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“Il sacro segno dei mostri”, teatro di (ricerca di) verità sulle persone malate di mente

aprile 3, 2009 di Redazione 

E’ in scena fino a domenica al Teatro India a Roma, lo spettacolo su cui si concentra, oggi, l’interesse del nostro Federico Betta. Vi invitiamo ad andarlo a vedere. E’ una storia dedicata alle persone, affette da malattie mentali, che il regista, Danio Manfredini, ha frequentato per anni lavorando in una casa di cura psichiatrica. Una storia che, attraverso l’interpreta- zione, ci porta a riflettere sul concetto di normalità. 

Nella foto, un momento della rappresentazione

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Una produzione ERT in scena

IL SACRO SEGNO DEI MOSTRI

ideazione e regia
Danio Manfredini

con
Simona Colombo, Cristian Conti, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete,
Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Sampieri
luci Maurizio Viani
responsabile tecnico Paolo Pollo Rodighiero
macchinista Fatmir Gjoka
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, CTB Teatro Stabile di Brescia
in collaborazione con Mittelfest 2007

corealizzazione Théâtre de la Place – Liegi, Théâtre National de Bretagne – Rennes
in collaborazione con Mittelfest 2007

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di Federico BETTA

Secondo la lettura Heideggeriana del poema filosofico Sulla Natura di Parmenide, la verità è segnata da una negazione, dalla negazione del nascosto. La parola Aletheia, generalmente tradotta con verità, è composta dalla a, alfa usata in senso privativo, e letheia, connessa alla radice leth, legata quest’ultima a dimenticare, nascondere alla coscienza. Parmenide, nella opera analizzata da Heidegger, racconta del suo viaggio alla ricerca della ‘dea’ custode dell’aletheia. Un viaggio di ricerca per alzare il velo, scoprire, togliere dal nascondimento quello che ci era precluso. La verità greca è quindi un percorso che ci porta ad aprire gli occhi, non è un dato, ma un processo, e sta nella fatica di chi guarda, nel lavoro, nello sforzo, nella esperienza segnata dal conflitto intrinseco alla ricerca.
Danio Manfredini, nel suo Il sacro segno dei mostri, in scena al Teatro India di Roma fino al 5 aprile, sembra essere molto cosciente di questo aspetto conflittuale della verità: lo spettacolo si apre su un velo bianco che, come una maschera, copre la scena. E si alza segnando l’inizio del viaggio. Oltre, sul palco, a casa della dea, ci aspettano figure storpiate dalla vita, chiuse in un mutismo autistico, o violentemente aperte all’impossibilita di comunicare. Sono i mostri del titolo, quei portatori del monstruum, rivelazione divina, come specifica il vocabolario in una etimologia di mostro, che finalmente sono scoperti nel loro vivere.
I mostri di Manfredini sono i folli, quei matti che il regista, autore, interprete, ha frequentato per oltre dieci anni lavorando in una casa di cura psichiatrica, una comunità aperta grazie all’entrata in vigore della legge 180. Con alcuni internati è rimasto ancora in contatto e, nella scrittura del testo, questa continuità tra lavoro, vita privata e attività artistica si sente vibrare.
L’esperienza nella comunità gli ha concesso uno sguardo sincero sul mondo dei malati di mente. La forza di andare oltre lo stereotipo, la necessità di squarciare veli di reclusione per parlare con le persone, invece di trattarle, rinchiuderle, ospedalizzarle.
Da tutto questo ne è uscito uno spettacolo di urla e pianti, risate e sputi, uno spaccato corale senza risposte confezionate, un percorso di scoperta, di resa al pubblico dell’umanità di quelle persone che, dietro alle loro espressioni facciali contratte nello spasmo, cercano sempre un posto nel mondo, cercano di vivere una loro normalità.
Ed è forse questo il tratto più forte lasciato dal segno dei mostri. Lo strenuo tentativo di mettere in crisi i nostri concetti di normalità e follia: sempre contrapposti, sempre incasellati nella chiara e distinta definizione sociale, sempre circoscritti nell’astrazione del generale e privati del contatto con la carne. E in questo rivolgimento della conoscenza, in questo conflitto dello svelamento, gli attori sul palco ci confondono e provocano, si mostrano più matti dei matti, si immedesimano e rendono la pazzia concreta e vitale, piena di quella vita che ai folli è preclusa. Attori che sembrano matti veri, che fanno sorgere i dubbi, che non si accontentano di interpretare, ma lacerano le nostre convinzioni. Sulla normalità e sull’interpretazione. Sulla vita e sul teatro. Come lo spettacolo, perché ancora di questo si tratta, che irrompe sulla scena con forza documentaria, senza paura di povertà drammaturgiche, forte dell’aderenza con il vissuto dell’autore.
“La rappresentazione, ciò che il pubblico vede,” ha detto Manfredini in un’intervista “è una confusione di piani in cui fantasia, memoria, immaginazione compongono una dinamica. È proprio questo l’aspetto magico della messa-in-scena: la realtà che assomiglia a un sogno, che si nutre di immaginazione, che perde i suoi contorni immediatamente percepibili”.

Federico Betta

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