vengano meno neppure in questo momento; sia dall’opposizione, che, compatta, boccia la proposta di Tremonti. Poi lo scontro si sposta sul referendum: in un’intervista Calderoli spiega le ragioni della Lega, subito rintuzzato dal referendario Guzzetta. Il racconto della giornata, nel pezzo.

Nella foto, Roberto Calderoli

-

di Gabriele CANARINI

L’apertura della nota politica di oggi è ancora una volta dedicata al terremoto d’Abruzzo. Anche se la cronaca non cessa d’incombere (la terra purtroppo continua a tremare) sono le reazioni politiche, legate alle prime misure ipotizzate dal governo per far ripartire l’Abruzzo, a tenere banco. Ha fatto, infatti, molto discutere la proposta, avanzata nei giorni scorsi dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, di devolvere il 5 per mille della dichiarazione dei redditi a favore dei terremotati dell’Aquila. Sono state, in primis, le associazioni di volontariato a mostrare il proprio scontento, attraverso le parole di Marco Granelli, presidente del Csvnet (Coordinamento dei centri di servizio per il volontariato): «Lo Stato ha fissato un tetto al 5 per mille di 380 milioni di euro. Se questo tetto si conferma, vuol dire che Tremonti non allarga gli interventi ma toglie i soldi ad attività di assistenza svolte dal no profit. Si tratta di fabbisogni che comunque continuano ad essere presenti, mi riferisco ai disabili, ai tossicodipendenti, all’assistenza domiciliare per gli anziani, e così via». Dunque, secondo Granelli, la proposta di Tremonti sarebbe accettabile solo se subordinata ad un primario aumento del flusso destinato alle associazioni di volontariato: «Ci teniamo agli abruzzesi, ma se vogliamo fare di più per loro, vanno destinate risorse aggiuntive, non pescare nel fondo già destinato per altre emergenze sociali. Su questo, ossia sull’ampliamento degli interventi, c’è la nostra totale disponibilità a ragionare».
Ugualmente contrario alla misura interveniva formulata da Tremonti, si è dichiarato il Presidente nazionale dell’Arci Paolo Beni: «Per fare chiarezza sulla proposta, va innanzitutto detto che il 5 per mille non è una tassa aggiuntiva di scopo. Quei fondi sono già destinati al mondo dell’associazionismo, del volontariato e della ricerca scientifica. Quindi non si tratterebbe di risorse nuove, ma del semplice spostamento di soldi già previsti per iniziative sociali».Ma, al di fuori del mondo associazionistico, non mancano le reazioni contrarie del mondo politico, prima far tutte quella del capogruppo in Commissione Ambiente del Pd Roberto Della Seta: «E’ una proposta indecente e anche un po’ schizofrenica, speriamo che venga abbandonata come altre idee balzane proposta da questo governo». Della medesima opinione Lorenzo Cesa e Pierferdinando Casini dell’Udc, secondo i quali «destinare il 5 per mille o l’8 per mille alle popolazioni colpite dal terremoto è un errore: si finirebbe per penalizzare quel volontariato che si è immediatamente attivato per fronteggiare l’emergenza ed è stato fin dall’inizio presente sul territorio». Per quanto riguarda, però, l’eventualità di utilizzare i fondi destinati alla Chiesa cattolica, diversa è l’opinione del deputato Pdl Giancarlo Lehner, che in un’intervista rilasciata oggi al quotidiano Libero ha così espresso la sua contrarietà alla proposta di Tremonti: «Sarebbe più logico concentrarsi sul pozzo di San Patrizio dell’otto per mille». In linea con queste affermazioni, sebbene proveniente da ben diversa area politica, la senatrice del Partito Radicale Donatella Poretti, la quale, dopo aver evidenziato che i proventi dell’8 per mille ammontano «a un miliardo di euro circa», ha così spiegato i meccanismi che regolano la devoluzione di fondi a favore della Chiesa cattolica: «Il 60 % degli italiani non mette alcuna preferenza nella denuncia dei redditi, il 37% scrive Chiesa Cattolica, la quale finisce, così, col prendersi circa il 90% dell’ammontare complessivo». Per questo, secondo quanto argomenta la Poretti, tali fondi «potrebbero essere facilmente utilizzati per la ricostruzione in Abruzzo, basterebbe che il governo si prendesse tale impegno pubblicamente e chiedesse agli italiani di fargli fiducia nella denuncia dei redditi con una firma».
Su questo tema già stamattina era intervenuto il presidente della Cei Angelo Bagnasco, in visita nei territori colpiti dal sisma, ribadendo la priorità della Chiesa nella gestione dei propri fondi: «All’interno dell’8 per mille esiste già da tempo un capitolo specifico relativo alle calamità naturali in Italia, e dunque è evidente e prevedibile che ci saranno altri sostegni derivanti dall’8 per mille destinati all’Abruzzo».

“Annozero”. Dunque, come traspare da queste polemiche, il clima idilliaco instauratosi nei giorni scorsi riguardo all’emergenza Abruzzo, che qualcuno era arrivato a definire “pax Berlusconiana”, ora che pian piano la situazione inizia a tornare alla normalità, sembra già sciogliersi davanti all’ardente fuoco del dibattito politico. Infatti, la valvola di sfogo offerta dalla disputa sulla trasmissione “Annozero” di Santoro, è stata subito cavalcata dalle diverse parti politiche, che non hanno perso tempo per accapigliarsi su quale giudizio dare al programma trasmesso giovedì scorso da Raidue. Se per molti esponenti della maggioranza, nel programma si è messa in dubbio l’efficienza dei soccorsi, denunciando eventuali ritardi o mancanza di prevenzione, «strumentalizzando tutto in modo fazioso» per attaccare la Protezione Civile e il governo, secondo il leader dell’Italia dei Valori Di Pietro, invece, «l’unica indecenza è la pretesa di Berlusconi e Fini di pilotare l’informazione, al fine di descrivere una realtà che non esiste, facendo credere che quel che è accaduto è colpa del destino».
Di diverso tenore l’opinione di Casini che pur giudicando l’ultima puntata di “Annozero” «malriuscita», ammonisce che «non si deve usarla come alibi per un regolamento di conti. Il disarmo deve valere per tutti». Entrando, invece, nel merito di quanto affermato da Fini e Berlusconi, Lucia Annunziata, in un’intervista a “Presa diretta flash” su Red Tv, ha puntualizzato che «il governo ha legittimità a criticare, così come Santoro critica il governo, come io posso criticare Santoro, ma il diritto di criticare una trasmissione non significa passare editorialmente alla conclusione che la trasmissione si debba chiudere, questo sarebbe intollerabile».

Referendum. Ma il nodo cruciale attorno su cui, già dai giorni scorsi e sempre più nei giorni a venire, si fronteggiano opinioni politiche diametralmente opposte, è sicuramente quello del referendum. Oggi, in un’intervista rilasciata a “La Stampa”, è stato Roberto Calderoli (autore delle legge elettorale che il referendum abrogherebbe) a dare, perentoriamente, voce alle istanze anti-referendarie della Lega: «Dal referendum verrebbe fuori una legge elettorale mostruosa: non si può permettere a chi ha ottenuto il 25% dei voti di avere il 55% dei seggi in Parlamento. Neanche nel periodo fascista è stata fatta una cosa del genere. Si possono avere quattro, anche tre partiti, ma non un partito solo…». Calderoli ha poi spiegato per quale motivo è contrario all’accorpamento ventilato anche dallo stesso Berlusconi: «In 60 anni di storia repubblicana non si è mai accorpato un referendum abrogativo con elezioni a suffragio universale. Sono due istituti completamente diversi, regolamentati da articoli diversi della Costituzione. Nelle elezioni europee come quelle Politiche l’elettore ha il diritto e il dovere di votare. Per il referendum invece è prevista anche l’astensione». Un altro motivo, secondo il ragionamento di Calderoli, per cui non è percorribile l’ipotesi di un accorpamento sta nel fatto che, così facendo, «la segretezza del voto verrebbe meno». Infatti, come illustra il membro del Carroccio, «se tu non hai intenzione di partecipare al referendum, non ti presenti al seggio. Ma se facciamo l’accorpamento, deve ritirare la scheda per le Europee e le amministrative, e se non intendi votare lo devi dire. Nel momento in cui fai questa dichiarazione al seggio, viene meno il segreto del voto. Questo è un ulteriore motivo di incostituzionalità». Per tutti questi motivi, l’esponente della Lega si mostra fiducioso sulle intenzioni del Presidente del Consiglio: «Questi aspetti di incostituzionalità ancora non li conosce nessuno. Adesso ci andiamo a fondo. Berlusconi ha studiato diritto: non può essere insensibile alle motivazioni che ho spiegato in questa intervista».
Alle motivazioni tecnico-giuridiche sollevate da Calderoli ha replicato duramente uno dei promotori del referendum, Giovanni Guzzetta: «Le sciocchezze dette oggi da Calderoli gli garantirebbero una bocciatura certa all’esame di diritto pubblico del primo anno». Sulla data, poi, in cui attuare l’accorpamento, in controtendenza rispetto al collega Calderoli, il quale ha ribadito di non volerlo fare «nemmeno con il secondo turno», più prudente e possibilista si è mostrato il leghista Castelli: «Non dico niente, vedremo». La timida apertura ha trovato l’immediato appoggio degli esponenti Pdl Gasparri e Cicchitto, mentre invece ancora una volta Guzzetta si è dichiarato profondamente contrario: «Si sostituirebbe ad una porcata da 400 milioni, un porcheria da 300 milioni».
E proprio sul tema dell’investimento economico governativo che implicherebbe l’eventualità di tre domeniche di fila al voto per gli italiani, si è espresso oggi anche il segretario del Pd Franceschini: «Non ha proprio senso far pagare agli italiani una specie di Bossi-tax». Nelle stessa direzione anche il pensiero apparso oggi sulle colonne del settimanale cattolico Famiglia Cristiana: «La gente non capirebbe il ritorno al teatrino politico delle tensioni banali e inutili, che per “ragioni di bottega” sperpera 400 milioni di euro». Lo scontro è dunque sempre più acceso su questo tema, via via che ci si avvicina alla scadenza Parlamentare. Da domani, infatti, la legge consente di fissare la data del referendum, e per realizzare, eventualmente, l’election day il 7 giugno, il governo deve prendere una decisione a riguardo entro il 22 aprile. E sempre da domani, come già annunciato nei giorni scorsi, i due promotori del quesito referendario, Segni e Guzzetta, avvieranno un “presidio permanente” davanti a Palazzo Chigi.

Gabriele Canarini

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom