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La situazione della diplomazia mondiale dopo gli incontri europei. Ecco il quadro

aprile 11, 2009 di Redazione 

La vigilia dell’esplosione della tragedia del terremoto in Abruzzo era stata caratterizzata dalla serie di incontri ai vertici del pianeta (G20, Nato, Europa-Usa, Forum dell’Alleanza tra le Civiltà) per definire le risposte alla crisi economica e affrontare gli altri temi dell’agenda mondiale. Con Attilio Ievolella cerchiamo di capire quali novità ne sono derivate.

Nella foto, il presidente Usa Barack Obama e l’omologo francese Nicolas Sarkozy

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di Attilio IEVOLELLA

Summit (e confronti ad personam) a raffica. Sul tavolo, la strettissima attualità – leggi, implosione finanziaria e crisi economica – e il futuro dei rapporti politico-religiosi tra i Paesi. Così, le ultime settimane sono state considerate – a torto o a ragione, lo si capirà solo col tempo – una verifica sugli equilibri diplomatici mondiali.La novità, inutile girarci attorno, la novità più attesa (e più annunciata), era rappresentata dal leader degli Stati Uniti d’America. Messo da parte Bush junior, difatti, il primo presidente afroamericano nella storia ‘a stelle e strisce’, una volta vinte le elezioni, era destinato alla prova più importante: riaprire un dialogo a più voci, o almeno dare la sensazione di volerci provare…
Ebbene, almeno guardando le tappe del suo tour, chiamiamolo così, in Europa, ha invertito la rotta rispetto al suo predecessore: tanto Obama pare oggi poter dare il proprio contributo per favorire intese, smussare angoli e aprire dialoghi, quanto ieri Bush junior riusciva a dividere, spaccare e creare contrapposizioni nettissime.
E a colpire è anche il fatto che ciò avviene sia che si parli di economia sia che si parli di presenza militare in Afghanistan, sia che si discuta di nuove regole alla finanza mondiale sia che si tenti la strada del dialogo interreligioso.

In questa ottica, lo ribadiamo, il lungo viaggio di Obama in Europa – tappa a Londra per il ‘G20′ e a Strasburgo per il vertice della Nato, poi passaggio a Praga per il summit Unione Europea-Stati Uniti d’America, quindi sosta a Istanbul per la seconda edizione del Forum dell’alleanza per le civiltà. Con l’aggiunta, poi, come sorpresa dell’ultima ora, di un blitz a Baghdad, in Iraq -, questo lungo viaggio, dicevamo, è servito al leader americano per riaprire dialoghi che erano stati bruscamente interrotti sotto la presidenza Bush junior, e all’Europa e al mondo per conoscere da vicino quello che sino ad ora era sembrato un personaggio ancora ristretto nei confini dell’America, della campagna elettorale e dello slogan “Yes, we can”.

Ora Europa, America – una nuova America, raffrontata al passato recentissimo – e il mondo paiono conoscersi di più, o almeno diffidare meno l’uno dell’altra. Quanto durerà? Beh, già l’appuntamento italiano del ‘G8′ – a luglio, nella cornice dell’arcipelago de ‘La Maddalena’, in Sardegna – sarà l’occasione per una verifica e un approfondimento dei rapporti.

Di certo, però, c’è che già ora esistono argomenti su cui la posizione degli Stati Uniti viene presa con le pinze…
Sono di questi giorni, difatti, le difficoltà manifestate all’interno del Consiglio per la Giustizia e gli Affari interni dell’Unione Europea, che si è ritrovato a Lussemburgo: sul tavolo c’è la questione Guantanamo. Che il presidente Obama ha annunciato di voler chiudere in tempi rapidi, con l’aiuto, però, dell’Europa per accogliere una parte dei detenuti del contestato carcere di massima sicurezza.
L’entusiasmo iniziale dell’Europa si è pian piano affievolito, e si sono moltiplicate le diversità di opinioni: tra i Paesi pronti ad aderire alla proposta degli Stati Uniti pare esserci l’Italia, assieme a Francia, Inghilterra, Portogallo e Spagna; contrari, invece, tra gli altri, Austria, Olanda, Polonia, Svezia e Repubblica Ceca. Senza dimenticare i dubbiosi, come la Germania.
A questo può essere considerato un banco di prova, e, soprattutto, come la conferma che ogni rosa ha le proprie spine…

Da questo punto di vista, anche il summit londinese del ‘G20′ – conclusosi, alla fine, con proposte sostanzialmente condivise e una certa vicinanza di vedute – ha evidenziato, sin dalla vigilia, forti divergenze, soprattutto tra Gran Bretagna e Stati Uniti da un lato e Francia e Germania dall’altro, sugli strumenti da utilizzare per affrontare la crisi, meglio ancora sull’idea di ricorrere a nuovi ‘piani di stimolo’ – puntando sulla spesa pubblica – e sulla prospettiva di approntare una regolamentazione molto più serrata per il mondo finanziario.
Il punto d’incontro è stato trovato, ma dobbiamo ricordare, per onestà intellettuale, la dura presa di posizione del presidente francese, Nicola Sarkozy, pronto, aveva detto, ad andar via dal vertice senza un documento che proponesse soluzioni concrete, a partire, lo ricordiamo, dalla lotta alle ‘aberrazioni’ del mondo finanziario. In questo caso, anche Obama ha dovuto fare un passo indietro, mostrandosi, anche in questo caso, differente da Bush junior.
Con molta probabilità, però, la visione di Obama – condivisa anche dalla Cina -, ovvero nuovi ‘piani di stimolo’ per l’economia, con investimenti dello Stato e riduzione della tassazione, resterà la strada maestra sul suolo americano…

Capitolo a parte, poi, sempre in tema di rapporti Europa-Stati Uniti, è, quello assai delicato, dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Della questione si è discusso nell’incontro di Praga, e il sostegno di Obama alla Turchia non pare trovare sostegno compatto in Europa. Anche in questo caso, è stato Sarkozy – affiancato anche dal cancelliere tedesco, Angela Merkel – ad esporsi in maniera netta, rifiutando categoricamente l’ipotesi.
Quanto peserà il parere statunitense su un passaggio che tocca il cuore dell’Europa e i rapporti col mondo islamico? Difficile dirlo, però l’impegno di Obama per ottenere il placet turco per la nomina del danese Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato può avere riflessi importanti. Soprattutto considerando che per l’incarico a Rasmussen erano stati ottenuti ventisette pareri positivi su ventotto, mancava solo quello turco… Così come è difficile dire se ripercussioni potranno esserci sull’impegno militare richiesto dall’America in Afghanistan… Perché la filosofia del ‘do ut des’ vige anche nell’ambito dei rapporti internazionali.

A questo quadro, peraltro, vanno aggiunte l’apertura piena di Obama non solo alla Turchia ma anche, in maniera più ampia, al mondo islamico (difatti, proprio ad Ankara, capitale turca, il presidente statunitense ha affermato, in queste ore, che «l’America non sarà mai in guerra con l’Islam» e ha parlato addirittura di «partnership col mondo islamico». Di queste parole l’Europa dovrò, volente o nolente, tener conto, come il resto del mondo…) e la sintonia, almeno apparente, trovata con la Russia, con tanto di intesa per un nuovo trattato per il disarmo nucleare (e, addirittura, l’ipotesi, secondo la stampa russa, di un viaggio di Obama in Russia a luglio, in occasione di una conferenza sul Medio Oriente a Mosca).

Per concludere, l’elemento comune della Corea del Nord. Che rappresenta, oggi più che mai, una mina vagante. Su questo fronte, probabilmente, l’intesa Stati Uniti-Europa sarà più semplice…

Attilio Ievolella

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